Le ragioni del giudice Tosti

Non c’è peggior sordo, o peggior mulo, e quel che segue.
E’ così difficile capire che in Francia, visto che non c’è la - chiamiamola così - usanza di esire simboli cattolici nei luoghi pubblici, lo stato Laico può permettersi di vietare ai musulmani di fare altrettanto, cioè nella fattispecie di girare nelle scuole con la faccia coperta dal velo? E’ ovvio che i musulmani protestino, ma non possono in questo caso lamentarsi che lo stato, come avviene invece in Italia, li discrimini favorendo un’altra religione. Giusta o sbagliata - le opinioni sono come il buco del culo, ognuno ha il suo - la legge francese, promulgata da un pericoloso sovversivo come Chirac, vale per tutti, e non privilegia nessuna religione a scapito di un’altra. Chiaro, limpido, lineare.

Sul principo di non fare favoritismi potrei pure essere d’accordo, specialmente in considerazione del fatto che in Francia non c’era il precedente legale italiota (io non ne ero a conoscenza, ringrazio ancora Mark per i chiarimenti legali). Il problema è che l’abbigliamento è qualcosa di personale, che uno porti il turbante o la medaglietta di S. Cristoforo trovo ingiusto vietarglielo. Sarò ingenuo, che ti devo dire? Per questo facevo l’esempio del comodino e della parete che tanto ti ha disgustato; son due cose diverse, resto dell’idea che impedirti di indossare gli abiti che vuoi (fermo restando che il tutto deve avvenire senza offendere il pudore altrui, mica si può girare con la nerchia di fuori) sia un atto illiberale, ben diverso dal proibire o meno l’ostentazione di un oggetto sacro in un luogo pubblico (che alla fine non mi fa nè caldo nè freddo; sono cattolico ma non sento il bisogno di questi simboli esteriori, come giustamente dicevi tu la fede è un fatto interiore). E resto dell’idea che da noi sarebbe più utile eliminare l’obbligo del crocifisso nei luoghi pubblici (comunque in tante scuole dove ho insegnato non si usa più) lasciandolo come atto facoltativo anzichè vietarlo. Poi magari sbaglierò, ma ora come ora è così che la vedo (fermo restando che potrei cambiare idea, di fronte ad argomentazioni ragionevoli).

Qui il sottoscritto ha sempre e solo parlato di luoghi pubblici, di comodini e di altre consimili amenità ha parlato solo tu.
Molte idee ma confuse: il premio “Antonio Socci” non te lo leva nessuno.

Considerato che ad ogni mia argomentazione (e ribadisco che l’esempio del comodino è tutt’altro che assurdo, visto che la legge franzosa pretende addirittura di spiegarti come vestire) hai replicato con dileggi vari nella miglior tradizione pannelliano/bonino/capezzonesca, scegli tu il premio che preferisci (giusto per rimanere in tema “tre muli”). Mi limiterò a lasciar perdere gli esempi e ribadire il concetto chiave: una legge che vieti ai cittadini di ostentare simboli religiosi è una forma di cenzura. E io sono contrario alla cenzura; ergo, lasciamo stare i franzosi e cerchiamo una soluzione ragionevole alla questione del crocifisso in Italia. Il resto, come tu stesso hai rilevato, è fuffa da talk-show o al limite propaganda elettorale (Socci non è il solo a esternare minchiate; da un po’ di tempo in qua pure i suoi laicissimi detrattori mi provocano i conati, facendomi venir voglia di votare democristiano per principio).

Dici e ti contraddici, accampi teorie in base a non meglio identificati programmi televisivi, e poi, colto in castagna, ti lamenti per i giusti dileggi che le tue incoerenti prose provocano in me?
Il tuo problema è che sei (male) abituato ad esibirti in autentici monologhi, a lasciarti andare a discutibili affermazioni apodittiche, ad assumere pose da tuttologo in s.p.e., agli “ipse dixit” di mulesca e imperiale memoria. Te lo meriti tutto il premio “Antonio Socci”.

Tuttologo? Non mi pare. Dico quel che penso senza peli sulla lingua, e se li ho non sono i miei (e poi, che vorrebbe dire “tuttologo”? Qui ci sono stanze a tema e non è che si debba essere esperti in chissà cosa per entrarci. In tal senso sei tuttologo quanto noi). E ho l’abitudine di ascoltare le opinioni altrui (comprese quelle che non condivido) rispettandole, i dileggi da vecchia zia capezzoniana li trovo noiosi. Oltretutto i “non meglio identificati programmi televisivi” dicevano in sostanza le stesse cose riportate da Mark nel suo link, ma sostenevi che fossero cazzate. Oltretutto ancora non capisco dove starebbe il mio contraddittorio: non ho forse chiesto se la legge franzosa certi distinguo (che a me paion sacrosanti, tu stesso hai ammesso che la parete di un pubblico locale e la persona coi suoi effetti personali son cose diverse) li faccia; e mi pare evidente che la risposta sia no, visto che addirittura una ragazzina islamica che vada a scuola il velo non lo può indossare. M’hai ricordato Pannella nei suoi momenti migliori, sempre pronto a denigrare e irridere i suoi malcapitati interlocutori. Se io merito il premio Socci (perchè, poi? Mai condiviso il suo integralismo cattolico), a te la nomination per l’Oscar Bonino non la leva nessuno. :grattarol

Sei pleonasticamente verboso, non mi va di infierire.
Non ti piace il premio “Antonio Socci”? Allora pigliati quello “Rosy Bindi”, ma basta co’ 'sti incoerenti sproloqui da tuttologo (dai che lo sai che vuol dire), per pieta!

Rosy Bindi ve la siete associata voi al governo, quindi ve la godete tu e Capezzonio. Ossequi. :tuchulcha :heart: :gratold

Anche quando non sei pleonasticamente verboso dici cazzate. In questo almeno sei coerente.

P.S. Con comodo poi mi spiegherai cosa c’entrano col sottoscritto Pannella, Bonino, Capezzone, il governo e tutte quelle altre menate.

Hm, com’è che avevi detto? Ah, sì: leggi fra le righe.:wink:
Propongo comunque di lasciare libera la pazina per futuri aggiornamenti sulla vertenza legale che ovviamente fornirai tu. Per il resto continuiamo a strambottarci privatamente, com’è d’uso in simili frangenti.

Bravo, hai aggiunto un’altra figurina di merda al tuo album. Devi esserne fiero.
Le etichette, se ti piacciono tanto, inizia a metterle a barattoli di pelati, che magari ti sono più familiari.

Le etichette me le hai messe tu: pleonastico sparacazzate, tuttologo… non vedo perchè non potrei restituirti il favore, quindi che ti piaccia o no te le tieni. Comunque il thread è tuo, e lascio che te lo mandi avanti come credi. Mi scuso con gli altri forumisti (chi mi vuol badreputare si accomodi pure, in fondo lo merito) e mi levo dalle palle.

Aritanga con le cazzate! Aspetto ancora la risposta al mio post scriptum, figurinaro.


MEMORIA DIFENSIVA

17 GENNAIO 2007

Al Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione

Dott. MARTUSCIELLO Vittorio

Piazza Cavour

00193 Roma

Oggetto: Interrogatorio dell’ 1.2.2007: memoria difensiva nel procedimento disciplinare n. 14.753/37/06 SD4A a carico di Tosti Luigi.

Egregio dott. Martusciello,

La ringrazio per aver fissato con sollecitudine l’udienza di mia audizione. Peraltro, dal momento che l’incolpazione è imperniata su frasi estrapolate da una lettera, e dal momento che le condizioni economiche non mi permettono di sobbarcarmi ulteriori spese di viaggi e di difensori, che giammai mi verranno rimborsate, le preannuncio che quasi sicuramente non mi presenterò per l’udienza del 1° febbraio, ritenendo sufficiente addurre, a mia discolpa, quanto segue.

L’accusa che mi viene mossa è la seguente:

"per avere, essendo tuttora sospeso dalle funzioni e dallo stipendio nel quadro del procedimento disciplinare a suo carico n. 22/05/SD4A P.G. Cass., gravemente mancato ai doveri, tenendo comportamento non corretto nei confronti dei giudici del Tribunale di L’Aquila, precipuamente esprimendosi, in taluni passaggi dell’esposto in data 5/09/2006, in violazione dei criteri di equilibrio e di misura, in guisa da compromettere la credibilità personale, il proprio prestigio e decoro, nonché il prestigio dell’istituzione giudiziaria.

