Intervista a Biscardi

premessa: questo thread può stare sia qui che nella sezione del palone, a me sembrava giusto metterlo qui, ma mi affido al giudizio del moderatore se vuole spostarlo.

Eccovi un intervista all’ultimo Vero ed Unico interprete della TV popolare:

E’ un po lunga, però al suo interno ci sono delle vere e proprie chicce…guardate per esempio l’ultima domanda :smiley:

http://www.capital.it/capital/capital_tribune.jsp?idContent=807423

[i]“Altro che fiction, la mia è una trasmissione vera”
Aldo Biscardi ospite a Capital Tribune

di Giulia Santerini

4-2-2005- C’è che lo definisce un giullare travestito da conduttore, chi un autentico genio della tivù italica. Lui, con venticinque anni di carriera alle spalle, accetta divertito critiche e complimenti, e risponde ai detrattori che la sua è una tv ‘vera’, con tutti gli imprevisti che il caso comporta…

BISCARDI MEGLIO DI LETTERMAN

Venticinque anni di processo in tv. Biscardi ha battuto anche David Letterman e Costanzo. Una bella soddisfazione?

Sì, una bella soddisfazione, per la quale ringrazio in particolare il Signore che non mi ha fatto mancare alcuna puntata. In venticinque anni sono stato assente solo una volta, perché era morta mia madre. Quindi sono grato a Dio per avermi dato la salute.

Quando Letterman, nel 2000, venne operato al cuore, mandò in scena dei suoi amici attori. Aldo Biscardi chi manderebbe al posto suo?

Io non penso mai a quello che accadrà domani. Lavoro alla giornata. Ad esempio, la trasmissione la preparo tra sabato e domenica. Però, per il settanta per cento, la cambio ogni sera, mentre va in onda.

L’ORIGINE DEL “PROCESSO”

E’ vero che il nome del processo le venne ispirato da Gianni Rodari?

Rodari scrisse l’introduzione di un mio libro, “Il giornalismo sportivo in Italia”, e disse che io, quando scrivevo, trattavo gli argomenti come si fa in un processo. Però il nome “processo” mi è venuto, più che altro, dal mio passato di studente universitario di Legge.
Andavo a seguire i processi al tribunale di Larino, che è il paese dove sono nato, e mi appassionavano molto le arringhe, i botta e risposta tra la difesa e l’accusa. Quindi ho chiamato la mia trasmissione, “Il processo”, proprio perché c’è una contrapposizione dialettica tipica di un processo.

Perché il processo è la trasmissione più imitata e meno clonabile della tv italiana?
Tra l’altro quest’anno c’è una moria di telespettatori per le trasmissioni della domenica sera, mentre lei non ne perde neanche uno.

LA QUESTIONE ARBITRI

Forse perché io faccio l’attualità vera. Non c’è nulla di “fiction” nella mia trasmissione. Per esempio, nella tasca del mio giaccone di pelle ho messo il ritaglio di un giornale in cui venivano evidenziati gli stipendi degli arbitri della serie A.
Collina prende 200 milioni solo per le partite che ha diretto in campionato, se si sommano alle indennità si arriva ad almeno 300 milioni. Allora si capisce perché gli arbitri non vogliono la moviola.

Perché li pagano le grandi squadre?

Li paga la Federazione e pure tanto! Un arbitro, più accontenta le grandi squadre, più arbitra le grandi partite, più guadagna.

Sugli arbitri sta facendo una guerra, con le squadre minori. Le maggiori proprio non ci sentono. Ma sono davvero una lobby così sfacciata?

Io penso che gli arbitri sbagliano in buona fede. E l’errore ci può essere. Ma qui c’è di più: un condizionamento psicologico, non dico un’alleanza, ma proprio un istinto che dice: “Vabbè, assolvi la grande squadra, condanna la piccola, tanto non ha voce di protesta”.
Ecco perché ‘Il processo’ non perde ascolti. Perché la gente capisce che è vicino a loro.

