Monster - The Ed Gein story (Ian Brennan, Ryan Murphy, 2025)

non so a voi, ma personalmente il modo in cui netflix pastorizza il true crime superestetizzandolo e iconicizzandolo e rendendolo solubile anche ai ragazzini di 11 anni come se fosse una soap opera ad altissimo budget dà un gran bel po’ ai coglioni, ché in linea di principio il true crime ha da essere true, cioé una faccenda di malattia morbosità sangue e merda, vederlo così caramellato vacagà davvero anche se apprezzo molto l’impresa di riumanizzare di volta in volta il mostro de quo, sfaccettandolo e sfumandolo e sottreandolo alla monodimensionalità arrivando addirittura a rendere lo spettatore compassionevole ed empatico nei suoi riguardi.

anche qua svettano pari misura litigando tra loro tutti i pregi e i difetti che caratterizzavano già dahmer, coll’aggiuntivo surplus di una presa tangente fictionale romanzata e giocosamente farneticante-fantasy che può essere anche bellissima e goduriosa per chi ha familiarità col vero caso ma culturalmente e storicamente fuorviante per chi prende la serie per un biopic fiscalmente rispettoso dei fatti e dei personaggi reali.

si tende quindi a giocare di scatole cinesi e di specchi, lavorando sull’impatto pop e culturale che il fenomeno di serial killer e massmurderers ha avuto sull’immaginario collettivo e sul fronte creativo, reiterando quello che ci ripete da sempre quasi tutta l’arte: parodassalmente, senza il male da cui attingo, io non esisterei.

rispetto alle scorse due stagioni, la novità sta nelle interessanti angolazioni metafilmiche e metastoriche (bloch, hitchcock, hooper, demme e annesse lavorazioni dei film centrati su gein, ma anche ilse koch e christine jorgensen, ted bundy, manson, il lust killer, richard speck…) che vanno a intersecarsi schizofrenicamente (del resto gein era schizoide forte) col tessuto biografico, romanzandolo e falsandolo di brutto.

quindi: esteticamente e come processo romanzato che ricombina realtà e immaginario collettivo (il cinema, la letteratura, il fumetto, la storia, il truecrime) è un prodotto molto buono, a tratti anche ottimo (grazie anche al lavoro di strafino fatto dal protagonista, che spesso è davvero commovente per bravura e carica performativa che, come si dice, buca - non solo lo schermo ma anche l’anima) ma se vi si accosta sperando nel biopic ultimativo su gein, o in qualcosa che ci butti in un baratro da cui non si può più essere ripescati, non vale mezza cicca. le licenze narrative, anche interne alla sfera nazi e cinematografica, hanno dell’innumerevole (a voi scoprire quali, ma davanti a un paio mi è quasi venuto da ridere, il caso bundy su tutte). ed è è davvero troppo estetizzato e bonificato per quel che racconta, anche se di nuovo apprezzo la scelta di riscattare la persona davanti al personaggio. ma non viene mai un brivido, non disturba e non inquieta mai, viaggia sempre leggero e sublimato facendo dell’orrore spettacolo e del fango in cui affonda le braccia quasi fiaba e impasto dolciario. da questo punto di vista l’organico di netflix non solo manca il bersaglio ma meriterebbe un discreto numero di sberle.

a me è anche piaciuto come manipola a mo’ di cubo di rubik tutte cose per caricarle di significati terzi, ma se penso a chi lo guarda non conoscendo niente o quasi dei veri retroscena e credendo che qua si fotografi il reale vissuto di gein, ecco, un po’ mi vorticano. tempo fa vidi un documentario di bougas su gein, era breve ma feci davvero fatica a finirlo, pelle d’oca all over per tutta la durata mi restò addosso come la rogna per giorni. non uno solo di quei brividi si è qua ripresentato, ma l’impressione è stata quella di mangiare una torta o essere al lunapark. anche se come manufatto estetico niente da rimbrottare e il cesello in levare di humman (irriconoscibile per chi lo ricorda come jax in sons of anarchy) è da pioggia di premi un tanto a episodio.

a questo punto ho davvero paura di vedere come verrà riprocessata la figura di gacy, a quanto pare prossimo step della serie…

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