American Beauty (Sam Mendes, 1999)

Tecnicamente un ottimo film, ha respiro, inventiva, mescola liquidamente realtà e surrealtà, ha un linguaggio dinamico, personaggi credibili e sfaccettati (anche se estremizzati nei loro comportamenti), un uso delle musiche appropriato, una gran bella fotografia. Eppure, secondo me, la fama di pellicola “politicamente scorretta” è stata attribuita con troppa generosità. American Beauty lo è in modo posticcio, insistentemente cercato, artefatto, dunque paradossalmente è più conformista di quanto si pensi.

La sceneggiatura di Alan Ball non si fa mancare proprio niente: stile di vita americano, affermazione dell’Io, culto del lavoro e dell’efficienza lavorativa come dimensione esistenziale, culto dell’attività fisica, crisi della famiglia, crisi dell’età adolescenziale, riscatto personale, omosesualità, pedofilia, materialismo, sessualità, droghe. Chiunque può trovare un pezzettino di sé in American Beauty perché quando copri l’intera enciclopedia dalla A alla Z ci sei dentro per forza pure tu. Astuta l’operazione inclusiva che sceglie di abbracciare tutto e non focalizzare in modo troppo intenso e pericoloso (ovvero esclusivo) nulla.

Al servizio (più o meno consapevole) di questo progetto si mettono gli attori, spesso e volentieri molto plateali nelle loro espressioni. Spacey fa faccette continuamente, assume posizioni grottesche e caricaturali, così come caricaturali sono le bizze e i piagnistei della Bening. Di contro la Birch è funerea, marmorea, sciogliendosi nell’unico momento del film che non descrive tanto il suo personaggio quanto la evidente necessità di Mendes di accattivarsi l’audience, lo strip alla finestra con tanto di topless. Non era necessario per il personaggio di Jane, ma vuoi che al pubblico non abbia fatto piacere?
C’è molta ironia, direi sarcasmo beffardo, in American Beauty, ma lotta gomito a gomito con una melodrammaticità troppo accentuata; i vari Spacey, Cooper, Bening, Suvari sono teatrali, scenografici, esibizionisti nel loro modo di essere in scena. Ciò purtroppo ad ogni fotogramma ricorda allo spettatore di star vedendo un film e non una storia nella quale si può realmente immedesimare fino in fondo. Uniteci il fatto che molto probabilmente voi il vialetto di casa alberato non lo vedete dalla vostra finestra, che il fuoristrada non lo avete in garage, e che la vostra colazione non viene servita in una luminosissima cucina extralarge a suon di pancetta, toast e uova strapazzate, e le possibilità di entrare “dentro” la storia che vi scorre davanti si riducono drasticamente.

American Beauty è bello e stimolante da vedere, ma ti tiene a distanza, gigioneggia, se la canta e se la suona, voi non fate parte di quel mondo. C’è spazio anche per quei dialoghi dall’orizzonte infinito, che piacciono molto al cinema americano commerciale ma impegnato al contempo, quelli sulla vita, la morte, la bellezza, considerazioni esistenziali che lì per lì tuonano come l’annunciarsi di un fragoroso temporale, ma poi, un attimo dopo essere state pronunciate, si sgonfiano come un soufflé venuto male. American Beauty sta agli americani un po’ come La Grande Bellezza sta a noi, con le dovute differenze (parecchie parecchie…non ultima il fatto che American Beauty è un film godibilissimo, La Grande Bellezza per me è la peste)

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a parte la considerazione su La grande bellezza (che non condivido) qui i famosi “92 minuti di applausi” ci stanno tutti :smiley:

(appena ho tempo spiegherò anche il perché)

Non condivido neppure io il giudizio negativo sul film di Sorrentino, ma transeat. Il film di Mendes a suo tempo mi è piaciuto moltissimo, ma pian piano, nel giro di qualche anno, diciamo che mi è serenamente sparito dalla memoria (cinefila, in primis). Il '99 ci ha dato ben altre opere memorabili e “di sostanza”: il capolavoro kubrickiano “Eyes wide shut” e “Magnolia” (imperfetto, ma titanico e di importanza capitale. Anche dopo tutti questi anni…). Grandi incassi, tanti premi, elogi dei critici (quasi tutti. Già allora Mereghetti esprimeva salutari dubbi), eppure…'sti cazzi?! Se il suddetto filmone di P.T. Anderson mi ha lasciato nella capoccia scene, situazioni, personaggi, dialoghi, francamente qui non c’è trippa per gatti. Ah, no, a dirla tutta qualcosina c’è: le tettone minorenni di Thora Birch. Che comunque non valgono certo 5 Oscar 5. Battute a parte, Mendes farà di meglio successivamente, fra “Era mio padre”, “Jarhead” e “007 Skyfall”. Quest’opera prima non è certo “Quarto potere” (ehmm…).