Afferma, nel dettaglio, tra l’altro, il dott. Tosti: "Ribadisco, poi, che nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell’unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un’Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel “loro” idolo.

Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e “religiose” dello Stato Cattolico Italiano."

Concludendo, poi, il predetto magistrato, trasgredendo a dismisura i menzionati doveri di correttezza ed equilibrio:

“Complimenti alla “logica” ed all’impudenza. Credo proprio che per chiudere “degnamente” i processi a mio carico in quel de L’Aquila sarebbe opportuno che la futura formazione dei Collegi giudicanti fosse demandata al Vaticano, alla C.E.I. ed all’Opus Dei: sempreché, ovviamente, non si voglia scomodare la Divina Provvidenza in persona”.

Preliminarmente contesto che possa esservi una qualche “pertinenza” ed un qualche “nesso” tra l’addebito che mi viene mosso e la circostanza che esso sarebbe stato commesso “essendo io sospeso dalle funzioni e dallo stipendio nel quadro del procedimento disciplinare a suo carico n. 22/05/SD4A P.G.”. Mi chiedo se nell’ottica dell’incolpante si tratti di un’aggravante: e gradirei chiarimenti sul punto.

Secondariamente rilevo che la mia lettera del 5 settembre 2006 non è un “esposto”, ma una “richiesta”, quale PRIVATO CITTADINO, di rimozione del simbolo cattolico da tutte le aule giudiziarie italiane, nonchè di accesso agli atti relativi ad un precedente esposto" che ho indirizzato al Ministro di Giustizia Castelli.

Questa mia puntualizzazione non ha intenti cavillosi, ma serve per evidenziare la la superficialità con la quale la mia “richiesta” è stata letta e gli intenti puramente ritorsivi che sono scaturiti dalla sua lettura. Non si giustificano, altrimenti, la non curanza nei confronti delle mie istanze di cittadino -non ho infatti ricevuto alcuna risposta in merito alle mie istanze- e che la mia lettera, per contro, sia stata utilizzata al solo scopo di congetturare cervellotiche accuse disciplinari, dopo averla sottoposta alla meticolosa e mirata analisi degli ispettori.

Chiusa questa premessa, respingo nel modo più categorico l’accusa di aver tenuto un comportamento non corretto nei confronti dei “giudici del tribunale dell’Aquila” attraverso le due frasi che sono state estrapolate dalla lettera del 5.9.2006.

In realtà è ben evidente -e l’ho già denunciato nello scritto precedentemente indirizzatole- che questa incolpazione scaturisce dalla circostanza che il Ministro di Giustizia On.le Clemente Mastella, cattolico, compulsato dall’ On.le Francesco Storace, anch’egli cattolico, non ha verosimilmente gradito che io abbia preso le difese del Giudice dell’Aquila dott. Mario Montanaro, che è stato vittima di un ingiusto linciaggio anche da parte di Alte istituzioni statali, per aver osato rispettare la Costituzione italiana e i diritti costituzionali di eguaglianza e di libertà religiosa di un cittadino “musulmano”.

Evidentemente, il Ministro di Giustizia e l’On.le Francesco Storace non hanno gradito che io abbia riportato, fedelmente, le gravi, gratuite ed offensive dichiarazioni della Chiesa, di numerosi politici italiani e di personaggi istituzionali con le quali si è ignobilmente bistrattata la dignità e la professionalità del Giudice de L’Aquila dott. Mario Montanaro, la cui unica colpa, ribadisco, è quella di aver fatto applicazione della Costituzione italiana e di aver accordato ad un cittadino musulmano la stessa dignità e gli stessi diritti che lo Dittatura Fascista, allora, e lo Stato democratico, oggi, accordano ai cattolici.

Denuncio, pertanto, la palese persecutorietà del presente procedimento disciplinare, che appare strutturato sul sistema, pluricollaudato, dell’estrapolazione gratuita delle frasi e della censura della libertà di pensiero e di critica, approfittando della circostanza che qualsiasi magistrato può essere accusato, grazie alla assoluta indeterminatezza dell’art. 18 della legge sulle guarentigie, anche di comportamenti riferibili alla SFERA PRIVATA, ivi incluso l’esercizio di diritti costituzionali e di diritti inviolabili che, sino a prova contraria, competono “anche” ai magistrati.

Estremamente significativa è la circostanza che, non potendo io essere attaccato sotto il profilo della professionalità e dell’onestà (non sono né un corrotto né un incapace), si sia cavalcata l’onda del supposto difetto dei “criteri di equilibrio e di misura” e delle FALSE (ribadisco: FALSE) accuse di “OFFESE” alla categoria dei Magistrati, recentemente utilizzate in sede di formulazione di un parere negativo per la mia progressione economica.

Estremamente significativa è la circostanza che la “tecnica” dell’estrapolare frasi scritte in lettere PRIVATE, che poi vengono connotate di “sconvenienza”, sia stata già utilizzata -ai miei danni- dai SOLI Ministri di Giustizia (GIAMMAI DALLA PROCURA GENERALE DELLA CASSAZIONE), nell’ambito di uno stillicidio persecutorio che si è protratto, per almeno sette anni, per aver io osato denunciare FATTI ASSOLUTAMENTE VERI, cioè abusi e falsità perpetrate da inquirenti nell’ambito di intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Estremamente significativa è la circostanza che il Primo Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dott. Zucconi Galli Fonseca, oggi in pensione, mi abbia fatto sapere a suo tempo, per il tramite dell’Avv. Corrado Zucconi Galli Fonseca, che era meglio che stessi tranquillo perché al Ministero di Giustizia c’era qualcuno che non mi voleva particolarmente bene.

Estremamente significativa è la circostanza che un ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, parlando con sollievo della sua decisione di andare in pensione, abbia esternato a me e a mia moglie, Protti Emilia, la sua nausea per le modalità, mirate a colpire personaggi-bersaglio già individuati, con le quali venivano disposte certe ispezioni in alcuni uffici giudiziari. In pratica: caro ispettore, vai a fare un’ispezione al Tribunale di Canicattì: lì c’è il dipendente “Rossi”, vedi di trovare qualcosa a suo carico.

Chiusa questa premessa, passo alla disamina, separata, delle due frasi che sono state estrapolate da una lettera PRIVATA e che si asseriscono offensive e denigratorie dei giudici del Tribunale dell’Aquila.

PRIMA FRASE INCRIMINATA:

"Ribadisco, poi, che nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell’unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un’Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel “loro” idolo.

Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e “religiose” dello Stato Cattolico Italiano."

Innanzitutto respingo -siccome assolutamente gratuita ed infondata- l’accusa che io abbia “offeso” (??) i “giudici dell’Aquila” (??) perché, nella mia qualità di IMPUTATO -e non di giudice- ho chiesto nella mia lettera del 5 settembre scorso al Ministro di Giustizia Mastella -così come peraltro avevo più volte chiesto al precedente Ministro Castelli- di rimuovere i crocifissi da tutte le aule di giustizia italiane (e non dal solo tribunale dell’Aquila!!) perché, altrimenti, mi sarei rifiutato “di farmi processare (id est: di comparire e presenziare all’udienza) da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell’unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un’Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel “loro” idolo”.

Sottolineo, innanzitutto, che questa mia frase descrive la VERITA’ della situazione delle aule dei Tribunali italiani e rispetta, inoltre, i requisiti della pertinenza e della continenza: quindi essa è priva di qualsiasi valenza “diffamatoria”.

Essa è stata poi espressa e formulata nell’ambito dell’esercizio del mio diritto di difesa, riconosciutomi sia a livello costituzionale (art. 24) che nell’ambito della Convenzione per la salvaguardia dei diritti del’uono (art. 6 L. 848/1955), senza che sussista alcuna deroga di legge che limiti questo mio diritto fondamentale, ex art. 15 L. n. 848/1955. E, in effetti, la mia richiesta di rimozione dei crocifissi mirava e mira, come ho ampiamente e diffusamente argomentato nella memoria difensiva che ho poi indirizzato al GUP dell’Aquila ed alla S.V. (e che indirizzerò alla Corte di Appello), a precostituire la prova documentale del rifiuto di rimozione dei crocifissi da parte dell’attuale Ministro di Giustizia: presupposto, questo, necessario ai fini del caldeggiato conflitto di attribuzione. Come la S.V. ha potuto infatti constatare, io ho esposto, nella memoria che ho indirizzato al GUP e a Lei per conoscenza, le motivazioni giuridiche per le quali, intendendo io legittimamente rifiutarmi di presenziare all’udienza a causa della presenza generalizzata dei crocifissi nelle aule di giustizia italiane, il GUP dovrebbe sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.