L’APPROCCIO CON IL VIDEO

‘Il processo’ è nato nei primi anni ’80 su Rai3. Lei, al primo e al secondo giro, non compariva in video. Questo la faceva un po’ soffrire?

E’ successo perché io venivo dalla carta stampata e quindi scelsi Ameri come primo conduttore, perché come viso non era noto. Dopo di lui ci fu Bartoletti. Poi andai in video io perché, ai mondiali dell’82, Ameri andò come inviato di radio Rai, Bartoletti era passato a Rai1 e quindi rimanevo io. Ma avevo già alle spalle due edizioni consecutive del ‘Processo’, con una settantina di puntate, quindi avevo già fatto un po’ più di pratica.

LE VALLETTE

La stagione '82/'83 è stata saliente: una delle sue signorine si spogliò e lei la licenziò. Lo rifarebbe ancora?

Innanzitutto rispondo a chi dice che le ragazze di Biscardi parlano poco: loro in realtà sono delle padrone di casa, devono principalmente dare la pubblicità.
Quando prendo accordi con loro però dico che non devono mostrarsi diverse da quelle che sono, quindi non devono fare dei calendari o delle cose pornografiche perché, a quel punto, non mi interessano più.

Ma se le proponessero una nuova trasmissione con Simona Ventura, Biscardi si lancerebbe o no?

Io sono molto amico di Simona però ci penserei due volte, nel senso che bisognerebbe vedere che trasmissione fare.

Tra le ragazze che ha portato in trasmissione, ce n’è mai stata una che ha parlato di calcio e che le ha fatto pensare: “Questa ne sa più di tanti altri”?

Ce n’è stata una storica che è diventata poi parlamentare europea: la moglie di Scirea, un’icona del calcio, che sapeva parlare e ne capiva veramente.
Mi ricordo che il direttore di rete di allora, Guglielmi, mi chiese: “Come mai hai fatto questa scelta?” Era rimasto impressionato perché non avevo preso la ragazzina fighetta e basta, avevo preso una bella donna con i suoi anni, ma l’avevo scelta proprio perché era Mariella Scirea.

IL PRESIDENTE PERTINI AL “PROCESSO”

Nella stagione '82/'83, anche la storica diretta con Pertini. Come andò?

Andò che io mi ero messo d’accordo con il suo staff per un collegamento da Selva di Val Gardena per la prima trasmissione dell’anno.
Il Presidente poteva cogliere l’occasione per gli auguri a tutti gli italiani. Solo che Pertini non volle mettersi al caminetto che gli avevano preparato il regista e il cameraman. Uscito dal ristorante col colbacco e la sciarpa restò all’aperto i mezzo alla strada per oltre due ore. Poi invece la trasmissione divenne dedicata interamente a lui.
Io gli chiesi pure per che squadra tifava ma il Presidente mi fece il gesto, fu simpaticissimo: “Biscardi mi vuoi fregare ma non te lo dirò mai”.
Poi, non sapendo più cosa chiedergli, mi venne da domandare se ci sarebbero state le elezioni anticipate, di cui si parlava in quei gironi. E lui: ‘‘Mai - gridò - con Pertini presidente le elezioni anticipate non ci saranno mai’’.
Il giorno dopo titoloni a 18 colonne. Poi, siccome gli alpini avevano organizzato in suo onore una fiaccolata, fece tutta la telecronaca della discesa e la utilizzammo a mo’ di sigla.

L’INTERVISTA AL PAPA

Ha fatto storia anche il suo moviolone, ma chi se l’è inventato?

Io con un mio tecnico che si chiamava Luciano Vezzi, a Rai3. Gli chiesi qualcosa di diverso dalla moviola di Sassi su 90mo minuto, qualcosa di più grande, di più rallentato.
Lui mise insieme un accrocchio tecnico, non ci voleva moltissimo, ma lo presentai come qualcosa di particolare per cui la gente pensò che ci fosse un meccanismo diabolico sotto. E quando il Papa subì l’attentato Franco Colombo del Tg1 me lo chiese in prestito. Io risposi no, te lo facciamo noi il moviolone del Papa, tu dacci il filmato.
E così poi lo mandarono, spiegando che era stato fatto col nostro macchinario segreto.

