L'Ombrellone (Dino Risi, 1965)

https://www.imdb.com/title/tt0060813/

Segnalo che questo film di Risi dovrebbe uscire a Settembre in DVD. Nel frattempo, Rai3 lo propone Sabato 15 alle 9.

Visto l’altra sera in dvd, più che un film è un documentario, angosciante, sul turismo di massa nella riviera romagnola. Le riprese di Rimini-Riccione invase, le spiagge brulicanti di gente, gli ammassi di carne spalmati sulla spiaggia…Risi guarda tutto con l’occhio dell’entmologo e una buona dose di cinismo/disprezzo, anche se poi rimane complice di quella stessa umanità da cui si vuole distaccare. Bel cast, con un bravissimo Enrico Maria Salerno, una sempre bella Sandra Milo, e poi Daniela Bianchi, Leopoldo Trieste, Raffaele Pisu. Dvd da denuncia della 01, master Letterbox, monco all’inizio di una breve sequenza in cui si sentrono le notizie dalla radio, zero extra e niente sottotitoli.

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Vorrei capire se la versione che passa in tv presenta le scene mancanti nel dvd oppure no.

Io non me lo ricordo piĂą, ma sabato prossimo dovrebbe passare su Rai 3. Alle 10:30 circa.
Me lo segno.

(Ri)visto ieri su Rai3 dopo 15 o 20 anni.
Non un Risi memorabile.
Una sceneggiatura esile e leggera che sembra scritta per un film a episodi e poi diluita con qualche altra scena inutile per farne un film intero. Comunque, si può vedere. Anche perché c’è un reparto femminile veramente notevole (Brandet, Milo, D. Bianchi, V. Vendell…)

Chissà che fine ha fatto Alicia Brandet. Non c’è traccia di lei in rete.

Qui appare addirittura lei nel poster del film.
Me la immagino sposata tre volte. Prima con un petroliere americano piĂą vecchio di 30 anni da cui ha ereditato una fortuna alla sua morte. Poi in seconde nozze con un torero messicano che ha cominciato a scialacquarle i soldi e infine col suo chirurgo plastico piĂą giovane di 30 anni.

Penso di no.
Innanzitutto all’inizio non c’è il notiziario radio di cui parlava Almayer. C’è alla fine sotto forma di ironico bollettino di guerra delle vacanze, quando lui torna Roma. Considerando che il film parte proprio da Roma, se ci fosse stato anche un notiziario iniziale, magari più speranzoso, si sarebbe in un certo senso chiuso un cerchio. Invece manco s’è aperto.
Il film è durato 90’ e mezzo circa con taglio netto dopo la parola FINE, come di consueto sui canali Rai.
Leggo che certi DVD riportano una durata di 88’, altri di 94. Ma il film dovrebbe durarne 97.

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A tre anni da “Il sorpasso”, Risi continua a fiutare le tracce della decadenza e ne segue i labirintici percorsi. Non pago del proprio vaticinio, come un commensale arrivato troppo presto, continua la sua opera di disvelamento e di capovolgimento di tutti quei riti e di tutti quegli atteggiamenti che forse, già all’epoca, si erano cristallizzati; o perlomeno, a quell’altezza, sicuramente in fieri, a un passo dalla consuetudine, se non proprio dalla norma borghese. Risi ci parla dal deserto. Che poi sia il deserto di una Roma estiva e quasi ferragostana, importa poco. Dopo le prime immagini, ce la lasciamo subito alle spalle. Non c’è Bruno Cortona, certo, il suo senso dell’avventura qui è apolide. Abbiamo un ingegnere tutto d’un pezzo (un Salerno sempre poco ricordato), rigido e che, disorientato e non a proprio a agio, si muove, suo malgrado, solo all’interno ti un fazzoletto di terra in cui egli stesso si è lasciato confinare dal caso, dalle scelte (proprie e altrui) e dagli eventi. Catturato subito nel pieno di una fase depressiva del proprio matrimonio, legato a una donna (Milo) che all’inizio sentiamo frivola, disattenta e, al tempo stesso, vigile solo sui propri interessi: Antonioni sulla spiaggia, diremmo quasi. Risi non è mica rimasto al cinema, seduto accanto al Cortona, a schiacciare un pisolino davanti al Michelangelo più famoso del Cinema. Ha osservato. Ha forse anche imparato la lezione. Storia esile, come nel miglior Antonioni, ma come pure nel miglior Checov, autore molto amato da Risi. Si parla di niente, e quindi di tutto. Perché il niente diviene orgogliosamente feticcio di quella mondanità verso la quale il Nostro si trascina faticosamante. Per l’ingegnere non c’è un attimo di riposo. A partire dalla hall dell’albergo, imbottita da una torma scalmanata e sgomitante. L’orrore conradiano è normale amministrazione, in confronto. I bambini sono spietati, non gli danno tregua, specchio dell’ambiente in cui vivono e, allo stesso tempo, nutrito carnet di pericolose avvisaglie. Spina nel fianco, i bambini, quasi vedovi di quella innocenza a cui la retorica spesso, a torto, ricorre per descriverli (in modo approssimativo): prima lo assediano in ascensore; poi gli colonizzano l’auto; immancabili al ristorante, nel bisbiglio in combo con le madri pettegole; e infine in spiaggia, mentre lo colgono in flagrante nella sua incapacità di saper nuotare (solo?). La spiaggia… è qui che il climax ascendente raggiunge il suo culmine. Un carnaio tale da suscitare timore pure nel più scafato Malacoda di turno. Ad un certo punto, sopra l’ombrellaia barricata borghese, un’insegna si staglia sul cielo terso, un’inscrizione che recita “Solitude”, come fosse una didascalia, ad aumentare il carico esegetico riguardante la spiacevole condizione vissuta dal protagonista. L’ingegnere non può far altro che chinare il capo e, ossequioso, darsi all’hobby della presentazione: non fa altro che presentarsi a questo e a quello, in riva al mare, alle spalle di uno sconosciuto, al ristorante e persino davanti allo specchio, in completa solitudine. Niente riposo, abbiamo detto, e quasi si dà al digiuno, se non fosse per la moglie che l’accompagna al ristorante, dove esplode la sua frustrazione davanti al povero cameriere che letteralmente non sa che pesci prendere (“Ah! Siamo al mare e non c’è il pesce! Ah! Bene!”). Insomma, sempre più stretto nella fatica di una vacanza che diremmo quasi calendarizzata, con tutti gli impegni previsti dal “vortice della mondanità”; fagocitato dal pettegolezzo, dal chiacchiericcio, dall’inconcludenza agostana della classe media senza senso dell’avventura; in ultima analisi: senza nessuno svago, l’ingegnere ritrova accesa la propria vitalità prima nell’osservazione dei corpi e degli sguardi delle donne che orbitano nello scenario di una Riccione vacanziera; e poi nell’amicizia imprevista, stretta goffamente con un giovanotto tenuto a libro paga dal comune, per far sì che le turiste rimangano soddisfatte, in tutto e per tutto, dal soggiorno trascorso sulla riviera romagnola. Chiaramente attraverso questo breve rapporto, comprendiamo che Risi crede che l’amicizia sia più importante dell’amore, che forse sia l’unico salvacondotto di fronte allo squallore della realtà e della volubilità femminile (se non proprio del cinismo, e non certo in senso filosofico). Quest’ultimo punto ritorna spesso nella filmografia di Risi, una convinzione espressa pure nel “Sorpasso”, per bocca di Trintignant/Roberto. Una società in declino, quindi, una classe sociale che non merita redenzione, troppo impegnata a ballare sulle note delle canzonette leggere (sempre ben utilizzate dal regista, come aveva dimostrato tre anni prima) per rendersi conto, invece, che quelle che stanno suonando sono le campane del commiato, annunciatrici di una morte dello spirito ormai imminente. Quella stessa morte che dà il titolo all’ultima sezione de “Les fleurs du mal”, nella quale Baudelaire inserisce in coda il famoso “Le voyage”, il quale, a un certo punto, recita: «Che amara conoscenza si ricava dai viaggi! Oggi e ieri e domani e sempre il mondo monotono e meschino ci mostra quel che siamo: un’isola d’orrore in un mare di noia».

