“C’era una volta in America” l’ho sempre reputato un grande film, tecnicamente ben girato, con comparto attoriale perfetto e ben diretto, musiche superlative e posizionate al posto giusto, ma nella sua interezza non riesco a considerarlo un capolavoro.
In rapporto alla storia raccontata, per esempio, il minutaggio della versione filologicamente corretta è veramente esagerato: forse anche per demerito delle varie scritture e riscritture attraversate, il film sembra procedere per accumulazione, secondo le modalità, i tempi e gli stalli dettati dalla memoria, motore unico che regola la narrazione. Ma la narrazione va controllata, e non può riflettere pedissequamente il naturalismo dei meccanismi mnemonici. Chiaramente l’innovazione è presa di peso direttamente da Proust (la citazione proustiana non sta lì a caso), e viene innestata in uno scenario opposto alla Francia post-restaurazione, ovvero in un milieu malfamato e di malaffare. Influenti sono pure lo Svevo de “La coscienza” e la narrazione “inattendibile” del Conrad di “Heart of Darkness”; tutti scrittori che irreversibilmente, assieme a Joyce, Kafka e pochissimi altri, hanno spaccato la linearità e la rigidità delle strutture imposte dalla letteratura ottocentesca.
Un altro problema non è la violenza in sé, ma il fatto che non sia contestualizzata ideologicamente. Se pure l’opera omnia di Leone sia pervasa da un feroce pessimismo, qui ve n’è pure traccia, ma si manifesta in maniera contraddittoria: se il male proviene dal protagonista e dal mondo a cui appartiene, non si capisce perché Leone romanticizzi l’arco narrativo del protagonista, e - peggio - non si capisce per quale motivo faccia sì che lo spettatore empatizzi col protagonista praticamente per tutta la durata del film, ricorrendo a espedienti tipici del patetismo (il trauma dell’amico perduto, l’innocenza smarrita, l’amore non ricambiato, l’oppio come evasione, ecc). Qui la violenza non è ben definita, al massimo appare chiaroscurale ed è emanazione diretta solo della sopraffazione, non potendo collegarla ad altre ragioni, che pure il racconto offriva in nuce. Una posizione diametralmente opposta al Kubrick di “Arancia meccanica”, dove, per esempio, nella scena del senzatetto malmenato sotto un ponte di notte, il regista - a parte due profili bruschi in ppp di Alex - arriva a celare i tratti fisiognomici di tutta la banda, come a dichiarare l’impossibilità da parte loro di prendere parte al consesso umano, giacché deficienti in termini di umanità ed empatia. Il senzatetto, con il suo breve discorso, diviene la “voce ideologica”, definisce il male, scontornandolo perfettamente, senza rischiare di cadere nel reazionarismo e nelle sue diramazioni restauratrici legate al solito ripristino di un assetto valoriale appartenuto chissà a quale bel passato andato perduto.
Questo per dire che in questo Leone il pessimismo esiste, ma non è una molla speculativa, bensì solo una stazione di fine corsa.
Sarebbe stato corretto, sempre dal punto di vista ideologico (mai da quello tecnico, giacché in termini di tecnica Leone è un maestro vero, e certo le mie piccolissime postille non possiedono l’ambizione di aggiungere o togliere nulla al suo magistero, già peraltro glorioso pure nel posto più oscuro del globo terracqueo), fare un film sempre dalla prospettiva interna alle strutture gangsteristiche, ma contro di esse - senza cambiare il punto di vista e senza introdurre le noiose e retoriche indagini condotte dai funzionari di polizia.
Degne del termine “capolavoro”, dal mio modestissimo modo di vedere, sono le sequenze legate alle analessi, all’infanzia e adolescenza di Noodle: narrazione e immagini di una poesia, di una tenerezza, ma pure di una malinconia mista alla prosaicità dell’esistenza, tale da riuscire a comporre una corsa epica verso la grazia mai più vista né prima né dopo in un racconto di formazione al cinema. Momenti che trovano una giustificazione nel fatto che il protagonista, in formazione, scopre il mondo e ancora non è passibile di un giudizio vero e proprio, perché non ha scelto e perché è quasi certamente guidato da un determinismo e da istinto, oltreché dalla mancanza di strumenti per imporsi.
Detto questo, il film resta e resterà affascinante a miei occhi e ho pagato pegno a Leone (come è giusto che sia) procurandomi il film nella versione br della Eagle (251 Min).