‘Il Papa dal volto umano’, 1979, presentazione di?

Giovanni Spadolini, allora premier. Quando gli raccontai del libro mi disse che non presentava mai libri che non aveva letto e aggiunse pure che gli sembrava molto strano che il Papa avesse concesso un’intervista proprio a me.
Allora gli feci avere il libro, lui lo lesse e nella hall del suo albergo mi scrisse la presentazione a braccio, davanti ai miei occhi.

Così convinse Spadolini, ma come convinse il Papa all’intervista?

Tutto cominciò quando andai a seguire da inviato la coppa dei campioni. Lì c’era spesso la squadra del Legia di Varsavia, di cui era tifoso il Papa, e conobbi il padre spirituale del Legia.
Passarono degli anni e in piazza Risorgimento, a Roma, mi sento chiamare. Era lui, che mi riconobbe, monsignor Kowalski. Era solo, così incominciammo a frequentarci, veniva a casa mia, andavamo insieme alle partite, io gli proposi l’intervista.
Allora lui mi mi disse: “facciamo così, non gli diamo una ritualità, quando il Papa è libero io ti chiamo e facciamo questa intervista”.
Allora io chiamai il vaticanista della Rai, Luca Liguori, e registrammo diverse puntate. Poi le riguardammo insieme e quando le portammo dal Papa per le correzioni il Papa non si trovava: era in cucina con delle suore polacche che gli avevano preparato dei dolci particolari. E tutto quello che disse allora l’ha fatto. Disse: “Io andrò a Gerusalemme” e c’è andato, “Andrò in Cina!” e c’è andato… tutto quello che ha detto ha fatto.

Da allora l’ha più sentito o è rimasta un’esperienza unica?

Accadde questo, che io andai dal Papa con Pavarotti per un’iniziativa umanitaria. Quando mi vide mi chiese: “Lei è americano?” “Ma Sua Santità”, gli dissi io, “sono stato il suo primo biografo!” “Ah sì, sì, testa mia – rise - è proprio vero che sono malato”. E mi baciò.

AMICI E…

Non l’ha baciata ma le voleva bene un tipo difficile, Gianni Brera, il supernordico col molisano. Come è andata?

Intanto diceva che Biscardi deriva dal biscardo, io avevo i capelli rossi e quindi ero un erede dei normanni, i miei nonni avevano fornicato coi normanni. Eravamo molto amici.
Io avevo scritto un libro, ‘Da Bruno Roghi a Gianni Brera’, quindi lo avevo trattato come meritava. Facemmo insieme un’edizione del ‘Processo ai mondiali’, con Zico, la più bella che mi ricordi.

…ANTAGONISTI

Un ricordo su tutti.

La volta in cui Aldo Grasso ci attaccò sul Corriere (allora c’era una bella concorrenza col ‘Giorno’ dove scriveva Brera, forse ci attaccò per quello o forse proprio perché era convinto. Grasso lo stimo molto, è un critico serissimo che mi ha aiutato davvero a crescere), scrisse che eravamo due compari, che Biscardi stava a Brera come Brera a Biscardi e che Brera non poteva non andare al ‘Processo’.
Io lo dissi a Gianni a pranzo al ristorante, ma lui non se ne curò, disse che non l’aveva letto e che ognuno scrive quello che gli pare. Poi andammo in trasmissione. Trasmettevamo dall’Olimpico, i giocatori tardavano a uscire, e mi venne da ricordargli quell’attacco di Grasso.
Lui prima disse che per lui Grasso era un gelataio di Catania, quando gli ricordai che era un professore tagliò corto: 2Allora io dico che Grasso è un pirla".
Il giorno dopo Grasso, per quel grande giornalista e critico che è, scrisse un articolo in cui diceva che Brera gli aveva dato del pirla e ribaltò tutto.

