Black Mirror (Charlie Brooker, 2011- )

dopo la vacanza horror dalle sue solite coordinate della scorsa stagione, eccoci alla settima che vede un nettissimo massiccio ritorno della più nera pesantezza legata al dispositivo ancipite - rigorosamente loboparietale; ma torna anche l’autoironico sfottò a netflix in 2 eps - che ha caratterizzato il grosso degli episodi e che migliora la vita tanto quanto la peggiora, col peggio che, si passi il pun, ha sempre la meglio.

si tratta forse della stagione più cattiva, darkissima e triste di tutte che darà parecchi grattacapi a lol e ghidorah, ma riserva anche sul finale, forse per provare a mettere un po’ di zucchero sul fondo di un caffè amarissimo, l’episodio giocomagia, la zuccherosa startrekkata-sequel di uss callister della quale non si sentiva assolutamente il bisogno o la mancanza (e la cosa peggiore è che sembra pure aprire a una terza tranche). veramente il più inutile e innecessario e brutto (pur essendo realizzato, per carità d’un dio, eccellentemente) dal 2011. personalmente l’ho concluso solo per godermi il ritrovato jimmy simpson (uno che ha incarnato il villain più ultracattivo e temibile di sempre nella prima quasi insostebile stagione selvaggia di hap e leonard, a ridosso del quale vien voglia di aprire imdb e appuntarsi tutta la sua filmografia), ma al suo netto ho davvero fatto soverchia fatica a finirlo, sarà che cose come battlestar galactica o tron (alle quali fa riferimento e si ispira) non le ho proprio mai digerite.

il primo episodio ci dice che la medicina fa più miracoli di gesù e passi più ampi dei titani, ma che nessun dono è senza prezzo e proprio come il dio a cui pretende di sostituirsi, ora dà ora toglie, ma soprattutto - lo avrete intuito - toglie. è forse piano e un po’ prevedibile (specie se si tiene conto della legge di hitchcock: quando viene mostrato qualcosa di contundente, prima o poi farà ritorno nella narrazione e verrà usato), ma ti porta comunque a fondo e anche oltre con sé.

nel secondo le fratture emotive e psichiche causate da emarginazione e bullismo trovano contropartita nella tecnologia e in chi vi ha dedicato una vita, a carissimo prezzo - e son botte in quantità.

la pink card del terzo episodio è questa volta una sorta di rosa purpurea del cairo in reverse, almeno quanto il quarto è, su scala planetaria-cosmica-psichedelica una sorta di bleakest side di electric dreams. slade si riconferma l’immenso stronzo che è stato da hard candy a qui (anche nelle precedenti gli episodi più perfidi sono i suoi e di watkins).

il penultimo esplora-aspira la mole di polvere sotto i tappeti del lutto e del rimosso con soluzioni visive e narrative forse un po’ troppo similari a quelle del terzo, sostituendo i 24 fotogrammi al secondo con la carta fotografica. giamatti superbo, ma a me tutto sommato non ha convinto appieno e l’ho trovato anche il meno perforante anche se intendiamoci non è una botta di allegria.

i primi 4 comunque tantissimissima roba con un ispiratissimo brooker a tutta nequizia e pessimismo. grazie charlie. si spera che entro fine l’anno ci doni anche un’ottava stagione. chi vivrà si specchierà.

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