C'era una Volta in America (Sergio Leone, 1984)

“C’era una volta in America” l’ho sempre reputato un grande film, tecnicamente ben girato, con comparto attoriale perfetto e ben diretto, musiche superlative e posizionate al posto giusto, ma nella sua interezza non riesco a considerarlo un capolavoro.
In rapporto alla storia raccontata, per esempio, il minutaggio della versione filologicamente corretta è veramente esagerato: forse anche per demerito delle varie scritture e riscritture attraversate, il film sembra procedere per accumulazione, secondo le modalità, i tempi e gli stalli dettati dalla memoria, motore unico che regola la narrazione. Ma la narrazione va controllata, e non può riflettere pedissequamente il naturalismo dei meccanismi mnemonici. Chiaramente l’innovazione è presa di peso direttamente da Proust (la citazione proustiana non sta lì a caso), e viene innestata in uno scenario opposto alla Francia post-restaurazione, ovvero in un milieu malfamato e di malaffare. Influenti sono pure lo Svevo de “La coscienza” e la narrazione “inattendibile” del Conrad di “Heart of Darkness”; tutti scrittori che irreversibilmente, assieme a Joyce, Kafka e pochissimi altri, hanno spaccato la linearità e la rigidità delle strutture imposte dalla letteratura ottocentesca.

Un altro problema non è la violenza in sé, ma il fatto che non sia contestualizzata ideologicamente. Se pure l’opera omnia di Leone sia pervasa da un feroce pessimismo, qui ve n’è pure traccia, ma si manifesta in maniera contraddittoria: se il male proviene dal protagonista e dal mondo a cui appartiene, non si capisce perché Leone romanticizzi l’arco narrativo del protagonista, e - peggio - non si capisce per quale motivo faccia sì che lo spettatore empatizzi col protagonista praticamente per tutta la durata del film, ricorrendo a espedienti tipici del patetismo (il trauma dell’amico perduto, l’innocenza smarrita, l’amore non ricambiato, l’oppio come evasione, ecc). Qui la violenza non è ben definita, al massimo appare chiaroscurale ed è emanazione diretta solo della sopraffazione, non potendo collegarla ad altre ragioni, che pure il racconto offriva in nuce. Una posizione diametralmente opposta al Kubrick di “Arancia meccanica”, dove, per esempio, nella scena del senzatetto malmenato sotto un ponte di notte, il regista - a parte due profili bruschi in ppp di Alex - arriva a celare i tratti fisiognomici di tutta la banda, come a dichiarare l’impossibilità da parte loro di prendere parte al consesso umano, giacché deficienti in termini di umanità ed empatia. Il senzatetto, con il suo breve discorso, diviene la “voce ideologica”, definisce il male, scontornandolo perfettamente, senza rischiare di cadere nel reazionarismo e nelle sue diramazioni restauratrici legate al solito ripristino di un assetto valoriale appartenuto chissà a quale bel passato andato perduto.
Questo per dire che in questo Leone il pessimismo esiste, ma non è una molla speculativa, bensì solo una stazione di fine corsa.
Sarebbe stato corretto, sempre dal punto di vista ideologico (mai da quello tecnico, giacché in termini di tecnica Leone è un maestro vero, e certo le mie piccolissime postille non possiedono l’ambizione di aggiungere o togliere nulla al suo magistero, già peraltro glorioso pure nel posto più oscuro del globo terracqueo), fare un film sempre dalla prospettiva interna alle strutture gangsteristiche, ma contro di esse - senza cambiare il punto di vista e senza introdurre le noiose e retoriche indagini condotte dai funzionari di polizia.

Degne del termine “capolavoro”, dal mio modestissimo modo di vedere, sono le sequenze legate alle analessi, all’infanzia e adolescenza di Noodle: narrazione e immagini di una poesia, di una tenerezza, ma pure di una malinconia mista alla prosaicità dell’esistenza, tale da riuscire a comporre una corsa epica verso la grazia mai più vista né prima né dopo in un racconto di formazione al cinema. Momenti che trovano una giustificazione nel fatto che il protagonista, in formazione, scopre il mondo e ancora non è passibile di un giudizio vero e proprio, perché non ha scelto e perché è quasi certamente guidato da un determinismo e da istinto, oltreché dalla mancanza di strumenti per imporsi.

Detto questo, il film resta e resterà affascinante a miei occhi e ho pagato pegno a Leone (come è giusto che sia) procurandomi il film nella versione br della Eagle (251 Min).

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Concordo su tale analisi, a parte il NON definirlo “capolavoro”. Se io fossi insegnante e tu allievo, a un tema simile assegnerei un 9 anziché 10. Proprio per tale “dettaglio”…:wink::heart::victory_hand::cocktail_glass:

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concordo col definirlo un capolavoro assoluto,quantomeno del cinema italiano…è un film straordinario,pero’ concordo col fatto che comunque non sia esente da “difetti”,è uno straordinario capolavoro “imperfetto” e se vogliamo qualche critica si puo’ muovere,è un film mi sono reso conto parlando con amici e conoscenti parecchio divisivo ,a dimostrazione di cio’.

“Parecchio divisivo” non era certo un’espressione che credevo avrei mai letto, a proposito del film di Leone. Più si va avanti con gli anni, e più è vero che “la vita è più strana della merda”…:roll_eyes::wink::face_with_peeking_eye::scream:

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Non è il primo film che ho visto, ma rimane IL FILM che mi fece innamorare del cinema. Non un capolavoro, ma IL CAPOLAVORO. Poi lascio ad altri il piacere di sproloquiare e spezzare il capello, preferisco passare quel tempo a rivedermelo.

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eppure…difatti anche a me ha stupito la cosa,amando il film moltissimo.pero’ ho registrato questa cosa che mi ha colpito,in negativo,specialmente non è un film amato dal pubblico femminile.questo il mio mini sondaggio tra amici/amiche conoscenti.

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Bè, diciamo che le donne in questo film non sono trattate proprio bene.
Come un po’ in tutto il cinema del secolo scorso.

Anche per questo, non mi ritrovo nella considerazione empatica espressa nell’interessante intervento di Nick Carati: quei 4 sono criminali senza nessuna remora (nemmeno quando vengono pestati da Bugsy ho provato dispiacere per loro) ed ho sempre lodato lo sdegno dell’autista verso Noodles, nel post-stupro.

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Concordo in parte con l’ultimo post: sono sicuramente criminali detestabili, che meritano le disgrazie e sfortune che capitano loro (Noodles è uno dei più grandi “perdenti assoluti” di tutta la Storia del Cinema). Ma l’abilità di un cineasta è appunto nel farti interessare e coinvolgere, quando ti racconta di individui coi quali non vorresti passare nemmeno 5 minuti seduto a un tavolo. Questo vale per “C’era una volta…”, ma pure per un altro titolo coevo, ovvero “Scarface”. Se un regista è Grande, ben vengano storie di criminali irrecuperabili. Ieri, e oggi. Senza che io provi davvero alcuna forma di “simpatia” nei loro confronti…:smiling_face_with_sunglasses::+1::relieved_face:
P.S. Per inciso, l’autista è interpretato dal produttore del film medesimo, ovvero Arnon Milchan.

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ma il punto è che a te,come a me,piace il genere ,e come tu dici ti fai coinvolgere e interessare,ma cè una quota di persone,che non si sono fatte coinvolgere,pur avendo visto il film …questo è il dato per me ,per quello,almmeno io ho con un po’ di rammarico notato che è un film “divisivo” come detto prima (stessa cosa potrei dire di Novecento comunque,per me un capolavoro assoluto ..anche se qui sul forum ho visto con stupore e amarezza come è stato bistrattato…)

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“Non si sono fatte coinvolgere”. Problema loro, mica del film né di Leone. Magari c’è gente indifferente anche a 2001, o “Quarto potere”. Ma la gente passa, e muore. Le Opere d’Arte, rimangono. Semplice…:ok_hand::wink::smiling_face_with_sunglasses::cocktail_glass:

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Italy’s Leone Film Group — which is in Cannes as a producer of James Grey’s competition entry “Paper Tiger” — is set to make an ambitious origins movie about Sergio Leone’s quest to shoot “Once Upon a Time in America,” the gangster epic that premiered at Cannes in 1984 and is now considered a masterpiece.

“It’s basically the story of a man who chases a dream for his entire life,” Raffaella Leone, who is Sergio Leone’s daughter, told Variety. “Or, at least, who took 15 years to make a movie and didn’t do anything else until he managed to make it. And it’s told with my father’s irony.”

Italian directorial duo Giuseppe Stasi and Giancarlo Fontana — who broke out Prime Video’s dark and comic crime series “The Bad Guy” — are set to helm the yet-to-be-titled “Once Upon a Time in America” origins picture that they are writing with “The Bad Guy” co-creators Ludovica Rampoldi and Davide Serino.

The film will criss-cross through different time periods, including flashbacks to Sergio Leone’s childhood. It will be set in Rome, New York, Los Angeles, Paris and Cannes, which is where Leone first met Arnon Milchan, who produced “Once Upon a Time in America” and where the epic subsequently premiered to mixed reviews.

Raffaella Leone, who is Leone Film Group’s co-CEO, is producing the “Time in America” origins film in tandem with Leonardo Maria Del Vecchio, chief strategy officer of Italy’s EssilorLuxottica and president of Ray-Ban. Del Vecchio, who holds a 19% stake in Leone group, will also be in Cannes as part of the “Paper Tiger” delegation.

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Sergio Leone non era scrupoloso solo con Milena Vukotic in fatto di pettinature(immagino che conoscete tutti)il famoso aneddoto sul set di Bianco rosso e Verdone

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