Simpatico road movie, racconta l’infinita giornata di due spiantati ubriaconi in giro per il Veneto di bar in bar, che ad un certo punto incontrano e coinvolgono nel loro peregrinare un giovane meridionale, studente di architettura.
Niente di speciale a livello tecnico o di intreccio, 100 minuti che volano senza accorgersene. Molto divertente, a maggior ragione vedendolo da local e conoscendo bene posti e situazioni descritte.
I personaggi del “Veneto che produce” ci sono tutti: l’operaio pensionato svuotato dell’identità dopo decenni nella stessa azienda, l’imprenditore finto padre di famiglia, il conte di sto cazzo…ma sono tutti di contorno, il film marcia sui tre protagonisti, soprattutto sulla gran prova di Sergio Romano nel ruolo di Carlobianchi.
Delusione invece Capovilla (personaggio che in generale mi lascia indifferente). Qui aveva tutte le carte in regola per dare una gran prova, fisique du role compreso essendo sfattissimo e panzone, ma a me è risultato troppo impostato: penso non volutamente, è proprio il suo tono di voce usuale che sembra poco naturale, in più il fatto di parlare poco dialetto rispetto a Sergio Romani penalizza il personaggio…peccato, l’ho visto proprio forzato, poco accoppiato col suo partner scenico.
A differenza di @Herr_Bitch ho apprezzato parecchio Capovilla. E’ semplicemente perfetto. Più reale del king direi. Concordo sul Carlobianchi di Romano. A me Sossai piace, una bella ventata sul nostro Cinema. L’infinito bicchiere della staffa.
Praticamente due drughi nostrani che si destreggiano e barcamenano in uno dei territori in cui più è radicata la cultura dell’alcool.
Il film è molto poetico, alterna in continuazione sequenze struggenti e delicate ad altre volutamente grezze e sopra le righe, senza disdegnare qualche spunto quasi surreale. Il mix è riuscito e dà forma ad un’opera secondo me unica, che ha una sensibilità tutta sua e che riesce a parlare in modo originale (e tuttavia privo di disincanto o modalità celebrative) di una condizione e di una tipologia umane ben presenti nel nostro atlante sociale.
Rispetto al precedente Altri cannibali Sossai abbandona certe soluzioni legate ad uno stile prettamente documentaristico, che appesantivano un pochino la narrazione, senza però rinunciare ad uno sguardo osservatore e ad un cinema in grado di rappresentare certi aspetti della realtà che spesso all’interno di un film di fiction passano inosservati.
a me più di tanto non ha colpito. Ha buoni momenti e buone battute qua e là, ma non mi ha preso. Miglior film dell’anno per me 40 secondi (manco nominato).
40 secondi gran film, senza dubbio, per me, ma più “semplice”. Gheghi era candidato come attore principale. Il film di Sossai ti entra dentro se ti riporta a situazioni vissute, soprattutto se non si è giovincelli. Ed io, mi sembra piuttosto evidente, non lo sono.
Mah io un premio me lo immagino dato a un film che va al di là del filmico, qui non ci ho visto niente di particolare, commedia bella e divertente ma finisce lì.
Gli altri, perlomeno dagli spezzoni che ho visto nel video della premiazione linkato sopra, sembravano avere un qualcosa in più in tal senso…sembravano, invece a quanto pare no.
Anch’io non capisco tutta quest’eccitazione e questo gridare al capolavoro rispetto a un film che parla abbondantemente di cose totalmente risapute da tempo, se non ormai scontate in modo usurato: alludo allo stordimento da alcool come pratica rituale che compatta identità in scacco e di un paesaggio, gioiosamente bucolico in un tempo irrimediabilmente perduto ed ora uniformato come città diffusa, vale a dire senza alcuna densità e peculiarità distintiva, appunto, dato il forsennato ed irreversibile spreco di suolo e risorse naturali, messo in atto in modo scientificamente criminale dalla seconda metà del 900 in poi. C’è una scena chiave in cui tutto questo è esemplarmente messo in immagini: una veloce panoramica a volo d’uccello, fatta col drone, su una porzione annebbiata di una qualunque e indistinguibile parte di questa massa informe di città diffusa (che può essere sita invariabilmente in una qualunque provincia del Veneto), che poi sfocia nell’indistinto sbiancamento totale da nebbia pervasiva, in cui non si scorge nulla e ci si perde in maniera depressiva, ma senza alcun trastullo alcolico. Già quarant’anni fa Bernardo Secchi analizzava nei suoi libri il tema urbanistico della disseminazione dissipativa della città diffusa del Veneto.
beh…e la Lombardia come la mettiamo in quanto a citta’ diffusa..?o la Romgna,ma l elenco potrebbe essere molto lungo(non per campanilismo ci mancherebbe,sono il primo critico verso la mia regione)
Per esperienza personale di vita, Milano e Desenzano, direi che la città è decisamente diffusa. Se poi cerchiamo qualcosa di “nuovo” o addirittura da inventare direi che il cinema è come la moda. Non s’inventa nulla, tutto ritorna ciclicamente. W Sossai perchè di altri che portano incassi la cinematografia italiana, quella buona naturalmente, non ne ha bisogno da anni. Parere mio. Ciao.
Semplicemente credo che questo film tocchi molto le corde di alcuni e meno le corde di altri.
Io in questo film ho riconosciuto luoghi, dinamiche ed alcuni personaggi “quasi mitologici” simili a certi incontri ed episodi che ho esperito veramente durante il mio percorso di vita, e le corde emotive me le ha toccate.
Inoltre, mi ripeto, in certi frangenti l’ho trovato un film molto poetico.
Non mi scandalizzo che abbia vinto un premio importante, anzi, mi rallegro.
Concordo pienamente: un film che é un po’ un’anomalia nel panorama italiano e che fa piacere vedere, una volta tanto, ricompensato.
I protagonisti del film poi scaldano il cuore per la loro autenticità e veracità, tanto plausibili da ritrovarvi facilmente i tratti di persone conosciute e allo stesso tempo di anonimi avventori di una taverna fuori mano!
Ad avercene di film cosi!