La richiesta di rimozione dei crocifissi del 5.9.2006, pertanto, nient’altro è se non la reiterazione, pedissequa, di altrettante identiche richieste che avevo inoltrato al precedente Ministro di Giustizia On.le Roberto Castelli che, guarda caso, giammai si è sognato di promuovere procedimenti disciplinari.

Ribadisco, poi, che la stessa identica frase che mi viene “censurata” è stata da me usata, per ben due volte e nella stessa identicissima formulazione, nella memoria difensiva che ho inoltrato al GUP ed alla S.V., sicché logica e coerenza imporrebbero che io venga nuovamente incolpato per aver ripetuto che “nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa…etc. etc.”.

(CONTINUA)

Ma c’è di più. La frase che è stata “censurata” è stata in realtà da me scritta in numerosi precedenti atti (lettere, ricorsi, memorie, etc.), senza che alcuno abbia avuto OVVIAMENTE nulla da ridire.

Cito per ora questi brani, che sono stati tratti dai seguenti 4 documenti:

1°) memoria per l’udienza dibattimentale del 18.11.2005:

        A pag. 19 così mi esprimo: "mi è stato imposto di esercitare le mie funzioni pubbliche e le mie attività lavorative "in nome di un simbolo religioso nel quale non solo non si identifico, ma dal quale mi sono dissociato apertamente per tutte le gravissime implicazioni di criminalità, di genocidio, di intolleranza, di torture, di assassini, di razzismo, di schiavismo, di superstizione, di abuso della credulità popolare, di oscurantismo e di prevaricazione dei diritti umani e politici dei cittadini legati alla nefasta storia della Chiesa cattolica Romana"; mi è stata imposta l'osservanza della circolare fascista del 1926, cioè la "venerazione e il solenne ammonimento di verità e giustizia" del "crocifisso", presente in aula ed incombente sulla mia testa, in totale spregio della mia avversione religiosa nei confronti di qualsiasi forma di assurda, inconcepibile ed anacronistica "idolatria";

        A pag. 33: "Il crocifisso e il suo valore simbolico. La legge dispone che gli unici simboli nazionali che debbono essere esposti nei locali pubblici sono la "bandiera tricolore" e l' "effige del Presidente della Repubblica". La ratio evidente dell'esposizione dei simboli nazionali nei luoghi pubblici -ove i poteri pubblici esercitano, pubblicamente, funzioni pubbliche- è quella di evocare e trasmettere, appunto in forma simbolica, un messaggio solenne di questo tenore: "in questo luogo istituzionale la funzione pubblica è esercitata dal pubblico funzionario, nei confronti dei cittadini italiani, in nome del popolo italiano, il quale popolo si identifica, appunto, nella sua bandiera e nel ritratto del suo Capo supremo, il Presidente della Repubblica. Esporre, pertanto, nei luoghi pubblici i "crocifissi" -cioè i simboli religiosi "partigiani" che identificano solo i cattolici- significa, necessariamente, evocare, affermare e trasmettere quest'altro messaggio solenne: "in questi luoghi pubblici i pubblici funzionari esercitano i loro poteri pubblici, nei confronti di tutti i cittadini italiani (anche) in nome del Dio dei cattolici". Questo valore evocativo del messaggio può legittimamente risultare intollerabile, sia per i cittadini non cattolici che lo subiscono sia per i funzionari non cattolici che sono costretti a trasmetterlo: infatti, l'esercizio delle pubbliche potestà deve essere, in uno Stato non confessionale, del tutto neutro ed imparziale. L'intollerabilità ideologica di "questo" messaggio, evocato dal crocifisso, può essere parificata a quella che sarebbe evocata dall'esposizione, nei luoghi pubblici, di qualsiasi altro simbolo "partigiano". Si ipotizzi, ad esempio, il caso estremo della "croce" uncinata nazista e ci si interroghi, poi, se non sarebbe lecito che "coloro che non si identificano in quel simbolo" ne possano chiedere a buon diritto la rimozione e, in caso contrario, possano rifiutarsi di partecipare agli atti pubblici compiuti in suo nome.";

2°) Atto di appello del 27.1.2006:

        A pag. 6 così mi esprimo: "con riferimento alla mia veste di "imputato" ho dedotto che l'amministrazione della "giustizia" da parte di giudici organizzati in modo "partigiano" -che cioè esercitano le funzioni giurisdizionali identificandosi in modo plateale nel crocefisso cattolico appeso sopra la loro testa come "simbolo venerato, ammonimento di verità e giustizia" (tra l'altro proprio in relazione a fatti collegati all'imposizione del crocifisso nel luogo di lavoro)- viola il principio di laicità dello Stato e, quindi, il mio diritto ad essere giudicato da strutture giudiziarie imparziali ed indipendenti";

        A pag. 37: "io non accetto, nella mia qualità di magistrato, di subire la lesione delle mie prerogative costituzionali di imparzialità, di neutralità e di indipendenza a causa dell'imposizione, da parte del Ministro di Giustizia, di un simbolo religioso partigiano, che cioè non identifica affatto lo Stato italiano e l'unità nazionale: ho prestato giuramento alla Costituzione Repubblicana -e non al Pontefice- e non intendo pertanto calpestarla né, tantomeno, intendo subire la limitazione della mia prerogativa di indipendenza o la violazione del principio supremo della laicità dello Stato, soggiogandomi supinamente all'imposizione coattiva del crocifisso da parte del Ministro di Giustizia";

        A pag. 40: "Il crocefisso che mi viene imposto come "simbolo venerato, solenne ammonimento di verità e giustizia", non può essere parificato al crocifisso che qualsiasi frequentatore delle aule può legittimamente portare al collo, ma è il crocefisso che fa parte integrante della struttura pubblica e che serve per connotare le mie funzioni giurisdizionali, agli occhi del pubblico e di tutti gli operatori giudiziari (avvocati, imputati, testimoni etc.), di cristianità: sicché io appaio ai loro occhi come colui che sta amministrando la giustizia, oltre che in nome del popolo italiano, anche in nome del crocifisso";

        A pag. 42: "io non tengo a casa mia i crocifissi e detesto qualsiasi forma di idolatria: esigo dunque di non essere costretto dal mio datore di lavoro a subire l'imposizione del crocifisso nel luogo di lavoro, peraltro pubblico, anche perché detesto il crocifisso per tutti i gravissimi misfatti che sono stati perpetrati, in suo nome, dalla Chiesa Cattolica e dai cristiani in millenni di storia; io non tollero di dovermi ideologicamente identificare nel Dio dei cattolici, che mi viene imposto al di sopra della mia testa quale "solenne ammonimento di verità e di giustizia".

3°) Lettera al Ministro di Giustizia Castelli 1.5.05:

        Così mi esprimo a pag. 10: "Esporre, pertanto, nei luoghi pubblici i "crocifissi" -cioè i simboli religiosi "partigiani" che identificano solo i cattolici, significa, concretamente, evocare, affermare e trasmettere quest'altro messaggio solenne: "in questi luoghi pubblici i pubblici funzionari esercitano i loro poteri pubblici, nei confronti di tutti i cittadini italiani (cattolici e non cattolici), in nome del Dio dei cattolici". Questo valore evocativo del messaggio è intollerabile, sia per i cittadini non cattolici che lo subiscono sia per i funzionari non cattolici che sono costretti a trasmetterlo: infatti, l'esercizio delle pubbliche potestà deve essere, in uno Stato non confessionale, neutro ed imparziale. L'intollerabilità ideologica di "questo" messaggio evocato dal crocifisso può essere parificata a quella che sarebbe evocata dall'esposizione, nei luoghi pubblici, di qualsiasi altro simbolo "partigiano" (si ipotizzi il caso estremo della "croce" uncinata nazista)";

        A pag. 16: "dal momento che ho giurato fedeltà alla Repubblica Italiana ed al Popolo Italiano -e non al Papa, cioè ad un Monarca di uno Stato straniero- non intendo più esercitare le mie funzioni e le mie mansioni sotto l'incombenza di un idolo cattolico e in nome di un Dio nel quale non mi identifico minimamente: i simboli ai quali ho prestato giuramento di fedeltà sono la bandiera tricolore e l'effige del Presidente della Repubblica. Solo in questi mi identifico e solo in nome di questi intendo svolgere le mie pubbliche funzioni. Ribadisco, peraltro, che a casa mia non espongo, non tengo, non venero e non adoro alcun idolo cattolico. Pretendo, pertanto, di non essere costretto, nel luogo di lavoro e nell'esercizio di pubbliche funzioni, a soggiacere all'imposizione di crocifissi, di madonne, di santi o di reliquie "miracolose".

