A distanza di più di 20 anni dai fatti di Genova mi riaccosto a quelle vicende grazie ad una proiezione del documentario della Comencini organizzata in cineteca.
Riosservare quelle vicende, che all’epoca mi vedevano estremamente coinvolto e partecipe a livello emotivo, dopo un gap temporale così lungo mi ha fatto un effetto strano, anzi straniante. Da un lato forse ora la maturità mi fa analizzare le cose da un punto di vista più onnicomprensivo, come se potessi osservare le dinamiche dall’alto ed averne una visione più coerente e completa. Dall’altro avevo dimenticato determinate cose, determinate sensazioni vissute in quei giorni di fronte alla violenza perpetrata indiscriminatamente dalla polizia sui manifestanti (ricordiamo dopo gli scontri di piazza Alimonda, voluti e causati dalle forze dell’ordine, anche la fascistissima aggressione ai dormienti della scuola Diaz e le documentate torture perpetrate nella caserma di Bolzaneto).
Ecco, riguardando tutto ciò adesso mi rendo conto come siano compresenti due livelli di lettura a ciò che è successo. Da un lato non bisogna essere complottisti per rendersi conto che era in atto una vera e propria strategia volta non tanto (o quantomeno non solo) a stroncare le proteste che erano in corso, quanto soprattutto a soffocare sul nascere qualsiasi altro movimento di dissidio o “antagonista” (come piace autodefinirsi a certe realtà di lotta) che potesse svilupparsi in futuro, mediante la paura, le botte, la violenza. Ed era da mesi che questa situazione si preparava, dicendo ai manifestanti che se fossero venuti a Genova avrebbero trovato la resistenza della polizia schierata come per andare in guerra. Ed infatti il documentario mostra come i manifestanti si preparassero alla mattina a sfilare organizzando cordoni di protezione con scudi di plexiglas, imbottendosi di gommapiuma, sapendo che sarebbero stati caricati nonostante sfilassero pacificamente, come poi di fatto è accaduto. Questa è la visione della dinamica globale, la contestualizzazione del tutto in un’ottica che sappia comprendere i sommovimenti sociali che erano in corso e la linea d’azione che un governo scriteriato e violento ha voluto seguire in risposta a ciò.
Poi, dall’altro lato, c’è la dimensione individuale, umana, personale.
Io a Genova non ci sono andato, anche se mi sentivo vicino al sentire di chi ci andava a protestare. Non ci sono andato perché non facevo parte di un gruppo preciso, perché ancora ero un ragazzetto del liceo, per una serie di altre concause che potrei elencare all’infinito, ma la causa principale era una: avevo paura dei casini che ci sarebbero stati, di trovarmi in mezzo a situazioni pericolose, di prendere le botte. Per me è bastato il logorante e mirato lavoro preliminare dei mass media a spaventarmi e dissuadermi dall’essere presente. Ero un codardo ed un vile? Oppure non avevo abbastanza a cuore la causa da valutare che valesse la pena rischiare pur di testimoniare il mio dissenso verso una certa visione del mondo ed un certo modo di fare politica (di fatto a quello mirava la protesta)? Sta di fatto che me ne sono stato a casa preoccupato dalle eventuali conseguenze; e come me chissà quante centinaia di migliaia di persone. Senza l’azione capillare ed estenuante dei mass media che per tutte le settimane precedenti hanno veicolato allerta e tensione, in quei giorni a Genova sarebbero arrivate esponenzialmente più persone rispetto a quelle 50.000 che si stima ci furono.
E se invece io ci fossi stato? Ogni volte che vedo (e non le rivedevo da tanto tempo, ma il mio pensiero è sempre stato quello) le immagini degli sconti di piazza Alimonda io penso che di certo se mi fossi mio malgrado trovato in una situazione simile avrei cercato di evitare gli scontri, di ripararmi da qualche parte; magari sarei cmq finito manganellato da un poliziotto furibondo mentre cercavo di ripararmi dietro un aiuola, ma di certo non sarei stato in prima fila a lanciare pietre o estintori.
Ma questo dipende dalle differenze individuali di ciascuno di noi, dalle differenze caratteriali e di indole: rivedendo questi fatti ora, e conoscendo meglio l’animo umano nelle sue diverse sfaccettature, mi rendo conto che una situazione così estrema di pericolo può portarci a reagire in modi diversi. Di fronte a una carica della polizia, ad un attacco ingiusto perpetrato senza una motivazione che potesse giustificarlo, l’adrenalina e la paura entrano in circolo, c’è chi può reagire scappando e chi può reagire attaccando a sua volta, sono entrambi meccanismi di autodifesa; entrambi a loro modo potenzialmente fallaci o potenzialmente efficaci, il fatto è che non li metti in atto consapevolmente ma è la tua istintualità che ti porta a farlo. Ed in entrambe i casi non è detto che poi tu sia fiero di come hai reagito; magari si, ma magari invece te ne vergogni.
Tutto questo per dire che finora, implicitamente, quando avevo visto le immagini di Giuliani che si trova negli scontri in procinto di gettare un estintore ho sempre pensato “Io non avrei agito così, io non avrei mai potuto trovarmi al suo posto”, ma al contempo anche, con un retropensiero giudicante, implicitamente davo per scontato che quel ragazzo dovesse essere un poco di buono, un agitato, un violento. Ma invece ora, nell’adultità anagrafica, relazionale ed emozionale, mi rendo conto che non per forza è così.
E a dare ancor più credito a questa visione che percepisco forte e vera dentro di me, ci sono le varie testimonianze lasciate da Carlo che vengono lette nel documentario.
Una persona sensibile, delicata, colta; in grado di scrivere poesie toccanti sui sentimenti e le vicende umane, in grado di scrivere testi in latino per il suo diletto; non certo il violento buzzurro che uno potrebbe immaginarsi di primo acchito, non certo uno che ama vedere il sangue e la distruzione, non certo un teppista che si diverte a spaccare o a creare caos.
L’idea che mi son fatto è, appunto, quella di uno che in quella situazione ci si è ritrovato ed ha reagito, in modi imperscrutabile, seguendo un istinto che va oltre ogni ragione.
Venendo al documentario in sé, è costruito attorno ad una lunga e toccante intervista della madre che espone cronologicamente i movimenti di Carlo in quella giornata maledetta, alternata ad immagini che mostrano ciò che contemporaneamente succedeva nelle diversi parti della città dove c’erano manifestanti, cortei, forze dell’ordine, scontri. Tutto questo a sua volta alternato con appunto testimonanze di scritti lasciati dal giovane Carlo.
Quello che più mi resta della visione è l’amarezza: deriva dalla consapevolezza che tutto fosse stato calcolato, studiato. Una situazione di tensione creata ad arte perché nascessero scontri e tafferugli, un caos voluto dall’alto per fini strumentali, per poter accusare di violenza e pericolosità chi manifestava il proprio dissenso. Per poter raccontare la reazione violenta e repressiva delle forze dell’ordine, i bagni di sangue perpetrati, come necessari ed inevitabili.
Per spaventare il movimento di protesta che anche in Italia si stava formando, seguendo i trend mondiali inaugurati dal popolo di Seattle, e stroncarlo sul nascere.
Tanto dispiacere nel rivedere quella pagina della storia del nostro paese che non avevo certo dimenticato, ma che avevo sublimato scordandomi la cattiveria, la violenze ed il cinismo mostrato in quei giorni dalle istituzioni e dallo stato.
Incredibile in Europa in epoca moderna una sospensione dei diritti civili come quella a cui si è assistito in quei giorni a Genova.