PRIMA LA CORTE DI MAMMA RAI

Il “Processo del lunedì” nasce su Rai3 nell’80, nel '93 passa dalla Rai a Tele+2, come “Processo del lunedì”, nel '96 approda a Tmc, che nel 2000 diventa la7.
La Rai negli anni le ha mai fatto una proposta di rientro decente?

La Rai ha sempre voluto che io tornassi alla Rai. Cattaneo, Lucia Annunziata, Mimun hanno cercato sempre di portarmi in Rai, però io mi trovo bene qui, mi hanno trattato in lungo e in largo.
L’ultima volta, scherzando, Cattaneo ha detto: “Quanto è la penale? Paghiamo pure quella”. Devo dire che Tronchetti-Provera ha detto sempre no. Ma pure la Fininvest mi ha sempre cercato.

POI LA CENA CON BERLUSCONI

A cena con Berlusconi…

Sì, Berlusconi era stato mio ospite al ‘Processo ai mondiali’ e poi organizzò questa cena a casa sua. Io dissi: “Vengo ma porto i miei”. Iinvitai i direttori di giornale che erano stati ospiti con lui e alcuni miei collaboratori.
Stavo seduto tra Letta e Berlusconi e a un certo punto Berlusconi disse: “Lo dico pubblicamente prima che nascano leggende metropolitane. Io tengo a portarmi Biscardi a Mediaset. Se vuole venire lui può avere qualunque contratto perché noi siamo una tivù commerciale e i soldi ai giornalisti non li regaliamo. Posso dargli una cifra grossa perché so che ci rientro”.

E poi?

Io allora guardai i miei e dissi che dovevo portarmeli tutti e mi ricordo che c’era Cerqueti che mi faceva gli occhi. Io gli chiesi: ‘Che dici? Andiamo?" E lui: “Ehhh…”, ammiccava. Ma poi non se ne fece più niente perché raccontai la cosa al mio amico Biagio Agnes. Stava scoppiando la guerra mondiale.

IL RAPPORTO CON LA POLITICA

E’ vero che ha ammesso: “Sono uno degli ultimi giornalisti entrati in Rai con la tessera del Pci”? No, tessera no. Non ho mai avuto tessere. Però venivo da ‘Paese sera’, quindi qualcuno può avere fatto questo collegamento. Io sono entrato molto prima di Curzi, con Biagio Agnes che mi ha chiamato, ed è un perfetto democristiano.

Farebbe un processo solo con dei politici?

Sì, mi divertirebbe molto e loro lo vorrebbero.

Il sondaggio su cosa lo fa?

Sul fatto del giorno. Però avrebbero anche un po’ di paura perché quelli che sono abituati a ingraziarsi il conduttore non l’avrebbero dalla loro parte.

L’AVVOCATO

Qualche problema di conduzione glielo diede la puntata con Gianni Agnelli. Racconta lei?

La Juventus aveva giocato con la fascia del lutto al braccio per la morte del re Umberto in esilio a Lisbona. Apriti cielo, in Italia c’è stata pure un’interrogazione parlamentare.
Allora il lunedì mi chiama il direttore del ‘Corriere della Sera’ e mi dice che l’avvocato vorrebbe replicare alle polemiche… “Come no? Chi non vorrebbe avere l’avvocato in trasmissione?” Mi dà il numero di New York e ci mettiamo d’accordo per la diretta.
In trasmissione lo chiamiamo, gli do subito la parola e lui spiega che il lutto per Umberto era il lutto per un tifoso, non per un monarca, perché Umberto mandava sempre gli auguri ai giocatori ed era tifosissimo, e che questo lutto l’avevano fatto anche per altri tifosi.
Intanto io in trasmissione avevo invitato anche il presidente della Roma, Evangelisti.