Idem. Classico caso di film che soddisfa nell’immediato ma lascia poco o niente. Perlomeno nel mio caso (e in quello di zardoz).

Certo la Birch co le zinne de fori me la ricordo ancora volentieri

Tutti MAMMELLOFILI, stasera, gli “intenditori” di cinema. Bè, almeno su una cosa Mendes ha fatto centro. Diciamo inoltre che la cosa più “tragica” (o “naturale”…) è che sinceramente “American beauty” non ho nemmeno voglia di rivederlo. A dispetto delle zinne de fora…

che poi il paradosso è che la Birch nel film dice di star mettendo da parte i soldi per rifarsi le tette un domani. Questo conferma la mia tesi, il topless serviva più che altro a Mendes, visto che tutti concordiamo sulla qualità delle pere esibite.

Ok, però mò basta parlare delle bocce della Birch, altrimenti si va OT…

Allora, visto che non si può piu parlare delle puppe della birch (notevoli) e spezzando una lancia anche per quelle ben più minimal della suvari :smiley: , del film dirò che invece a me a piaciuto discretamente, può darsi che non fosse da 5 Oscar (ma gli Oscar sono tutta politica cinematografica, spesso di merito nudo e crudo c’è poco) ma l’ho trovato uno spaccato di vita americana, ecco perché come ha scritto D-fens su tante cose noi non riusciamo ad immedesimarci, divertente e drammatico al tempo stesso, un bel miscuglio di valori e controvalori che alla fine si annullano tra loro lasciandoci nel dubbio di quale sia il modello che andrebbe seguito per vivere una vita “americanamente” perfetta. Per me almeno una visione la merita.

Ok, lasciando da parte ghiandole mammarie assortite, si torna al film: mah, obiettivamente la visione la merita, certo. Merito innanzitutto di Spacey. E durante la visione puoi pure divertirti, qua e là anche emozionarti. Ma come “spaccato della famiglia americana” o “visione dell’ ‘american way of life’” rimane tutto sommato superficiale, inerte, non graffia. Nei gloriosi '70 un Altman sparava ben altre cartucce verso la propria Grande Nazione. Se poi devo incolpare più la sceneggiatura furbetta, o la mano ancora inesperta (cinematograficamente) di Mendes, è un’altra storia. Io, ripeto e confermo, piuttosto riguardo “Magnolia”, Cinema con la Maiuscola…

ma infatti pure io ho scritto che è stimolante, sicuramente da vedere, tecnicamente poi ha molte belle trovate. Dico solo che è pure un po’ ruffiano e superficiale nel suo proporre/ritrarre l’american way of life e la sua conseguente dissoluzione.

Visto a suo tempo al cinema e poi acquistato prima in VHS e poi in DVD, a me è piaciuto molto e non mi sognerei minimamente di paragonarlo a quello citato di Sorrentino che proprio non mi è piaciuto e l’ho sempre trovato moltissimo sopravvalutato, comunque, gusti personali a parte, l’ho rivisto diverse volte senza problemi e, tanto per esser in tema di bellezze femminili, io ho sempre preferito di piu’ Mena Suvari (quando fa il ballo nella palestra del liceo è da infarto!) a Thora Birch, comunque come ripeto, mi è piaciuto tutto il film ed anche se posso ammettere che forse è stato un po troppo sopravvalutato in quanto ad Oscar assegnatigli… però lo consiglierei sicuramente a tutti!!! :wink:

//youtu.be/3onL4gA7Aq0

Certo che ora la sequenza di Kevin Spacey col padre gay represso del vicino di casa assume tutto un altro sapore

:uranismo:

Anche la mancata trombata, nel finale, con mena suvari o la finta accusa al suo principale di avergli chiesto un pompino, il tutto per avere una robusta buonuscita quando si licenzia :smiley: