Mi è piaciuto molto, l’approccio narrativo originale che mischia documentario e fiction e la scelta di glissare il tema cannibalico all’interno di una sorta di analisi socio-culturale della provincia veneta sono vincenti.
Si ha davvero l’impressione di assistere a qualcosa di nuovo, di inedito, al giorno d’oggi nella fruizione di un testo cinematografico è una sensazione piuttosto difficile da provare.
L’inizio praticamente documentaristico con la macellazione del maiale e le varie sequenze al limite del cinema etnografico che descrivono la vita nel contesto post-rurale dei paesini della campagna veneta immergono lo spettatore in una dimensione estremamente vera, concreta. I personaggi sono percepiti come reali, profondamente umani, ti arrivano con immediatezza. Il film riesce anche a risultare intimista, mostrando i rapporti disfunzionali all’interno delle famiglie piccolo-borghesi alle quali i personaggi appartengono. Ci vengono mostrati gli squilibri emotivi dei vari individui, che derivano da frustrazioni e vissuti irrisolti, il tutto è narrato con estrema autenticità, sembra di veder scorrere la realtà davanti ai propri occhi.
La scelta del bianco e nero è vincente, aiuta a distaccare ancora un po’ di più il racconto dalla sua componente narrativa ed a farci percepire la storia come la ripresa di ciò che accade davvero.
A livello di scrittura è molto interessante come si riesca ad inserire nel quadro sopra citato un elemento come quello cannibalico, che normalmente rappresenta la devianza dalla norma, in una maniera che paradossalmente consente invece di rendere più funzionali ed efficaci le dinamiche ed i rapporti tra i personaggi.
Regista sicuramente da tenere d’occhio.