E allora? Perché mai -mi chiedo e chiedo- il Ministro Mastella e l’On.le Storace si sarebbero infiammati e “indignati” per questa mia frase e per questo mio pensiero, che avevo già esposto in numerosi altri scritti? Quale cervellotica valenza “diffamatoria” si è voluta cogliere in questa frase, che è stata scritta in numerose altre lettere ed atti defensionali, con i quali non ho fatto altro che ribadire quello che la Corte di Cassazione e, oggi, anche lo stesso CSM hanno sentenziato: e cioè che il crocifisso, quale simbolo “partigiano” -e cioè " di parte"- pregiudica la neutralità e l’imparzialità dei luoghi dove la Giustizia è amministrata e, quindi, lede il principio supremo di laicità dello Stato che si sostanzia, appunto, nella neutralità, imparzialità ed equidistanza dei funzionari e, a maggior ragione, dei giudici?

In attesa di avere risposte, ovviamente scritte, ricordo che i crocefissi non sono oggetti di arredamento ma simboli religiosi che valgono ad identificare una sola religione: quindi i giudici che giudicano sotto l’incombenza dei crocifissi, imposti dal Ministro di Giustizia, si identificano necessariamente in quel simbolo partigiano, così come si identificherebbero nell’ideologia “partigiana” del nazismo o del comunismo, nell’ipotesi in cui il Ministro imponesse loro la svastica o la falce ed il martello.

E’ quindi nient’altro che una constatazione banale il fatto che l’imposizione, da parte del Ministro di Giustizia, dei crocifissi ai giudici ha l’effetto di renderli “partigiani” perché -come ho chiaramente detto in termini esplicitissimi- questo fa sì che i giudici finiscano per identificarsi in questi simboli partigiani, appesi sopra la loro testa.

Non accetto, dunque, che questa mia frase e questo mio pensiero -che sono stati scritti e ribaditi in numerosissimi altri atti difensivi- vengano capziosamente utilizzati dall’On.le Storace e dal Ministro Mastella per asserire che essi suonano offensivi nei confronti dei “giudici del tribunale dell’Aquila”.

In realtà è di un’evidenza a dir poco lapalissiana che la frase si riferisce, innanzitutto, a tutti i giudici italiani, ME INCLUSO -e cioè all’intera amministrazione della Giustizia- e non ai “soli” giudici dell’Aquila: prova ne è che la stessa identica questione preliminare avrei prospettato -e prospetterei- se dovessi subire processi in altri uffici giudiziari italiani.

Sottolineo ancora la circostanza che ANCHE IO, nella mia qualità di giudice, ho lungamente accettato, anche se obtorto collo, di identificarmi nei crocifissi impostimi dal Ministro di Giustizia e, quindi, di esercitare le mie funzioni giurisdizionali in modo “visibilmente” “partigiano”: questo, almeno sino al 9 maggio del 2005, data in cui ho iniziato a rifiutarmi, per legittimo esercizio del “diritto alla libertà di coscienza”, di tenere le udienze a causa dell’esposizione generalizzata dei crocifissi e del diniego di esporre il mio simbolo religioso/culturale.

Dunque, se qualcuno vuole attribuire a questa frase una valenza diffamatoria nei confronti dei giudici del Tribunale dell’Aquila, questo qualcuno non solo dovrà spiegare “perché” essa sia “offensiva” (peraltro dei soli giudici dell’Aquila!) ma dovrà anche giustificare “perché” essa non suoni offensiva anche nei miei stessi confronti, dal momento che anch’io, sino al 9.5.2005, ho accettato di identificarmi platealmente nei crocifissi appesi sopra la mia testa.

Che poi io abbia opposto un rifiuto per “libertà di coscienza”, a partire dal 9 maggio 2005, è una mia questione personale, dal momento che io ho ritenuto che fosse per me doveroso esercitare il “diritto di libertà di coscienza” accordatomi dall’art. 9 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo: il che, tra l’altro, non esclude che altri magistrati possano fare altrettanto, anche alla luce della recente decisione del CSM.

Mi corre anche l’obbligo di ricordare -visto che nessuno sembra volerne tenere conto- che la Convenzione per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo (L. n. 848/1955) fu “partorita”, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, proprio allo scopo di evitare che si ripetessero i crimini contro l’umanità che erano stati perpetrati dai nazisti e dai fascisti. Fu infatti per ovviare al ripetersi di simili atrocità che gli Stati contraenti pattuirono che qualsiasi essere umano fosse titolare di diritti individuali inviolabili e che, quindi, i singoli Stati contraenti non potessero più “permettersi” di uccidere, torturare, discriminare o violare o limitare i diritti fondamentali alla libertà di religione, pensiero, comunicazione, associazione etc. etc.

Ebbene, l’art. 9 della Convenzione -che attribuisce a qualsiasi uomo il “diritto di libertà di coscienza” (che nulla ha a che vedere con l “obiezione di coscienza”, che non è neppure un diritto!)- nient’altro è se non la necessaria norma di chiusura che mira a rendere effettiva la tutela di tutti i diritti inviolabili riconosciuti dalla Convenzione.

Ribadisco, infatti, che il “diritto di libertà di coscienza” -così come poi giustamente recepito nella giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione- nient’altro è se non il “diritto di rifiutarsi di obbedire” ad atti normativi degli Stati contraenti che determinino, con nesso causale immediato e diretto, la lesione di diritti inviolabili. Con questa norma, in altri termini, è stato ripudiato l’opposto principio dell’ “obbedir tacendo” e si è accolto, invece, quello del “diritto di libertà di coscienza”, cioè del diritto di disobbedire ad atti normativi di qualsiasi genere (leggi, regolamenti, circolari, ordini etc.) che determinino la lesione di diritti inviolabili.

Il che significa -dal punto di vista pratico- che a qualsiasi uomo -e quindi (e soprattutto) ai funzionari che agiscono in nome e per conto degli Stati contraenti- è data la facoltà di disobbedire a leggi, atti amministrativi, circolari od ordini che li costringerebbero a violare diritti fondamentali altrui o propri: e questo per evitare che si ripetano le atrocità dell’ultimo conflitto mondiale, quando accadde che personale militare e civile, costretto ad “obbedire tacendo” a leggi, regolamenti, circolari o ordini dei Nazisti e dei Fascisti, consumò efferati crimini contro l’umanità.

E non è fuor di luogo ricordare che anche la Magistratura italiana “obbedì”, “tacendo”, alle leggi razziali, ai rastrellamenti degli ebrei e alla loro deportazione, poi sfociata negli stermini.

Pertanto, la circostanza che solo io (almeno per quel che mi consta) mi sia rifiutato di identificarmi nel simbolo “partigiano” del crocifisso, cioè di calpestare il diritto fondamentale dei cittadini di essere giudicati da giudici (visibilmente) “imparziali”, non può essere addotta a mio carico come circostanza infamante né, grottescamente, come mia personale offesa contro non meglio identificati “giudici del Tribunale di L’Aquila”.

Io ho in realtà agito rispettando la mia “coscienza”. Gli altri giudici, se vogliono, sono liberi di seguitare a giudicare sotto l’incombenza dell’idolo cattolico, appeso sopra la loro testa. Non sarò certo io a biasimarli, viste le conseguenze perniciose che ho dovuto subire per il mio rifiuto.

Concludendo, del tutto infondata è l’accusa di aver diffamato i “giudici del Tribunale dell’Aquila”.

Chiedo di conoscere, in ogni caso, le generalità esatte dei “giudici” del tribunale dell’Aquila che, a giudizio dell’'On.le Storace e del Ministro Mastella, io avrei offeso. Mi chiedo: si tratta forse al dott. Mario Montanaro? Non mi sembra proprio, dal momento che ne ho preso le difese, definendolo giuridicamente preparato, coraggioso, imparziale e indipendente, a dispetto della stragrande maggioranza dei politici italiani, delle più Alte cariche istituzionali dello Stato, del Papa, della Chiesa e degli stessi consiglieri laici della Casa della Libertà del CSM, che hanno invece bersagliato questo magistrato con critiche diffamatorie, denigratorie, virulente e, soprattutto, avventate e prive di un supporto critico conferente.

L’incongruità dell’accusa che mi viene mossa balza ancor più evidente se si raffronta questa frase col brano che la precede.