E scattò l’attacco sul goal rubato…

Evangelisti era anche ministro di quello che allora era il Ministero della Cultura, del Turismo e dello Sport. Mi dice: “Aldo, posso fare una domanda a quel signore che parla con la erre moscia?” Mi prese un colpo, che modo era di dire?
Allora Evaneglisti attaccò: “Adesso che è rientrata questa tempesta politica, facciamo rientrare pure quella calcistica. Ammetta che ci avete rubato lo scudetto col goal di Turone, che aveva segnato e non era in fuorigioco”. “Beh – rispose Agnelli - questi sono i famosi centimetri. A favore vostro o a favore nostro. Lasciamo le cose come stanno, che sono più belle. Vi saluto!”
Mi spiacque perché sembrava che avessi calcolato tutto, ma io Evangelisti l’avevo invitato diversi giorni prima.

LEGGENDE METROPOLITANE

Da 25 anni le fanno il processo. Partiamo con i benedetti maledetti congiuntivi sbagliati, conditi con strafalcioni veri o presunti. Biscardi, lei ci è o ci fa?

Tutto nasce secondo me dal fatto che io leggo solo il prologo, i titoli, poi improvviso tutto. Sono un istintivo e da quando sono entrato in televisione non ho mai voluto fare un corso di dizione. Me l’aveva consigliato il mio amico Biagio Agnes. Io sono molisano e questa cosa si deve sentire, non sono uno speaker.
Così tanti hanno confuso l’accentuzione dialettica con una sorta di sgrammaticatura voluta. E questo ha dato la stura al fatto che io ci marciassi, un po’ come ha fatto Bongiorno. Ma non è vero. Qualche volta qualche congiuntivo l’ho sbagliato veramente.

Ma ha detto o no: “Qui al processo le polemiche fioccano come nespole”?

Secondo me è una leggenda, però resta di fatto che casomai è un irrobustimento. Non ci trovo niente di strano, perché ‘fioccano’ si capisce e ‘le nespole’ al posto della neve è perché pesano.

Questa è proprio sua: “Non parlate più di tre o quattro alla volta se no non si capisce niente”.

Sì, perché se parlano in due non è un dibattito, sono due monologhi.

Ma è vero che lei aizza gli ospiti durante la pubblicità?

Non c’è bisogno. Nel calcio, come nella politica, ci sono posizioni diverse. Il direttore di un giornale sportivo di Torino che, o credendoci o per ragioni editoriali, sa più degli altri della Juve e del Torino, quando si trova con il direttore sportivo con interessi editoriali di Milano stabilisce una competizione, un contrasto. Non c’è bisogno di aizzarli.

Ed è vero che qualcuno paga per essere suo ospite?

Questo non esiste, forse c’è stato qualcuno che portava la pubblicità del suo giornale.

Altro capo ‘d’accusa’. I suoi capelli. Sono veri? E Se li tinge?

Qui c’è un aneddoto. Quando stavo in Rai avevo la parrucchiera a ore, un giorno quella dell’ora mia si ammala e ne arriva un’altra che inizia a tirarmi i capelli e a farmi male.
Io la fermo e lei tutta rossa mi spiega: “Mi deve perdonare, ma io pettino e trucco sempre Pippo Baudo, che mi ha detto di tirarle i capelli per assicurarsi che non porta il parrucchino”. Allora, Giulia, tirameli.

Fatto, e sono stata perfida. Assicuro gli ascoltatori: Biscardi non porta il parrcucchino. Ma la tinta? Fa sempre la stessa nuance o cambia con l’umore?

Sempre la stessa, identica. E anche la riga, ci litigo col parrucchiere: deve essere sempre la stessa.

Insomma lei ai capelli ci tiene, ma se li cotona, ha qualche segreto?

Macché segreto, dovrei curarmeli di più! Anche la mia parrucchiera me lo dice sempre. Guarda, sono tre settimane che non me li lavo. E poi crescono a una velocità impressionante, sono dei capelli miracolosi.

Meglio la sua tinta o quella di Maldini senior?

