Ruderi d'amore (Roger Fratter, 2020)

Vedendo Ruderi d’amore riflettevo sul percorso stilistico compiuto negli anni dal cinema di Roger Fratter e sulla sua progressiva maturazione tecnica e linguistica. Per costruzione e sottotesti questo film è a mio avviso una delle sue opere più elaborate e complesse, e anche una delle più interessanti.

Siamo in un futuro indeterminato e inquietante, dove quasi nessuno più lavora e si vive di sussidi controllati e assegnati in base a precisi meriti che si chiariranno solo nel corso del film. Il protagonista Ryan (Roger) disegna in modo quasi ossessivo occhi, labbra e nasi destrutturati, vive una relazione problematica con la moglie, e ha rapporti enigmatici con un’organizzazione che sembra perseguitarlo per indurlo a tornare a collaborare. Pian piano si scoprono i legami di Ryan con l’organizzazione, legati a un passato in cui…

Quello che più colpisce è il nichilismo di fondo che pervade il film, una distopia allarmante in cui la speranza adombrata nel finale (“E’ venuto il momento di ricostruire”) è solo apparente, perché non muta il contesto di una realtà (non solo virtuale) di violenza e di morte. Quella di questo film è una società “post”, non post-atomica, ma sicuramente post-disfacimento (morale, sociale, politico), dove i rapporti di scambio tra virtualità e realtà sono sempre più stretti.

In sintesi: senz’altro un bel film, che richiede la partecipazione non passiva dello spettatore, e che comporta significati non banali.

Girato tra Bergamo e Dalmine, cioè i luoghi del regista, quest’opera è più spinta del consueto sul fronte erotico, e a questo proposito voglio segnalare, tra le altre, la sequenza di una seduta fotografica, montata davvero benissimo e con grande virtuosismo (bravo, Roger!) che a me ha fatto pensare a quella analoga con Mario Cutini e Annamaria Rizzoli in Play motel. Se proprio dovessi trovare un punto debole, lo individuerei in qualche lieve incertezza recitativa, soprattutto da parte della protagonista femminile Maria Clouchet. Bisognoso di chiarimenti, almeno per me, il sottotitolo “Ignorati ignoranti”.

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