Così, in effetti, mi sono espresso subito prima:

"Ribadisco che nella mia qualità di magistrato mi rifiuto di violare il mio obbligo giuridico di essere e di apparire imparziale, perché ritengo di dover rispettare sia il comma 2° dell’art. 111 della Costituzione che l’art. 6, 1° comma, della Convenzione sui diritti dell’Uomo e, pertanto, mi rifiuto di calpestare il diritto dei cittadini non cattolici e dei cittadini non credenti di essere giudicati da giudici “visibilmente imparziali”.

Appare dunque evidente che io sono partito dalla circostanza -affermata dalla Cassazione e dallo stesso CSM- che un giudice che giudica sotto l’incombenza di un crocifisso è un giudice “visibilmente parziale”: da tale circostanza ho tratto la necessità di rifiutarmi di giudicare i cittadini in modo “visibilmente parziale”.

“Stranamente”, questa mia frase, pur facendo anch’essa riferimento ad un “giudice parziale”, non è stata censurata dagli On.li Storace e Mastella.

E allora mi chiedo: perché dovrebbe essere “censurato” come diffamatorio nei confronti dei giudici dell’Aquila (?!) il proposito, che ho formulato nella frase immediatamente successiva, che "nelle mie vesti di “imputato” mi rifiutavo di farmi processare da giudici “partigiani”, che cioè a causa dell’ostensione del crocifisso sopra la loro testa erano “visibilmente parziali”?

Questa contraddizione degli incolpanti Storace e Mastella è a dir poco grottesca. Quel che è grave, però, è che questa palese contraddizione tradisce quello che ho sopra denunciato: e cioè l’uso strumentale e deviato della potestà disciplinare del Ministro di Giustizia per finalità persecutorie.

Ma c’è molto di più: non posso infatti giustificare che io venga accusato dall’On.le Storace di comportamenti offensivi nei confronti dei magistrati che, semmai, debbono essere attribuiti a lui.

Evidenzio, infatti, che l’On.le Storace, nel propalare a RAI News 24 la notizia che il suo collega ed amico “Ministro di Giustizia Mastella gli aveva assicurato la promozione di azione disciplinare nei miei confronti”, ha anche dichiarato che “nel suo furore Tosti aveva anche scritto il 5 settembre a Mastella la volontà di non farsi processare -beato lui- da giudici partigiani e parziali”.

Orbene, se c’è da ravvisare in questa vicenda qualcosa di offensivo nei confronti dell’intera categoria dei magistrati, questo è da ricercare proprio nell’ intervista rilasciata dall’On.le Storace, peraltro in spregio del mio diritto alla riservatezza: asserire e rimarcare, infatti, che il dott. Tosti ha espresso la volontà, “beato lui”, di non essere processato da giudici “partigiani e parziali”, significa affermare, in modo implicito ma assolutamente chiaro ed inequivocabile, che i giudici, in Italia, sono di regola partigiani e parziali, al punto tale che suonerebbe come ingiustificabile priviliegio la “pretesa” del sottoscritto di essere giudicato da giudici… imparziali.

E allora mi chiedo e chiedo: sarebbe questo il “pulpito” dal quale proviene la predica nei miei confronti? Sarei io, cioè, quello che si dovrebbe vergognare, al cospetto dell’On.le Storace, per aver affermato che un “giudice che giudica sotto l’incombenza dei crocifissi è un giudice partigiano”, che cioè -come ho cura di puntualizzare- è “visibilmente inserito in un’Amministrazione giudiziaria connotata di cristianità e, quindi, confessionale”? Ma siamo pazzi? Ma esiste o no -mi chiedo- un limite alla decenza ed al pudore?

Mi viene però un dubbio: non è, per caso, che l’On.le Storace si è sentito offeso perché ho usato la parola “partigiani”? Forse questa parola gli ha evocato i combattenti -notoriamente antagonisti della sua ideologia politica- che nell’ultimo conflitto mondiale imbracciarono gli stenn e i moschetti per liberare l’Italia, intonando sui monti la canzone “bella ciao”?

Non posso nascondere la mia indignazione di fronte a questa accusa, che è stata peraltro assurdamente sbandierata ai quattro venti dall’On.le Storace, ancor prima che mi venisse contestata, e per la cui comunicazione “in via riservata” sono stato costretto ad allontanarmi dal capezzale di mia madre morente. Vergognatevi Voi: io non mi vergogno.

E non posso esimermi dal rimarcare come il precente Ministro di Giustizia, On.le Roberto Castelli, si sia ben guardato dal promuovermi analoga azione disciplinare, pur avendo io scritto ed espresso le stesse identiche frasi, con gli stessi identici pensieri e con gli stessi propositi, in altre lettere e in altri scritti a lui indirizzati. Il che mi induce ad elogiare pubblicamente il Ministro Castelli che si è rivelato, sotto questo profilo, come un vero gentiluomo.

Ma veniamo alla disamina dell’ultimo brano, che così suona: “Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e “religiose” dello Stato Cattolico Italiano.”

Primo commento: ah, come mi vergogno! Mi chiedo: potrò mai impetrare perdono per cotante “offese” che ho arrecato ai “giudici del Tribunale di L’Aquila”, scrivendo un frase così ricca e piena di triviali insulti, bestemmie e vilipendi?

Messo da parte il sarcasmo, osservo e deduco:

a) è di lapalissiana evidenza che con questa frase ho espresso, nella mia qualità di IMPUTATO e con parole che non integrano turpiloquio, bestemmia o vilipendio, il mio disappunto e la mia preoccupazione per il fatto di dover essere giudicato da giudici che, a causa del linciaggio pubblico, delle pressioni e delle gravissime intimidazioni di cui era stato in precedenza vittima il dott. Mario Montanaro -anche da parte di Alte cariche istituzionali- per aver egli osato affermare l’illiceità dell’ostensione dei crocifissi, subivano fortissime pressioni e fortissimi condizionamenti nella serenità di giudizio nei processi a mio carico, dove avrebbero dovuto decidere la stessa identica questione, col palessimo rischio, dunque, di essere “indotti a condannarmi per non correre loro il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più alte cariche istituzionali, politiche e religiose dello Stato cattolico italiano”;

b) di questa mia legittima preoccupazione ho poi immediatamente fornito una prova documentale schiacciante riferendo, peraltro in modo parziale, la cronologia delle incredibili, vigliacche, allucinanti e vergognose intimidazioni, minacce ed insulti (tutte perpetrate col classico coraggio del branco) di cui era rimasto vittima il povero dott. Mario Montanaro, “reo” di aver “osato” pronunciare una motivatissima e ponderatissima ordinanza con la quale, facendo tra l’altro giustizia di criminali atti di discriminazione religiosa di cui era stato vittima il sig. Emilio Smith, aveva ordinato la rimozione dei crocifissi dalla scuola elementare di Ofena.

        E allora mi chiedo, innanzitutto: che "ci azzeccano" i "giudici del Tribunale di L'Aquila con questa mia frase "incriminata"? Non è forse evidente che questa mia preoccupazione si riferisce a qualsiasi giudice italiano, e non ai SOLI giudici dell'Aquila?

        In che cosa consisterebbe, poi, il disvalore deontologico che gli On.li Storace e Mastella hanno ravvisato in questa mia frase? Non è forse VERO che il dott. Mario Montanaro è stato fatto oggetto di intimidatorie ispezioni ministeriali, di minacce di morte e di un coro di avventante ed oltraggiose critiche per aver osato ordinare la rimozione dei crocifissi? E non è forse vero che in seguito a quella ordinanza si sono innescate incomposte reazioni di fanatismo religioso che hanno condizionato l'esito di quel giudizio e di altri analoghi giudizi? Ma si può tollerare che in un Paese che pretende di essere considerato "civile" i giudici debbano subire pressioni ed intimidazioni esterne che li costringono ad emanare sentenze "già scritte" dal furore del Popolo, dei politici, della Chiesa, del Vaticano o della cd. opinione pubblica?

        Ma mi chiedo anche: con quale legittimazione morale i politici On.li Storace e Mastella osano contestarmi l'addebito di aver "offeso" i giudici del tribunale aquilano, quando sono gli stessi politici, la stessa Chiesa, lo stesso Vaticano e le stesse alte cariche dello Stato che hanno vilipeso ingiustamente ed avventatamente il giudice Mario Montanaro?

        Esiste o non esiste, mi chiedo, un limite alla decenza e all'impudenza?

