Cinema Italiano e Technicolor

Purtroppo è una fissazione che ciclicamente non riesco a sopire e prepotentemente riaffiora nella mia mente.
Sarà che fin da piccolo sono sempre stato affascinato da quegli splendidi colori,da quei rossi così accesi,da quelle luci blu…fatto sta che con l’aiuto di Voi amici vorrei che mi aiutaste per quello che potete nel rintracciare i film Italiani dove tale tecnica risulta più evidente.
Abbiamo citato Romeo e Giulietta di Freda,Suspiria di Argento,Bava,come sosteneva Caltiki utilizzava Eastman color ma a memoria ricordo qualche pellicola girata ancora con la vecchia tecnica…insomma chiedo il vostro aiuto per questa non facile impresa.
Grazie a chi vorrà contribuire.

Romeo e Giulietta di Riccardo Freda
Suspiria di Dario Argento

Terrore nello spazio di Mario Bava
Ercole al centro della terra di Mario Bava

Esther e il re (fotografia di Bava e Terzano)
La frusta e il corpo
I coltelli del vendicatore
Le meraviglie di Aladino
Le spie vengono dal semifreddo

Spacemen (Assignment outer space) di Antonio Margheriti
Addio fratello crudele di Giuseppe Patroni Griffi
Tentacoli di Ovidio De Assonitis

Terrore nello spazio non era in technicolor? Ed Ercole al centro della terra?

si… hai ragione… infatti il primo era: PANORAMICA TECHNICOLOR
il secondo: CINEMASCOPE TECHNICOLOR
(fonte: cinematografo.it)

scerba aggiorna la lista :wink:

Ho detto che molti film utilizzavano l’Eastman, non tutti.
I primi film a colori, sia di Freda che di Bava, erano in Technicolor.
Comunque aggiungo per Bava:

Esther e il re (fotografia di Bava e Terzano)
La frusta e il corpo
I coltelli del vendicatore
Le meraviglie di Aladino
Le spie vengono dal semifreddo

La versione americana di Spacemen (Assignment outer space) di Margheriti è in Technicolor.

Addio fratello crudele (Patroni Griffi)
Tentacoli (Assonitis)
requiem per un agente segreto (Sollima)

Dalla pagina FB di Christian Raimo:

“Il film italiano con la fotografia più bella? Fracchia contro Dracula”. Ieri alla presentazione dell’Invezione del colore alla Cgil, Luciano Tovoli è stato straordinario, ha fatto una lezione definitiva di cinema, l’avrei voluta registrare. Mi sono andato a rivedere Fracchia contro Dracula su Youtube, e effettivamente ha una fotografia incredibile. Tovoli dice che ha perfezionato il lavoro che aveva fatto su Suspiria, e ha detto che questo era possibile esaltando quello che accadeva al laboratorio della Technicolor, la creazione collettiva che avveniva in quel cinema lì. C’è una parola che non si può pronunciare sui miei set, ha detto: postproduction, tutti quelli che pensano che poi le cose si aggiustano in postproduzione, è come se limitassero le possibilità di ricerca che avvengono sul set, e tutti quelli che non pensano che il cinema sia essenzialmente ricerca dell’immagine, come un processo di gestazione collettiva, non hanno capito nulla.
Giovanni Bivi, un exdipendente della Technicolor, è stato altrettanto netto: avevamo un culto dell’immagine, non puoi fare questo lavoro senza avere un rispetto religioso per quello che è impresso sulla pellicola, e vedere come i curatori fallimentari hanno trattato il tesoro che c’era dentro quello stabilimento, copie matrici di capolavori e altri migliaia di bobine che hanno fatto la storia del cinema, è stato assistere a una violenza di stato. Il Ministero della cultura se n’è bellamente fottuto, ancora oggi se ne fotte di quell’eredità e che la Technicolor sia stata distrutta e sia diventata un concessionario d’auto. Un tempio ridotto a monnezza.
Mario Musumeci l’ha ripetuto, ha detto delle cose meravigliose anche lui a partire dal documentario che ha realizzato, tutte le voci di operai che oggi stanno morendo uno dopo l’altro, portandosi via un pezzo di storia che nessuno raccoglie, c’era una Hollywood sul Tevere e c’era una Hollywood sull’Aniene. Non era solo un laboratorio di sviluppo e stampa, era il cuore pulsante di un’epopea collettiva dove l’intelligenza della classe operaia incontrava la visione dei maestri del cinema.
Tovoli ha ricordato come la storia del colore è la storia dell’arte in purezza. I film di Meliès si potevano vedere in bianco e nero o a colori. Prima dell’automazione, il colore nel cinema era un atto di artigianato puro, quasi miniaturistico. Duecento signore che, a Parigi e nei primi laboratori, dipingevano i fotogrammi uno per uno, lavorando con le lenti d’ingrandimento.
Per chi ci lavorava, il cinema non era una scelta, ma un destino marchiato fin dalla giovinezza. Il profumo dei bagni chimici della Technicolor era lo stesso che molti direttori della fotografia, da ragazzi, sentivano nelle loro piccole camere oscure improvvisate nei bagni di casa. C’era una continuità fisica tra il gioco di un bambino che sviluppa un rullino in bianco e nero e la creazione di capolavori come Suspiria o Deserto rosso.
Il lavoro in laboratorio è letteramente una grande ricerca comune tra tecnici e autori della fotografia. Non c’erano orari che tenessero: se si arrivava a un punto cruciale di una ricerca cromatica, si restava un’ora in più per non perdere il filo del percorso, perché la copia finale mostrata al regista fosse perfetta. Era come “coccolare” l’immagine.
Il cuore del romanzo della Technicolor sono le lotte operaie e l’infinita potenza collettiva al lavoro, è nel superamento del limite tecnico per sfociare nella filosofia. Prendiamo il nero. Per il senso comune è un’assenza, ma nei laboratori di via Tiburtina il nero era una vertigine tridimensionale. Attraverso esperimenti chimici e sovrapposizioni di blu, rosso e giallo, si scoprivano le possibilità infinire dell’espressività del nero.
È nelle sale di proiezione, oggi devastate, distrutte, come la mitica Sala Kalmus, una sorta di astronave di bellezza, che si è costruito lo sguardo dell’occhio umano contemporaneo. Il rosso di Suspiria o il nero di Apocalypse Now non sono solo scelte estetiche: sono la materia dei sogni che abbiamo letteralmente ricevuto come regalo collettivo.
Per questo la storia della Technicolor è anche la storia dell’intelligenza operaia contro la stupidità padronale. Il lato epico della Technicolor è anche quello del lavoro duro, delle 10-14 ore di notte, della fatica di chi ha costruito la propria vita e la propria casa grazie a quel salario. Ma l tragedia di quesa storia inizia quando questa intelligenza collettiva si è scontrata con gli anni '90, l’arrivo di multinazionali come Carlton o Thomson, che ha segnato il passaggio dal cinema al toyotismo della qualità totale fatta di tabelle e questionari, gestiti da dirigenti che non sapevano nulla di cinematografia. Si è cercato di razionalizzare - e quindi annichilire - processi che erano, per natura, artistici e artigianali. Nonostante l’azienda fosse ancora vitale e ricca di commesse (42 film in lavorazione poco prima della fine), è stata lasciata morire per mancanza di interesse politico e sensibilità culturale.
La chiusura della Technicolor non è stata solo una vicenda industriale, ma una catastrofe per la storia del cinema italiano. Vedere archivi cartacei e filmici dispersi, o peggio, buttati a terra e cestinati, è una ferita aperta per chi con quei materiali lavorava con i guanti bianchi per rispetto della memoria. Pellicole “orfane” di immenso valore sono state salvate solo grazie all’impegno di singoli funzionari della Cineteca nazionale, ma la maggior parte è andata perduta nel disinteresse generale. Questo è il disastro. “Perché Roma non è diventata un città industriale?” “Perché avevano paura che succedesse come a Parigi con la Comune”.