Lui è tutta un’altra cosa. Lui se li cura davvero, io non mi curo per niente. La parrucchiera mi dice che dovrei anche usare delle creme per la faccia e io le rispondo: “Ma non ho una pelle bellissima?” E lei: “Sì, ma occorre prevenire…”

In un sondaggio su internet il 60 per cento dei telespettatori la definisce un giullare travestito da conduttore, il 18 un autentico genio della tivù italica, il 16 un barista che discute con i clienti, il 6 un giornalista travestito da giullare. Offeso, divertito o qualcos’altro?

Prendo atto che esiste una frastagliata opinione sul mio ruolo, ognuno ha un po’ di ragione e un po’ di torto.

Quale ragione e quale torto?

Ragione perché essendo un antiformalista io posso anche eccedere o sbagliare bersaglio. Torto perché sono uno serio.

IL PROCESSO, DA PADRE IN FIGLIO

Ha mai pensato cosa farà dopo il processo, s’è mai dato una data?

No. Da giovanissimo pensavo: “Voglio arrivare da pensionato al 2000!”, il 2000 è passato da 5 anni e io ho un contratto fino al 2009.

Ma Biscardi del processo non si stufa mai?

No. Perché io sono semplice, non sono mondano, vivo in modo naturale, senza guardie del corpo o segretari particolari. Sto con la mia famiglia, vado al cinema… se incontro la gente che vuole parlare e non ho impegni ci perdo anche minuti, ore. Mi piace parlare con la gente.

A un successore proprio non ci pensa?

Io dico sempre a mio figlio: “Se tu sarai bravo ‘Il processo di Biscardi’ chi te lo può negare? Si chiama ‘Il processo di Biscardi’, non è precisato il nome”.[/i]

Altra esilarante intervista a Biscardi

27/7/2008 - INTERVISTA
Aldo Biscardi: “In televisione tutti pivelli rispetto a me”
«Cacciato da La7? Li ho mollati io e ho detto no a Rai e Mediaset»

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200807articoli/35157girata.asp

[i]Il mondo è spietato. Tende a dimenticarsi di lui, come di chiunque altro. Ma lui non lo sa. Troppo impegnato a preparare la ventinovesima edizione del suo Processo. L’entusiasmo è quello di sempre, solo un po’ raggelato dalla ripetizione (succede anche ai divi del porno). La nuova valletta («Una russa di 19 anni, la più giovane di sempre»), gli ospiti, la sigla, le bombe. Io non lo dimentico. Ce l’ho nelle vene Aldo Biscardi, come le canzoni di Don Backy e le crostate della mamma. Incontrarlo nella sua casa romana è un brivido forte. Non è il castello del conte Dracula, ma poco ci manca. Lui ti tende la mano con la sinistra cordialità di un Bela Lugosi in versione molisana, la fissità vitrea di un Boris Karloff stile mummia. Sentirlo dire dal vivo, solo per te, «oppezioni», è qualcosa che ti scalda il cuore. Il massimo è quando dal nulla si palesa Regina, la sua tata nera di Bombay, in casa da 37 anni, più del Processo, la faccia solcata da rughe che sembrano il papiro appena sbendato di un rito vudù. Mancano solo Tiziano Crudeli e Ignazio La Russa. «L’ho inventato io come tifoso interista, Ignazio. M’ha fatto un grande regalo l’ultima puntata, m’è venuto in trasmissione che l’avevano appena nominato ministro della Difesa». Non c’è Moggi, ma c’è Poggi, l’autista che lo riporterà a Monteleone, la casa di campagna dove l’aspettano moglie, figli e nipoti, incluso il prediletto Aldo, l’unico altro pelo rosso della famiglia.

Ora Biscardi mi parla del suo libro sul Papa, mi dico e confido. «Nessuno si ricorda che io ho scritto un certo libro. A ditte la verità, sono sempre stato un po’ orso. Te vojo fa’ vede’ ‘na cosa, questo libro sul Papa col quale me so’ fatto la casa in campagna. Diciotto edizioni, tutte le prime pagine dei giornali del mondo». Non ha perso il vizio di essere un pizzico enfatico, Biscardi. Un velo di malinconia solo se gli accenni di Calciopoli… «Famme la cortesia Gianca’, non è che parliamo solo di questo?».

