Slaves in Cages (Lee Frost, 1970)

Lee Frost è, come noto, uno dei registi-portabandiera della (s)exploitation americana degli anni 60 e 70. Titoli come THE HOUSE ON BARE MOUNTAIN (1962), SPERONE SELVAGGIO (1968), CAMP 7-LAGER FEMMINILE (1968, inventore del filone “sexy-nazi”), VIOLENTATA DAVANTI AL MARITO (1971), LA GUERRA NON È FINITA SERGENTE MITCH (1971), THE THING WITH TWO HEADS (1972, un horror incredibile), POLIZIA INVESTIGATIVA FEMMINILE (1974), DIXIE DYNAMITE E PATSY TRITOLO (1976) sono ben conosciuti e apprezzati tra gli appassionati dei B-movies esploitativi prodotti negli Stati Uniti nel corso di quei due decenni.

Pochi sanno, però, che nel 1970, all’indomani della legalizzazione della pornografia in Danimarca (1969), Frost si recò nel Paese scandinavo dove trovò un produttore locale che gli co-finanziò due (o forse tre, vedi oltre) film molto più spinti di quanto la censura statunitense di quegli anni avrebbe permesso. SLAVE IN CAGES (1970), uno di questi film danesi firmati da Frost sotto falso nome, è praticamente un film porno a tutti gli effetti, anche se privo di dettagli espliciti (almeno nella copia oggi visionabile).

Un facoltoso playboy seduce alcune ragazze e, una volta portatele a casa sua, le tramortisce, le spoglia, le chiude in una gabbia dove vengono trattate come animali, e le costringe a partecipare, ogni venerdì sera, ad alcuni spettacoli porno, a carattere soprattutto sadomaso, da lui stesso allestiti in una sorta di teatrino domestico davanti a un ristretto pubblico di habitués che vi assistono mascherati. Ma durante uno di questi spettacoli…

Il film è praticamente privo di trama narrativa, limitandosi a mettere in scena le esibizioni live a cui partecipano le prigioniere e lo stesso protagonista. Ma la noia, che indubbiamente si impadronisce quasi subito dello spettatore odierno, è compensata, se contestualizziamo il film nel suo anno di realizzazione (1970), dalla sorprendente audacia delle sequenze di sesso, che si fermano solo in prossimità della soglia dell’hard conclamato (“explicit softcore” è l’espressione americana per questo genere di film, più dei semplici soft e meno degli hard come li concepiamo oggi). Una certa morbosità avvolge il film, soprattutto nella sequenza finale. Un film che costituisce uno di quei prodotti “no budget” e di scarsa consistenza registica che però hanno il potere di restare a lungo nella memoria.

Due parole, infine, sul piccolo mistero a cui ho accennato sopra. Secondo alcune fonti questo film sarebbe il gemello di un’altra pellicola realizzata da Frost in Danimarca e intitolata THE CAPTIVES. Ma secondo altre fonti si tratterebbe in realtà dello stesso film distribuito negli Stati Uniti con due titoli diversi.

(22.12.2025)

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