        Ma non hanno letto, gli On.li Storace e Mastella le ben cinque pagine dove ho snocciolato le incredibili, vigliacche, allucinanti e vergognose intimidazioni, minacce ed insulti, perpetrati col coraggio del branco, di cui è stato fatto oggetto il giudice del Tribunale de L'Aquila dott. Mario Montanaro, anche da parte di illustri politici che rivestivano alte cariche istituzionali?

        Ma come: il Ministro della Giustizia Castelli ha disposto un'intimidatoria ispezione a carico di un giudice che ha osato affermare che la presenza dei crocifissi è illegale, anche nei tribunali, bollando l'ordinanza di questo giudice come un "provvedimento abnorme" e "ricordando di aver ricevuto da Adel Smith la strampalata richiesta -cui ovviamente non ha dato seguito- di togliere i crocifissi dalle aule giudiziarie", ed io vengo "censurato" dagli On.li Storace e Mastella perché avrei infangato il prestigio dell'Ordine Giudiziario nell'affermare che non accetto il fatto di essere processato da giudici che, a causa, delle "minacce intimidatrici" del Ministro di Giustizia e delle "censure preventive" di decisioni che possano confliggere con i dictat del Ministro, del Papa e della Chiesa, sono indotti a condannarmi, e cioè a ritenere che la presenza dei crocifissi è legittima e non lede, dunque, i miei diritti di libertà di coscienza? Ma siamo pazzi? Ma è vero o non è vero che il dott. Mario Montanaro è stato vittima di assurdi ed ingiustificabili atti di ingerenza da parte del Ministro di Giustizia, delle Alte Cariche dello Stato, dei politici, della Chiesa, del Papa?

        Come si può lontanamente giustificare che una decisione di un giudice, anziché essere criticata -magari aspramente- per i supposti ERRORI che essa contiene, venga vilipesa con toni ed apprezzamenti diffamatori che sono del tutto scollegati dalla disamina e dalla analisi tecnico-giuridica delle sue reali MOTIVAZIONI?

        E sarei io quello che si deve vergognare? Di chi si fanno paladini gli On.le Storace e Mastella: forse del Ministro di Giustizia Castelli e del suo comportamento tenuto nei confronti del giudice dott. Mario Montanaro? E sarei io, secondo il "pulpito" di Storace e Mastella, quello che "diffama" ed "offende" i giudici dell'Aquila? Suvvia, fatevi un esame di coscienza ed andate a rispolverare, magari consultando un dizionario, il significato italiano delle parole "decenza" e "pudore".

        Comunque, se sono io il "criminale" che si dovrebbe vergognare dinanzi alla levatura morale, all' "equilibrio" ed alla "misura" di cui sono dotati i miei accusatori On.li Storace e Mastella, mi piace evidenziare che risulto essere in nutrita e qualificata compagnia.

        Così, ad esempio, si è espresso l'Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti: "Il movimento d'azione giustizia e libertà esprime stupore e sgomento per le incomposte reazioni di fanatismo religioso che hanno accolto la decisione del Tribunale di L'Aquila che ha condannato l'Istituto Navelli a rimuovere il crocifisso esposto nelle aule della scuola......Dopo la decisione del Tribunale di L'Aquila, il Governo Berlusconi, recidivo nella violazione del principio di separazione dei poteri, nella persona del Ministro Castelli ha disposto gravissima iniziativa che costitutisce oggettiva e illegittima interferenza nell'attività giurisdizionale, disponendo l'invio a L'Aquila di ispettori ministeriali per dare corso ad inammissibile procedimento disciplinare a carico del magistrato che ha emesso la decisione. L'indebita interferenza del Ministro nell'attività giurisdizionale appare altresì come un'inquietante e inammissibile anticipazione del progetto di riforma dell'ordinamento giudiziario approvato dal Governo, per cui dovrebbe divenire illecito disciplinare l'attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente e inequivocabilmente sia contro la lettera e la volontà della legge o abbia contenuto creativo. Suona inoltre particolarmente dolorosa la presa di posizione del Capo dello Stato Ciampi che su questa questione pare aver abbandonato il ruolo di garante dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria, preannunciando il certo annullamento della sentenza del Giudice aquilano".

        La qual ultima profezia -guarda caso- si è puntualmente verificata e -sempre guarda caso- proprio con le "motivazioni" suggerite dal Capo dello Stato: il che dimostra quanto siano "sensibili" i magistrati, quando sono chiamati a decidere questioni che sono state già decise dal furore del Popolo e delle cosiddette "Istituzioni", alle cui direttive è "opportuno" allinearsi, se non si vuole correre il rischio di fare la fine di chi scrive.

        E allora dovrei essere io a "vergognarmi" di aver scritto nella lettera censurata dagli On.li Storace e Mastella che "persino il Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi ha scagliato i suoi strali contro il giudice Montanaro, caldeggiando pubblicamente la riforma della sua ordinanza ("si tratta di una decisione non definitiva, suscettibile di impugnazione") e censurandola, nel merito, sino al punto di affermare che "il crocifisso nelle scuole è sempre stato considerato non solo come segno distintivo di un determinato credo religioso, ma soprattutto come simbolo di valori che stanno a base della nostra ("nostra"???) identità", dimenticandosi forse di rivestire la carica istituzionale di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e, quindi, di garante dell' indipendenza e dell'imparzialità dei giudici (estremamente significativa è la circostanza che le "motivazioni" "suggerite" da questo dictat Presidenziale siano poi state pedissequamente recepite dai giudici amministrativi, al pari del dictat del Cardinal Ruini, presidente della Confer. Episc. Italiana, che ha affermato che "il crocifisso esprime l'anima profonda del nostro Paese e deve dunque rimanere come segno dell'identità della nostra nazione. La decisione del giudice Montanaro ci ha sorpreso sia per il contenuto che per le ragioni addotte")????

        E che dire dell'On.le Pierluigi Castagnetti, che ha offeso l'onore, il prestigio e la professionalità del dott. Montanaro, bollando la sua ordinanza come "una sentenza priva di intelligenza, buonsenso e legittimità"?

        E che dire dell'On.le Roberto Maroni, che ha offeso il giudice Montanaro bollando la sua ordinanza come "una sentenza aberrante, che va cancellata al più presto perché un giudice non può cancellare millenni di storia").

        E che dire di Roberto Calderoli che ha offeso il giudice Montanaro bollando la sua ordinanza come "una bestemmia, le cui motivazioni gli appaiono ancor più gravi"?

        E che dire del Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Virginio Rognoni, che ha censurato l'operato e la professionalità del giudice del tribunale de L'Aquila Montanaro, dichiarando di "essere disorientato e preoccupato"?

        E che dire del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri Fini, che ha offeso l'onore e la professionalità del giudice Montanaro, bollando il suo provvedimento come una "decisione assurda e sconcertante, operata da un magistrato evidentemente in cerca di notorietà, che offende i sentimenti profondi della stragrande maggioranza degli italiani"?

        E che dire del Ministro dell'Interno Pisanu, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro, dichiarando di "sentirsi offeso dalla sentenza del giudice Montanaro, sia come cristiano che come cittadino: il crocifisso, infatti, non è solo il simbolo della mia religione, ma anche l'espressione più alta di 2000 anni di civiltà"?

        E che dire del segretario dell'UDC Follini, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro bollando il suo provvedimento come un "errore clamoroso, che colpisce i sentimenti delle persone senza aggiungere nulla alla piena autonomia delle istituzioni"?

        E che dire del capogruppo centrista alla Camera Volonté, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro definendo la sua ordinanza come "sconcertante, oltre che sbagliata e invitando l'Avvocatura di Stato e il Ministro Moratti ad intervenire in sede giudiziaria per tutelare le leggi e la morale civile???.

        E che dire del Sindaco DS di Roma Veltroni, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro, bollando il suo provvedimento come "sentenza priva di intelligenza, che non aiuta l'integrazione"?

        E che dire dell'On.le Sandro Bondi di Forza Italia, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro invocando addirittura "l'intervento del Parlamento (non, per fortuna, quello dell'ONU) per ristabilire la sovranità popolare e la democratica rispetto a decisioni come quella assunta da un funzionario dell'ordine giudiziario che offendono i valori fondamentali della nostra(?) storia, della nostra (?) cultura e della nostra (?) identità nazionale"?

        E che dire dell'On.le Francesco Storace, Presidente della regione Lazio, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro, dichiarando di aver "provato una fortissima indignazione per la sentenza dell'Aquila, che è la logica conseguenza di una grave tendenza che punta alla negazione di valori che fanno parte della tradizione italiana ed europea. E' bene che si cominci a dire forte e chiaro che i cattolici non possono essere considerati ospiti (???) in Italia"?