Aldo Biscardi, 78 anni, praticamente indistruttibile. Sta per partire la ventinovesima edizione del Processo.
«Il programma più longevo del mondo, nemmeno Maurizio Costanzo… David Letterman ha fatto 24 anni, un pivello rispetto a me…».

Alla faccia di quelli che pensavano: Biscardi è finito, dopo la cacciata di La7.
«A me non m’ha cacciato nessuno. Me ne sono andato io a fine contratto. Tronchetti era un amico, ci davamo del tu. Mi ha deluso Campo Dall’Orto. Non l’ha mai sentito suo il Processo. E pensare che io, a La7, gli ho fatto avere D’Alema».

Prego?
«Come esperto di vela. Una volta a Porta a Porta, riferendosi a me, davanti a Bruno Vespa, pure lui vivente, disse: ecco il mio datore di lavoro».

A due anni da Calciopoli: quanto è stato duro rimarginare la ferita?
«Ma quando mai? Sono andato a Gold Tv, dove ho fatto il mio più bel Processo di sempre, mi devi credere, il più corale, ospiti come Capezzone, Taormina… Questo non me lo fa’ dire a me, voglio mantenere il mio stile: dopo la mia uscita a La7 fecero “Le partite non finiscono mai”. Beh, lo chiusero a due giornate dal termine. Io facevo il doppio, lo battevo di sette punti. Posso dire delle palle, ma questi sono dati auditel! Come inequivocabile è, ma questo scrivilo tu, che il mio dell’86 è il dopofestival più visto della storia, quando Ranieri vinse con “Non perdere l’amore”».

Vuole dire «Perdere l’amore»?
«Avevo con me Sandro Paternostro e Gabriella Carlucci. Toto Cutugno s’incazzò: Biscardi di canzoni non ne sa nulla. Lo squalificai in diretta. Mi chiese scusa. Un’altra volta, al Processo dei mondiali di atletica, licenziai in diretta Ben Johnson da Toronto, quando scoprii che si era dopato ancora».

Da La7 a Gold Tv, il Processo non fa più notizia.
«Quando facevo dieci milioni su Raitre, parlo di share, al Processo dei mondiali ‘90, me ne sono andato a dirigere lo sport di Tele+, che era una specie di rete fantasma a pagamento. Io so’ fatto così, ho sempre cercato la sfida».

Se il Processo tornasse oggi su una rete nazionale?
«Farebbe i numeri di prima, più di prima. Di quando Pavarotti venne da me al Processo dei mondiali '90 a cantare “Vincerò per te”… Il presidente Manca mi disse “Stai facendo una cosa astrale”. Tornare in Rai? Me lo chiese in diretta Cattaneo al Processo. “Aldo, ricordati che per te la porta è sempre aperta”. Me l’hanno chiesto più volte a Mediaset. Ma mettiti nei miei panni: c’è più soddisfazione a tornare a fare quello che hai già fatto o a lanciare una rete sconosciuta sui giornali nazionali?».

Tornando a Calciopoli.
«Te lo dico col cuore, non me n’è fregato niente. Sapevo come sarebbe andata a finire. Calciopoli l’ho fatta esplodere io al Processo con una puntata contro la Juve, a cui seguì il comunicato della Triade: “Non guardate il Processo”. I fatti stanno con me. Il resto, è solo invidia».

Ha querelato qualcuno?
«I miei figli mi spingevano, ma non è nella mia mentalità».

L’ha avuta dagli arbitri, la querela. Assolto perché il Processo non è una cosa seria.
«Fu travisata la sentenza. Si diceva che il mio non è un processo in senso stretto e non andava giudicato come tale… E poi, ogni volta che uno usciva fuori dal vaso, lo stoppavo: ti prendi la tua responsabilità».

