Casta e Pura (Salvatore Samperi, 1981)

Salvatore Samperi, noto per le sue commedie erotiche satiriche e antiborghesi, usa l’erotismo e il dramma familiare per criticare l’ipocrisia e la repressione imposte dalla mentalità religiosa cattolica tradizionale, in particolare quella patriarcale del sud Italia.

Il film Casta e Pura è descritto come un’analisi implacabile del “patriarcato tipico di una certa mentalità religiosa e meridionale”, dove la religione funge da strumento di controllo economico e sessuale, sacrificando la libertà individuale.

Il messaggio anticlericale del film è trasmesso principalmente attraverso la satira sociale e la decostruzione dei valori cattolici tradizionali, come la castità, i voti religiosi e la devozione familiare, presentati come ipocriti e oppressivi.

La protagonista, Rosa (Laura Antonelli), è costretta a fare voto di castità imposto dal padre, Antonio (Fernando Rey), sul letto di morte della madre, per ragioni puramente finanziarie: egli è semplicemente il beneficiario dei beni che gli appartengono secondo il testamento del nonno. Questo voto, simboleggiato da una mentalità “casalinga e religiosa”, provoca disagio psicologico e sogni erotici nella donna, che vive in un ambiente familiare meridionale trapiantato in Veneto, pieno di vizi nascosti (incesto, deviazioni sessuali) e ostentando virtù religiose.

Samperi critica il modo in cui la religione cattolica, con i suoi dogmi di purezza e astinenza, viene usata per reprimere la libido femminile, esacerbando problemi psicologici e sociali.

Il padre rappresenta il “pater domine” di una borghesia cattolica meridionale, che privilegia la conservazione della ricchezza e dello status sociale a spese della figlia.

Quando Rosa, esasperata, decide di farsi suora e donare i suoi beni alla Chiesa (fidandosi del parroco), il padre organizza un ballo in maschera in onore di Santa Rosa, martire cristiana, che degenera in una finta orgia (con ospiti vestiti da barbari che “violentano” Rosa), per iniziarla sessualmente e impedirle di rinunciare alla sua eredità. Questa sequenza satirica trasforma un rito religioso in un evento profano e carnevalesco, mettendone in luce l’ipocrisia: la religione viene manipolata per interessi egoistici, e la “liberazione” di Rosa avviene proprio attraverso la trasgressione sessuale, che la rende indipendente, la porta a revocare la procura del padre e la costringe ad abbandonare la famiglia.

Emerge un messaggio contro l’ipocrisia sociale e religiosa, dove la devozione cattolica maschera devianza e repressione. È interessante notare che il sacerdote (interpretato da Enzo Cannavale) è presentato in modo positivo, come una figura umana e misericordiosa, un elemento che attenua l’anticlericalismo, sfumato piuttosto che assoluto (questo è l’unico difetto o debolezza del film, a mio parere).

In breve, questo film è una critica alla Chiesa cattolica come alleata del patriarcato oppressivo, che usa voti e dogmi per controllare le donne e mantenere il potere economico, in contrapposizione alla liberazione attraverso l’erotismo e l’autonomia individuale.

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