
Tecnicamente un ottimo film, ha respiro, inventiva, mescola liquidamente realtà e surrealtà, ha un linguaggio dinamico, personaggi credibili e sfaccettati (anche se estremizzati nei loro comportamenti), un uso delle musiche appropriato, una gran bella fotografia. Eppure, secondo me, la fama di pellicola “politicamente scorretta” è stata attribuita con troppa generosità. American Beauty lo è in modo posticcio, insistentemente cercato, artefatto, dunque paradossalmente è più conformista di quanto si pensi.
La sceneggiatura di Alan Ball non si fa mancare proprio niente: stile di vita americano, affermazione dell’Io, culto del lavoro e dell’efficienza lavorativa come dimensione esistenziale, culto dell’attività fisica, crisi della famiglia, crisi dell’età adolescenziale, riscatto personale, omosesualità, pedofilia, materialismo, sessualità, droghe. Chiunque può trovare un pezzettino di sé in American Beauty perché quando copri l’intera enciclopedia dalla A alla Z ci sei dentro per forza pure tu. Astuta l’operazione inclusiva che sceglie di abbracciare tutto e non focalizzare in modo troppo intenso e pericoloso (ovvero esclusivo) nulla.
Al servizio (più o meno consapevole) di questo progetto si mettono gli attori, spesso e volentieri molto plateali nelle loro espressioni. Spacey fa faccette continuamente, assume posizioni grottesche e caricaturali, così come caricaturali sono le bizze e i piagnistei della Bening. Di contro la Birch è funerea, marmorea, sciogliendosi nell’unico momento del film che non descrive tanto il suo personaggio quanto la evidente necessità di Mendes di accattivarsi l’audience, lo strip alla finestra con tanto di topless. Non era necessario per il personaggio di Jane, ma vuoi che al pubblico non abbia fatto piacere?
C’è molta ironia, direi sarcasmo beffardo, in American Beauty, ma lotta gomito a gomito con una melodrammaticità troppo accentuata; i vari Spacey, Cooper, Bening, Suvari sono teatrali, scenografici, esibizionisti nel loro modo di essere in scena. Ciò purtroppo ad ogni fotogramma ricorda allo spettatore di star vedendo un film e non una storia nella quale si può realmente immedesimare fino in fondo. Uniteci il fatto che molto probabilmente voi il vialetto di casa alberato non lo vedete dalla vostra finestra, che il fuoristrada non lo avete in garage, e che la vostra colazione non viene servita in una luminosissima cucina extralarge a suon di pancetta, toast e uova strapazzate, e le possibilità di entrare “dentro” la storia che vi scorre davanti si riducono drasticamente.
American Beauty è bello e stimolante da vedere, ma ti tiene a distanza, gigioneggia, se la canta e se la suona, voi non fate parte di quel mondo. C’è spazio anche per quei dialoghi dall’orizzonte infinito, che piacciono molto al cinema americano commerciale ma impegnato al contempo, quelli sulla vita, la morte, la bellezza, considerazioni esistenziali che lì per lì tuonano come l’annunciarsi di un fragoroso temporale, ma poi, un attimo dopo essere state pronunciate, si sgonfiano come un soufflé venuto male. American Beauty sta agli americani un po’ come La Grande Bellezza sta a noi, con le dovute differenze (parecchie parecchie…non ultima il fatto che American Beauty è un film godibilissimo, La Grande Bellezza per me è la peste)




