Ragazzi, Antonio Bido dopo il fallimento dei suoi due progetti “Il tarlo del male” e “La croce insanguinata” non si è perso d’animo e ha annunciato di aver ultimato il suo “Funerailles”, film appartenente al genere “giallo-noir” che si è autoprodotto e autofinanziato e che con la sua solita “modestia” ha dichiarato essere di grande qualità. Ora si accinge ad affrontare la fase più complicata, ovverosia quella distributiva. Qualcuno di voi è per caso in possesso di notizie più precise al riguardo?
Disponibile il trailer sul tubo. Sembra notevole! Rinnovo la richiesta. Qualche forumista, magari conoscitore del regista patavino, saprebbe darci notizie precise circa una sua uscita? Che resti fra gli inediti, vista la roba che è uscita e che purtroppo ancora esce in sala, sarebbe criminale.
Apprendo che il film fu proiettato per una sola serata al palazzo Zuckermann di Padova unitamente a Rorret altezza uomo film del 1988 a firma di Fulvio Wetzl, rimasto pressochè inedito. Comunque tornando a noi non si ha alcuna notizia nè di una distribuzione cinematografica vera e propria nè di una diffusione su supporti home video e/o piattaforme di sorta. Non vorrei facesse la stessa fine di “Killer’s playlist”…
P.S. Il soggetto de “Il tarlo del male” purtroppo mai tradotto sullo schermo è ora un libro di Marisa Andalò, consorte e sodale del cineasta patavino acquistabile su Amazon in formato kindle.
Ho visto che è stato presentato anche all’Italian Horror Fantasy Fest e in rete è disponibile solo il trailer, inquietante al punto giusto @moonlightrosso, no ti prego la fine di Killer’s Playlist non va augurata a nessun film
Avete notato Stefania Casini???
Indossa anche in questo film di Bido cappelli a “cofana” come nella pellicola di Verdone, Maledetto il giorno che ti ho incontrato
Finalmente disponibile il titolo che segna il ritorno al lungometraggio di Bido, “a secco” di cinema di genere dalla ormai lontanissima doppietta giallo/thriller di fine anni '70.
Funerailles (Non ti voglio) si rivela un film spiazzante e, a dispetto della breve durata di 75 minuti, ha davvero tanto da raccontare.
L’ossatura drammatica di un rapporto di coppia turbolento nasconde infatti al suo interno violenti fantasmi psico-thriller, così inquietanti da sfociare al limite dell’horror: tra un marito che vuole a tutti i costi un figlio, una moglie che lo rifiuta (da qui il significato del sottotitolo) e una suocera soffocante si dipanano flashback in bianco e nero, ricordi e traumi dolorosi che affiorano dal passato, prospettive distorte del presente e un finale di sangue.
Oscuro, crudo, gelido e ricco di tensione. Il come-back di Bido è dunque una sorpresa vincente e dimostra che il cinema di genere in Italia non solo si può ancora fare ma può anche raggiungere (di nuovo) livelli apprezzabili.
Una mezza delusione. Un direct to video a bassissimo budget (solo 4 attori impiegati + 3 comparse) dive Bido, volendo essere “autore” a tutti i costi sostanzialmente fallisce lasciando irrisolti molti snodi narrativi. Bravi i protagonisti. Alessandra Chieli, attrice di impostazione teatrale, è una nevrotica pianista forse un po’ troppo “recitante”. Nota positiva anche per l’altrettanto nevrotico Fausto Morciano, pianista di minor talento, sofferente verso la superiorità artistica della moglie. Completa il tutto una Stefania Casini nella parte di una madre attempata e un po’ fanè della protagonista che rivediamo con quell’assurada “cappellana”, già sfoggiata in “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”.
Mi permetto alcune brevi chiose per un film non scevro da difetti ma tutto sommato degno di nota in quanto si permette di “osare” ciò che i nostri films non osano da anni. Forse è per questo che non ha finora ottenuto distribuzione in sala.
Ritorno al lungometraggio da parte di Antonio Bido dopo uno iato di quasi trentacinque anni da “Blue Tornado” (1990), ambizioso progetto ad alto budget a metà fra action alla “Top Gun” e fantascienza spilberghiana ma che all’atto pratico si rivelò una completa delusione oltre che un sostanziale fallimento al botteghino.
Volendo farsi conoscere più come autore che come mestierante, il cineasta patavino affronta il tema scottante del rifiuto della maternità, vista come un intralcio alla carriera e la conseguente inevitabile crisi di coppia con un partner desideroso di formarsi una progenie. Un contrasto insanabile quello dunque vissuto tra Miriam (Alessandra Chieli), pianista di fama mondiale e Andrea (Fausto Morciano), anch’egli pianista ma di minor talento. Un contrasto vissuto tra incubi di un passato che ritorna in cui Miriam si rivede adolescente con inquietanti bambolotti e carrozzine e un presente vissuto tra incomunicabilità e ossessioni allucinatorie.
Girato quasi per intero in un’unico ambiente, ad Antonio Bido va riconosciuto senz’altro il merito di essere rifuggito da quello sterile autorialismo buonista delle produzioni mainstream e televisive d’oggigiorno, proponendo un dramma sconfinante nell’horror caratterizzato da effetti speciali disturbanti curati ottimamente dall’esperto Sergio Stivaletti: le perdite ematiche in prossimità della gravidanza; gli incubi della protagonista in cui si vede ora con un pene maschile, ora non avendo remore a esibire i propri genitali; le apparizioni infantili a chiara e diretta ispirazione di quell’“Operazione Paura” di baviana memoria.
Ciononostante è proprio la componente onirica (pur essendo ben realizzata nonostante il budget limitato) a costituire la parte debole del film lasciando irrisolta la sua stessa chiave di lettura: al di là della facile soluzione di una carriera da inseguire, non si capisce a cosa sia dovuto in realtà il terrore della gravidanza per Miriam: una violenza del padre terminata con un infanticidio (vedasi il neonato immerso nel laghetto)? O una semplice ossessione voluta da una famiglia di stampo tradizionalista?
Non avendo a disposizione uno Sven Nyqvist a dirigere le luci, l’alternanza fra il colore del presente e il bianco e nero del passato, risulta inoltre poco efficace e appiattita da una troppo fredda ripresa in digitale.
Sul versante interpretativo Alessandra Chieli, attrice di formazione teatrale, cerca di rendere al meglio un personaggio nevrotico e cangiante con acconciature sempre diverse. Preferendo interloquire con il suo pianoforte (unico in grado di capirla) e con il suo passato piuttosto che con il suo compagno, la Chieli ci offre una Miriam sofferta, nonostante si allontani talora dalla verosimiglianza in certi soliloqui forse un po’ troppo verbosi e “recitanti”.
Fausto Morciano, nel ruolo di Andrea, è volutamente tratteggiato in maniera meno sfaccettata. Nel subire il maggior talento, nonchè il sostanziale egoismo della moglie, riaffermerà la sua superiorità di maschio con una violenza carnale impartita alla stessa, che sarà causa della tanto non voluta gravidanza (da qui il sottotitolo “Non ti voglio”), prodromica del tragico e sanguinoso finale.
Simpatica e altrettanto isterica la partecipazione amichevole di un’invecchiata Stefania Casini, che reincontriamo quarantacinque anni dopo “Solamente nero”, nella parte dell’anziana madre di Miriam, agghindata con quell’improponibile e assurda “cappellana” già vista in “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” al fianco di Carlo Verdone.