Sacro “Mah” o Sacro “Bah”? Questo è il dilemma che può assalire lo spettatore dopo la visione del film (o meglio documentario) vincitore del Leone d’oro di Venezia 2013. O almeno questo è l’effetto che ha provocato nel sottoscritto.
Sinceramente quando la pellicola di Gianfranco Rosi è stata proclamata vincitrice avevo esultato per il coraggio mostrato dalla giuria presieduta da Bernardo Bertolucci nel premiare un film documentario per certi versi minimale/marginale. E probabilmente proprio questa mia esaltazione “pre-visione” mi ha provocato una sorta di delusione all’uscita dalla sala.
Il film è girato molto bene da Rosi (che l’ha anche montato e filmato il tutto in prima persona), tuttavia alla fine l’intrecciarsi di “storie” marginali (ma in alcuni casi universali) che costituiscono il film lascia una sorta di amaro in bocca in quanto di questi “protagonisti” vorremmo sapere di più e non accontentarci semplicemente di quei pochi lacerti della loro vita che ci vengono mostrati durante la proiezione.
Forse il mio giudizio è viziato dal mio essere romano, aspetto che probabilmente mi porta ad avere una sguardo più smaliziato riguardo quanto è stato filmato d Rosi e perciò in qualche modo più consapevole di quel sottobosco suburbano che popola la Capitale. Per questo motivo mi farebbe piacere sentire l’opinione dei forumisti del resto d’Italia, in modo da avere un’opinione riguardo il film scevra dai quei condizionamenti, più o meno consci, insiti nell’essere “indigeni del luogo”.
Del film ho apprezzato l’aspetto visivo, le scelte di messa in scena e la libertà di struttura, ovvero il coraggio di raccontare solo parti, quadri, momenti della vita dei protagonisti.
Al film pesa però l’assenza di un crescendo, di un finale potente che lasci davvero un segno nello spettatore.
L’ho trovato orribile e inutile. Spesso insopportabile.
Da una parte è vero che c’è un minimo di cura formale che faceva ben sperare ma per il resto mi è sembrato un lavoro più che sopravvalutato.
A parte che tutta la storia del raccordo è assolutamente pretestuosa perché il film non parla di quello (e tante scene sono ambientate ben oltre il raccordo) l’ho trovato fumoso e noioso.
Se non avesse vinto il premio a Venezia sarebbe giustamente rimasto nell’oblio.
Le scene ricostruite sono pietose (i dialoghi degli inquilini del palazzo sono tremendi), il simbolismo con le palme malate è risibile e tirato troppo per le lunghe, la struttura che mostra brevi quadri scollegati gli uni dagli altri non funziona quasi mai.
Insomma, per me è pessimo, incredibilmente presuntuoso e e realmente inutile.
Speravo che col premio a Venezia il genere documentario potesse essere sdoganato ma dopo aver visto questo film capisco che in realtà dietro la vittoria di un film del genere ci devono per forza essere altre logiche, di certo non artistiche.
Lo vide in sala mio padre, e me ne parlo’ come di un film dove lo squillo di un telefono era già una gran cosa, dato il ritmo fin troppo blando. Vittoria per ragioni ideologiche? Direi proprio di sì, visto che a capo della giuria c’era Bertolucci. .
P.S. Rosi poi nelle interviste mi ha fatto una pessima impressione: un viscido laidone, tipo Rino Di Silvestro. .