        E che dire dell'On.le Gianni Alemanno, ministro delle politiche agricole, che ha offeso l'onore e la professionalità del dr. Montanaro esprimendo pubblica "indignazione per la sentenza del giudice Montanaro: aprire alle altre culture non può e non deve significare la cancellazione (????????) della nostra (????)  identità italiana"?

        E che dire del Sottosegretario all'interno On.le Alfredo Mantovano, che ha offeso in modo ignobile l'onore e la professionalità del dr. Montanaro, dichiarando che "la sua sentenza è indicativa non solo del grado di impudenza raggiunto nella distorsione del diritto positivo, ma, di più, dell'ansia di onnipotenza che anima taluni giudici"?

        E che dire dell' Avv. perugino Giacomo Perrone e del dott. Gianfranco Sassi, magistrato in pensione, che hanno offeso in modo ignobile l'onore e la professionalità del dr. Montanaro, invitando il Ministro di Giustizia Castelli a promuovere azione disciplinare nei suoi confronti e "denunciando la natura prettamente politica della decisione, che contrasta con i principi dell'ordinamento dello Stato e con la normativa vigente, emessa per di più su ricorso del Presidente dell'Unione Musulmani d'Italia, autore di un grave atto di ostilità, e bollandola come un' "abnorme pronuncia giudiziaria, chiaramente parziale, e come tale lesiva del prestigio della magistratura (esiste un giudice a Berlino, ma, non certo, nella specie, a L'Aquila"?

        E che dire dell'inaccettabile ingerenza del Segretario della Conferenza Episcopale Italiana Mons. Betori che, intervenendo su questione relativa a crocifissi di proprietà italiana, installato in scuole di proprietà italiana, ha redarguito l'ordinanza del dr. Montanaro dichiarando che "la Croce è un simbolo irrinunciabile per il popolo italiano e che la sentenza del giudice Montanaro è in contraddizione con una legge vigente dello Stato, che nessun Parlamento ha mai cambiato, tanto meno la Costituzione"?

        E che dire delle ignobili e vigliacche minacce di morte formulate all'indirizzo del giudice Montanaro da parte di vigliacchi quanto anonimi accoliti della setta cristiana?

        E che dire dell'allora Vice Presidente della Camera On.le Clemente Mastella, che ha offeso la professionalità e l'indipendenza del giudice Montanaro bollando la sua ordinanza come "un errore storico e culturale, che non aiuta l'integrazione e interpreta in modo sbagliato il pluralismo religioso. Togliere oggi il crocifisso dalle aule delle scuole significa non avere rispetto per valori che per noi sono fondamentali"?

        E che dire dell'obbrobrioso crocifisso in ferro, alto tre metri, fatto erigere dal Sindaco di Ofena dinanzi l'ingresso della scuola elementare, nel tempo record di un giorno, per sfregio razzistico nei confronti di Emilio Smith e dei suoi figli minori?

        E che dire degli altrettanto obbrobriosi e giganteschi murales dipinti sulle facciate delle case del centro storico di Ofena, e financo sui due lati dell'ingresso della Casa Comunale, per ostentare, con la fattiva complicità dell'Amministrazione comunale, obbrobriosi crocifissi ed immagine sacre, quale reazione di razzismo e di sfregio nei confronti dell'infedele musulmano Emilio Smith?

        E che dire della "Via Crucis", realizzata anch'essa nell'abitato di Ofena per sfregio e scherno contro l'infedele musulmano Emilio Smith?

        E allora? Sarei io quello che, ad avviso degli On.li Storace e Mastella, "ha tenuto un comportamento scorretto nei confronti del Tribunale di L'Aquila, esprimendosi in violazione dei doveri di equilibrio e di misura"?

        Chiedo, di grazia: se le mie parole -che esprimono soltanto VERITA' DOCUMENTATE e non contengono bestemmie, turpiloqui e vilipendi- sono "diffamatorie" di non meglio identificati "giudici del Tribunale di L'Aquila, tutte le frasi e tutti i comportamenti sopra descritti che cosa sono? Di fronte a chi dovrei "vergognarmi"? Forse di fronte agli On.li Storace, Mastella, Fini, Mantovano, Pisanu, Alemanno, Bonci, Follini e via dicendo? E' questo il "pulpito" dal quale proviene la "predica"? Sono questi i soggetti dinanzi a quali mi dovrei prostrare e inginocchiare, occhi e testa bassa, per impetrare perdono per la mia scarsa correttezza deontologica nei confronti dei...... "giudici del Tribunale di L'Aquila"?

        Suvvia, prendete un dizionario di lingua italiana e consultate il significato della parole "impudenza" e "indecenza".

SECONDA FRASE: “Complimenti alla “logica” ed all’impudenza. Credo proprio che per chiudere “degnamente” i processi a mio carico in quel de L’Aquila sarebbe opportuno che la futura formazione dei Collegi giudicanti fosse demandata al Vaticano, alla C.E.I. ed all’Opus Dei: sempreché, ovviamente, non si voglia scomodare la Divina Provvidenza in persona”.

Con questa frase, anch’essa riferita ad atto scritto al di fuori dell’esercizio delle mie funzioni, mi si imputa addirittura di aver trasgredito a dismisura i menzionati doveri di correttezza ed equilibrio nei confronti dei “giudici del tribunale dell’Aquila”.

Anche qui rilevo che gli incolpanti si arrampicano sugli specchi per dar sfogo ad una libidine accusatoria che scaturisce -come già detto- da ben altre motivazioni: la frase in questione, in effetti, è stata estrapolata in un modo tanto assurdo da rimanere incomprensibile. Essa va peraltro scissa in due proposizioni ben distinte, nessuna delle quali può essere riferita ai giudici del Tribunale aquilano.

La prima proposizione è la seguente: “Complimenti alla logica e all’impudenza”. Essa è totalmente scollegata dal resto della frase “incriminata” e, per comprendere il reale significato, deve essere necessariamente collegata a queste frasi, che la precedono:

“Come dire: la superiore razza ariana è l’unica che merita di vivere, perché si è particolarmente distinta -soprattutto durante il ventennio nazi-fascista- nella lotta contro la discriminazione razziale. E’ dunque giusto che solo gli ariani seguitino a vivere e che, al contrario, gli ebrei e i rom seguitino ad entrare nelle camere a gas e nei forni crematori. Oppure: la Superiore Razza Cristiana si è particolarmente distinta -come testualmente afferma il Consiglio di Stato- nella lotta per l’affermazione dei valori della “tolleranza”, dell’ “eguaglianza”, del “rispetto reciproco” e del “rifiuto di ogni discriminazione”. E’ dunque “giusto” che seguiti a godere del privilegio di marcare, in regime di monopolio, le pareti degli uffici pubblici, discriminando ed escludendo tutte le altre religioni e chi non crede”.

In altre parole, i “complimenti alla logica e all’impudenza”, da me espressi, si riferiscono alle IPOTESI di chi, seguendo l’iter logico-argomentativo seguito dal TAR del Veneto e dal Consiglio di Stato, avesse argomentato che è giusto che la razza ariana è l’unica che merita di vivere -mentre gli ebrei debbono essere sterminati- perché gli ariani si sono particolarmente distinti nella lotta contro il razzismo; oppure che è giusto che i cristiani, che si sono particolarmente distinti nella loro storia per la loro “tolleranza” (ad esempio: crociate, inquisizioni, roghi su cui Giordano Bruno e decine di migliaia di eretici, streghe ed omosessuali arsero cristianamente), per il “rispetto reciproco e la valorizzazione della persona” (ad esempio: imposizione dei simboli distintivi agli ebrei, ghettizzazione degli ebrei, imposizione delle prediche coatte, rapimento dei bambini ebrei battezzati di nascosto, leggi razziali ed olocausto praticati dai cristiani fascisti e nazisti), per il “rifiuto di ogni discriminazione” (ne sanno qualcosa gli ebrei, le donne, gli omosessuali, gli schiavi), seguitino a godere del privilegio di marcare in piena solitudine i luoghi pubblici col loro simbolo.

Orbene, la circostanza che io sia costretto a “discolparmi” per questo mio ragionamento giuridico, che si avvale di comparazioni ipotetiche per far risaltare l’illogicità e la carenza di pudore delle tesi contrapposte, è a dir poco delirante. E’ come affermare, infatti, che “bravo magistrato” è quello che ragiona in senso opposto, cioè quello che sentenzia che “è giusto” che gli ebrei seguitino ad essere sterminati con le camere a gas, in ossequio alla superiore razza ariana, che si particolarmente distinta nella lotta contro il razzismo.

