“Il delitto di via Poma è diventato un film per la tv, diretto da Roberto Faenza e prodotto dalla TaoDue di Pietro Valsecchi, ed è andato in onda in un’unica puntata il 6 dicembre scorso su Canale 5.
Un film bello, intelligente e soprattutto garantista, perfettamente in sintonia con la corte di Appello di Roma che, alla riapertura del processo di secondo grado contro l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, ha chiesto nuove perizie sui semplici e flebili indizi su cui si è basato il primo processo.
Nel presentare il suo film, Roberto faenza ha detto: “L’orario dell’omicidio non coincide con quello finora ritenuto valido. E c’è il corpetto lasciato a prendere polvere in un cassetto per anni, oltre alla perizia dei Ris, che non per niente sono militari, in contrasto con quanto detto dall’Istituto di Medicina Legale, i cui medici di fama internazionale non coinvolgono Busco”.
Il film comincia con il misterioso suicidio di Pietrino Vanacore (interpretato da Giorgio Colangeli) portiere dello stabile di via Poma (il 9 marzo 2010 alla vigilia della sua deposizione al processo Busco) poi la storia si riavvolge, indietro di 20 anni con Simonetta (l’attrice Astrid Meloni) in gita al mare (e la famosa foto che la ritrae con il costume bianco) per passare quindi alle ore che precedono il delitto.
“La sorella Paola (nel film Giulia Bevilacqua) ci ha aiutato – dice Faenza – senza di lei non avremmo potuto fare il film. Ha creduto alla nostra buona fede e ci ha dato l’aspetto più intimo della famiglia, anche del loro dolore. Solo l’ispettore Montella (interpretato da Silvio Orlando) è inventato; a lui il compito di fare una controinchiesta alla ricerca della verità, di porsi le domande che tutti noi ci poniamo. Il resto è tutto preso da atti processuali e documenti”.
Si fanno anche nomi e cognomi di tutti i protagonisti della vicenda. “Non abbiamo temuto di fare riferimento ad identità precise neppure con Il capo dei capi (storia di Totò Riina) – precisa il produttore Valsecchi – e poi c’è un diritto di cronaca che va rispettato anche se hanno tentato sia di bloccare la messa in onda del film così come un alto magistrato ci ha impedito di girare all’interno del condominio dove è stato commesso l’omicidio”.
Per il regista Faenza il film è “un piccolo Peyton Place dove tutti mentono anche se per motivi non necessariamente collegati al caso. Tutti noi siamo convinti che la verità non verrà mai fuori e comunque finirà il processo a Busco, sia che venga condannato o meno nessuno crederà che giustizia sia fatta. Non c’è il nome dell’assassino ma il vero colpevole è la giustizia italiana”.
Giustizia perseguita in modo quantomeno approssimativo per imperizia o, si fa capire, per una volontà precisa di proteggere qualcosa o qualcuno. “Se quello che dicono i verbali è vero – prosegue Faenza – e cioè che c’è chi ha ucciso e chi ha pulito la scena del crimine, significa che qualcuno è stato protetto”.
Si chiedono, infatti, gli autori perché reperti fondamentali (corpetto, reggiseno, calzini) sono stati lasciati incustoditi (e quindi accessibili a chiunque avesse interesse a inquinare le prove) per quasi 15 anni?
Perché ci si ostina a posticipare l’ora dell’omicidio, perché persone apparentemente del tutto estranee alla vicenda erano presenti sul luogo del delitto poco dopo la scoperta del cadavere, e chi era quel ‘bastardo’, appellativo pronunciato di getto da uno dei testimoni alla vista del corpo di Simonetta? A queste e a mille altre domande prova a rispondere (inutilmente come sappiamo) il commissario Montella/Orlando.
Ha spiegato Silvio Orlando: “Nel film raccontiamo l’Italia e la sua sciatteria. ’Siamo un Paese di bugiardi’, dice il mio personaggio e da allora non è cambiato niente”.”
Fiction televisiva in una sola puntata, con messa in onda molto ritardata di vari anni per molteplici vicissitudini, per riflettere insieme. 
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Il film comunque non è vero che è stato rimandato di vari anni,ma è stato trasmesso nel 2011,e poi replicato varie volte su Mediaset extra e Top crime
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