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Questo film mi ha lasciato addosso un velo persistente di malinconia e tristezza.
La spiaggia di Riccione è gremita, rumorosa, attraversata da voci, risate e movimenti incessanti; eppure, proprio in mezzo a quella folla, i suoi personaggi appaiono profondamente soli.
Tra i bagnanti si intrecciano dialoghi superficiali, alimentati da maldicenze, assurde apparenze, ostentazione del benessere e giochi spesso assurdi, quasi che il rumore servisse a coprire un vuoto interiore impossibile da ignorare.
Nel suo insieme, il film restituisce il ritratto amaro di una realtĂ  borghese e tragica, nella quale ridere sembra essere soltanto un modo per non guardarsi dentro.
Durante le stagioni in cui ho lavorato negli alberghi della Romagna, ho conosciuto molti clienti di questo tipo: persone impegnate in ogni modo a ostentare agli altri la propria agiatezza, trasformando la vacanza in una sorta di spettacolo permanente.
Ogni gesto, ogni parola, ogni acquisto doveva dimostrare qualcosa.
Dietro quella facciata, però, si nascondeva spesso una realtà ben diversa.
Al momento del pagamento, quelle stesse persone contestavano ogni voce del conto.
Lo esaminavano con attenzione, lo ricalcolavano più volte, cercando sconti, riduzioni e qualsiasi appiglio per spendere meno. Le promesse di mancia — Non crederai mica che andiamo via senza lasciarti niente — finivano quasi sempre nel nulla, dissolvendosi insieme agli ultimi giorni di vacanza.
Molte volte cercavano persino di partire alle prime luci dell’alba.
Non tanto per evitare il traffico sull’autostrada, quanto per sottrarsi al peso della propria meschinità, che, con il passare dei giorni, emergeva inevitabilmente sotto la superficie dorata della vacanza.
A quel punto, il gioco del finto benessere era finito.
Le parole altisonanti, le promesse e tutte le assurditĂ  raccontate durante il loro soggiorno si disperdevano tra la sabbia.
Restava soltanto il ritorno alla grigia quotidianitĂ : quella stessa realtĂ  dalla quale avevano cercato di fuggire per quei giorni e che ora tornava, puntuale, a presentar loro con un conto ancora piĂą salato.

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Mi hai attivato un ricordo. Una volta la cameriera del ristorante di un campeggio dell’Argentario, dove mi fermai per tre notti mentre facevo un viaggio in bici dalla Lombardia fino a Roma, mi disse una cosa simile.

Era stupita che io punkabbestia spiantato e squattrinato, quando tornavo indietro da una giornata di polvere e sudore girovagando avanti ed indietro per il promontorio in bicicletta, non stessi lì a controllare il portafoglio e prendessi quello che mi andava (una birra, una pizza, un’altra birra, un dolce, etc…) mentre invece mi confidò che la maggior parte dei clienti fighetti che ostentavano “agiatezza” (per quanta agiatezza si può ostentare in un campeggio), sempre ben vestiti e pettinati, con gli occhiali firmati etc, stessero sempre a contare i centesimi, micragnosi, andandosene via con l’arsura in bocca dopo una pizza diavola per il timore di spendere due o tre euro in più per un’altra bevanda. Mi aveva molto colpito la cosa.

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