Anche qui il mio consiglio è di andare a consultare un dizionario per verificare il significato delle parole “decenza” e “pudore”, dal momento che ritengo che questa incolpazione travalichi i limiti della decenza e del pudore.

Ovviamente mi auspico che questa augusta incolpazione degli On.li Storace e Mastella determini il mio rinvo a giudizio.

Mi preme però riportare il seguente commento, che fu espresso dal giudice amministrativo dott. Emilio Rosini subito dopo aver leto la sentenza del TAR del Veneto:

“Il risultato di questa stravagante argomentazione è evidentemente
paradossale. Con una logica di questo genere (non vale ciò che si fa ma ciò che si dovrebbe essere) si può sostenere anche che nelle aule scolastiche deve essere esposto il simbolo della falce e martello. I valori fondamentali del comunismo non sono, come quelli del cristianesimo, la libertà, la uguaglianza, la fraternità, la dignità umana, la laicità? E se la croce resta indenne dai massacri compiuti in suo nome perché i massacratori non sarebbero stati veri cristiani anche se dichiaravano (e credevano) di esserlo, come scrive il TAR, si potrebbe fare la stessa operazione con la falce e il martello: Stalin e Pol Pot non erano veri comunisti anche se dichiaravano (e credevano) di esserlo.”

A buon intenditor poche parole. In ogni caso segnalo che questa mia frase è stata scritta in numerosissimi altri precedenti atti per i quali guarda caso- il Ministro di Gisutizia Castelli nulla ha obiettato.

Per quanto riguarda, infine, il resto della frase “incriminata”, è anche qui ben chiaro che i giudici del tribunale dell’Aquila non ci azzeccano nulla e che, al contrario, si tratta di una evidentissima battuta nei confronti dell’ingiustificabile ingerenza della Chiesa e del Vaticano nelle questioni interne italiane e, in particolare, nella questione relativa dell’ostensione dei crocifissi negli uffici pubblici italiani.

Questa battuta per la precisione, si ricollega all’esposto del 26 febbraio 2006, indirizzato al CSM, al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ed al Ministro, col quale ho denunciato indebite pressioni da parte dell’Arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Molinari, nonché gravi irregolarità nell’assegnazione dei fascicoli e nella formazioni dei collegi giudicanti, civili e penali, in merito a cause relative all’ostensione dei crocifissi nei seggi elettorali ed alla mia causa penale.

Il Ministro di Giustizia, evidentemente, non solo non si è curato di rispondere né a me né all’ On.le Turco Maurizio in merito alle gravi irregolarità denunciate nell’esposto, ma non l’ha neppure letto.

Se lo avesse letto, infatti, avrebbe capito che l’iter logico della frase incriminata è questo:

1°) Visto che il Vescovo dell’Aquila Mons. Giuseppe Molinari si è assurdamente ingerito nella decisione di un ricorso d’urgenza promosso dall’avv. Dario Visconti per la rimozione dei crocifissi dai seggi ed assegnato al Presidente del Tribunale Aquilano dott. Villani, cattolico ed amico dell’Arcivescovo stesso, sino al punto di definirlo, con toni diffamatori, come “un’iniziativa stupida e vergognosa, che poteva portare solo disistima nei confronti della città dell’Aquila”;

2°) Visto che nel Tribunale dell’Aquila viene normalmente celebrata la messa in occasione del Natale e che il Vescovo dell’Aquila Mons. Giuseppe Molinari l’ha personalmente celebrata nel Natale 2005;

3°) Visto che il Papa e la C.E.I. si sono continuamente ingeriti -e seguitano ad ingerirsi- nella questione relativa all’esposizione dei crocifissi italiani negli uffici pubblici italiani, affermando che il loro Dio-Uomo debba essere presente;

4°) Visto che sono state commesse gravissime irregolarità nella composizione del collegio che mi ha giudicato, nonché in altri collegi civili che hanno giudicato circa la legittimità o meno della presenza dei crocifissi nei seggi elettorali, facendo sì che si creasse un collegio prevenuto nei miei confronti;

        in considerazione di tutto ciò, ho concluso con battuta ironica: "Credo proprio che per chiudere "degnamente" i processi a mio carico in quel de L'Aquila sarebbe opportuno che la futura formazione dei Collegi giudicanti fosse demandata al Vaticano, alla C.E.I. ed all'Opus Dei: sempreché, ovviamente, non si voglia scomodare la Divina Provvidenza in persona".

        E allora? Quale sarebbe il crimine? Che cosa c'entrano i giudici dell'Aquila? Semmai è evidente che la battuta è all'indirizzo del Vaticano, della C.E.I. e dell'Opus Dei. Ma allora il Ministro Mastella si vuol far paladino delle sue istituzioni religiose, e non dei giudici aquilani. Ma allora occorre chiarezza nell'incolpazione, perché se qualcuno vuole incolparmi di aver "indebitamente" accusato la Chiesa di ingerenza negli affari interni dell'Italia, allora ricorderò a questo qualcuno che occorre una notevole dose di impudenza, di sfrontatezza e di strafottenza per negare quello che è sotto gli occhi di tutti.

        I nostri politici e i nostri organi istituzionali si son sempre ben guardati dall'ingerirsi nelle cose interne della Chiesa per reclamare, ad esempio, il rispetto dei preti alla piena sessualità, il rispetto delle donne e dei gay al diritto fondamentale all'eguaglianza, il rispetto dei non cattolici e degli atei ai diritti fondamentali alla libertà di religione, di pensiero e di eguaglianza, il rispetto dei cittadini del vaticano al diritto di costituire partiti politici e via dicendo. Egual comportamento, guarda caso, la Chiesa non ha mai tenuto nei confronti dell'Italia, pretendendo addirittura di ingerirsi nelle cause civili relative ai crocifissi italiani nei seggi italiani ed alla presenza dei crocifissi italiani nelle scuole italiane, nei tribunali italiani e negli ospedali italiani.

        E allora? Mi è forse vietato fare una battuta, priva di connotazioni triviali, sul'ingerenza della Chiesa in Italia, per di più in una lettera scritta al di fuori dell'esercizio delle mie funzioni?

        Ma non c'è un limite all'impudenza? Ma come: l'Italia è stata ribattezzata come "colonia del Vaticano" e come "Repubblica Pontificia Italiana" e siamo divenuti lo zimbello dell'Europa e del Mondo a causa di questa assoggettazione grottesca, ed il Ministro Mastella si indigna perché ho detto la VERITA'?

        Ma come? Luciana Littizzetto sta sfruttando da anni il filone dell'ingerenza inaudita della Chiesa nelle nostre questioni interne e nella nostra vita quotidiana, indirizzando con cadenza settimanale degli sfottò all'indirizzo di Sua Eminenza Mons. Ruini, e Mastella mi viene ad appioppare questa "incolpazione"?

        Basta: ho scritto troppo.

Ritengo che non esista il benché minimo elemento per censurare le frasi che ho peraltro scritto al di fuori dell’esercizio delle mie funzioni pubbliche: chiedo, quindi, che l’incolpazione venga archiviata o che, in subordine, venga disposto l’immediato rinvio a giudizio.

Distinti saluti.

Rimini, li 17 gennaio 2007

Luigi Tosti

tosti.luigi@alice.it

mobile 3384130312 - tel. 0541789323

via Bastioni Orientali 38 - 47900 Rimini

Quando noi gggiovani (o ziovani che dir si voglia) avevamo okkupato il liceo classico, un mio amico aveva, con sarcasmo e irriverenza, staccato il braccio del Jesù di plastica dal crocefisso e glil’aveva riattaccato con l’accendino all’altezza della nerchia.

Quando, la settimana successiva, i docenti lo rinvenirono, il crocefisso sparì dall’aula, e fino al termine dell’anno scolastico non venne più sostituito.

Consiglio anche al Tosti di attuare tale fine stratagemma!

Mi pare normale. Se andassi a scuola con un casco come mi vedrebbero? Mi sembra una cosa ridicola.

Troppo complicato da capire, lascia perdere Almy. Se il tuttologo logorroico non capisce che la scuola è un luogo pubblico, figuriamoci se capisce la storia del velo con annessi e connessi.

Una cosa la capisco: portare come firma un motto inneggiante alla libertà individuale e poi proibire ad una persona di vestire come cacchio le pare con la scusa del luogo pubblico è a dir poco contraddittorio. Liberali del piffero, pfui.

“T’entra prima in culo che in testa” (Oscar Matitoni).