Ha fatto arrabbiare Aldo Grasso. L’ha definita «un genio, non si sa se del male».
«Grasso mi ha fatto un articolo in cui dice di me che sono il più grande giornalista europeo. Mi ha chiesto anche scusa ufficialmente».

Ha fatto credere a Moggi che era lui il critico televisivo del Processo?
«E che ci potevo fare io se lui s’era messo in testa questa cosa? A Moggi io chiedevo solo giocatori e me ne mandava uno l’anno… Ti dico una cosa, non so se lo puoi scrivere, ma il povero Tosatti l’hanno ammazzato quando uscirono quelle intercettazioni. Aveva il cuore malato, fu un dispiacere troppo grande».

Moggi l’ha sentito in questi due anni?
«Me l’ha passato un paio di volte al telefono Tiziano Crudeli».

Voleva venire ospite al Processo?
«No. Né io ci ho mai pensato a chiamarlo. Non avendo più una carica, non m’interessa come opinionista, è un capitolo chiuso».

Si diceva che anche il Moviolone, oltre ai sondaggi, era taroccato.
«Il Moviolone è nella storia d’Italia. Un successo così grande che quando ci fu l’attentato a Wojtyla, mi chiamarono quelli del Tg1: Aldo me lo presti il moviolone? Vogliamo fare il Papa al moviolone. E così fu».

Cambia valletta ogni anno.
«E’ per il gusto della novità. Ho avuto la moglie di Mentana che era brava, Michela di Torrepadula, Corinne Cléry, Marina Morgan, la rossa».

La più conturbante?
«Me la diede Valentino, la baronessa Ana Maria Van Palland. Ho avuto trentacinque vallette, non m’hanno mai beccato con una».

Abile lei o scarsi i paparazzi?
«Fai tu… Non m’hanno mai beccato».

La puntata memorabile.
«Tante. Quella con Sandro Pertini in collegamento da Selva di Cadore. Concordai a fatica un breve saluto agli italiani, rimase tre ore. Alla fine gli chiesi per chi tifasse, e lui: “Biscardi mi vuole fregare, tiè!..”, e mi fece il gesto dell’ombrello… Io sapevo che era tifoso del Genoa».

Risse memorabili. Quella tra Sgarbi, Mosca e Squitieri.
«Al Processo si è detto di tutto, ma mai una parolaccia…».

Squitieri urlò tre volte «e che cazzo…».
«Forse non l’ho recepito…».

La intercettavano già nel '73 quando era a «Paese Sera».
«Evidentemente ero spiato perché avevo le notizie…».

Ne corrono di leggende e maldicenze su di lei.
«Ah sì, dimmi, dimmi…».

Che rubò l’idea del processo a Enrico Ameri.
«Non scherziamo. Fu il grande Gianni Rodari a darmi l’idea del processo applicato al calcio. Grazie a me, tutti seppero com’era fatto Ameri. Diedi a una voce un volto».

Quando disse: le ecchimosi vanno e vengono.
«Avevano massacrato un mio inviato allo stadio. Scrissero il giorno dopo che non aveva niente. Lo feci inquadrare per far vedere che non c’era inganno».

Quando intimò: non parlate più di tre o quattro alla volta.
«In realtà, dissi uno o due alla volta».

Platinette in diretta. Era Platinì.
«Vero. Come quella della pornostar apparsa in uno stadio. Dissi che gli operatori ancora la stavano montando. Succede perché vado a braccio…».

Altra leggenda: Aldo Biscardi sarebbe figlio di Giorgio Amendola. Somiglianza impressionante.
«Questa non l’ho mai sentita… ora faccio ridere mia moglie, gliela racconto».

Biscardi al di là del Processo.
«Faccio il nonno. Tengo una moglie eccezionale. Gioco a bocce con gli amici. So’ bravo a scopa e a tressette, io e Biagio Agnes non ce batte nessuno».

Le mette le mani sul fuoco del calcio oggi?
«Non le metto… però scrivi pure che il mio Processo è sempre lì pronto a vigilare e a denunciare».
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GIANCARLO DOTTO