Bel film davvero, tratto da un cortometraggio omonimo girato dal regista 11 anni prima, che fece incetta di premi in giro per il mondo.
La storia è quella di un bambino fanatico di calcio che, proprio mentre sta giocando a pallone per strada coi suoi amici, resta coinvolto in un conflitto a fuoco tra le forze di occupazione occidentali ed un manipolo di combattenti locali.
Il film è toccante perché riesce a raccontare dal punto di vista interno la vicenda di un bambino che resta amputato d una gamba, facendoci capire cosa egli può provare, quali possono essere i suoi desideri/rimorsi/recriminazioni e come egli viene percepito e considerato dalle persone che ha intorno a lui (famiglia/vicini di casa/compagni di giochi/estranei) in un contesto di estrema instabilità politico/religiosa e lotta armata, in cui esplosioni, scontri a fuoco e tragedie simili a questa sono all’ordine del giorno.
In più la pellicola riesce a dipingere in modo fresco e leggero, senza pesantezze didascaliche, il contesto sociale della Baghdad post-guerra, nella quale gli occidentali che dovrebbero garantire la pace sono invece un elemento di malcontento e la loro presenza scatena rappresaglie armate e genera odio; un odio che si aggiunge a quello fratricida ed apparentemente insanabile che già esiste in una popolazione divisa tra sciiti, sunniti e curdi, etnie separate da fratture insanabili, da cicatrici ancora sanguinanti, che continuamente vengono riaperte lacerando le carni della coesione sociale.
In tutto questo i bambini giocano a calcio, guardano i grandi club occidentali sfidarsi alla televisione e sognano di diventare dei calciatori forti come Messi e Ronaldo, passando tutte le loro giornate in strada a giocare a pallone tra le macerie.
E se sei stato amputato alla gamba è difficile accettare di punto in bianco che il tuo orizzonte non sarà più quello, perché effettivamente è difficile riporre speranze, desideri e sogni altrove, se vivi in un mondo devastato da 20 anni di guerre che non ti offre nessun’altra prospettiva concreta.