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Tutto molto bello e interessante (e bel post, Almayer). Ma perché contaminare tutte queste cose giuste e sacrosante con la solita, e soprattutto controproducente, strumentalizzazione politica?

Vogliamo fare anche la storia della Technicolor come una storia della lotta di classe tra operai e padroni? Ma che c’entrano questi anacronistici rigurgiti sessantottini? Te lo dice uno che non ha alcuna simpatia per la destra: se qui c’è una stupidità è solo quella di chi ha pronunciato quelle frasi, che banalizzano tutto il resto, e che consiglio di rispedire senza indugi al mittente.

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Il problema, caro Andrea, è che in Italia qualcuno usa, magari a sproposito o fuori luogo, un linguaggio politico obsoleto, anacronistico, abbondantemente superato. Che va messo da parte. In soffitta e/o cantina. E quel qualcuno, consapevolmente o meno, tiene acceso un certo fuoco. Che dovrebbe essere spento da tempo. Ma come dice il vecchio cinese: colui che tiene troppo vicina al viso la fiamma viva, finisce col bruciarsi i co**ioni. E non aggiungo altro…:relieved_face::tongue::skull_and_crossbones:
P.S. Ringrazio comunque pure io Almayer. Semmai,la storia della Technicolor italiana ci insegna, per l’ennesima volta, che spesso le nostre istituzioni non sanno salvaguardare i tesori e i patrimoni nazionali. Questo sì, che è incontestabile. E profondamente triste…:cry::face_vomiting:

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Ringrazio anche io Almayer e non avrei mai immaginato “Fracchia vs Dracula” sul podio della categoria! :grinning_face_with_smiling_eyes:

Io penso che quelle frasi, al di là del -diciamo- frasario desueto, siano comunque appropriate se in riferimento al concetto dei padroni-proprietari che arrivano e smembrano l’intelligenza & creatività artigiana in nome del profitto/taglio dei costi.

Sono convinto che se Tarantino ne avesse detto meraviglie e si fosse recato sul posto, probabilmente lì ci sarebbe minimo un museo dedicato alla Technicolor…poi vabbè, probabilmente le amministrazioni locali lo avrebbero lasciato fallire nel corso degli anni…

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Molto meglio colpire allora Christian Raimo per “educarlo”, come aveva già fatto il ministro Valditara. E togliere dai curricola scolastici lo studio di Marx e Spinoza, come ventilato in questi giorni e guai a chi è stato licenziato, prendendolo in quel posto e che non si azzardi a tirar fuori 'sto armamentario ideologico ammuffito, perchè tutti adesso amano il sistema e devono farlo all’unisono, senza alcuna voce fuori dal coro di pecore.

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Mao avrebbe detto: ogni gregge ha bisogno di un pastore. All’occorrenza spietato e feroce. E lui se ne intendeva, di ferocia..:cry::smiling_face_with_horns:
P.S. Quindi occhio ai cattivi maestri, oggi come ieri. In campana…:thinking:

Dài @quidtum, non offendere la tua intelligenza. Qui si sta solo dicendo che è inappropriato applicare quelle categorie (la lotta di classe) a una tematica di carattere storico, tecnico, professionale, e anche politico, certo, ma non nel senso retrogrado e ridicolo di chi ha usato quelle categorie.

Quanto a Marx mi inviti a nozze, dato che ho passato molti anni della mia vita a studiarlo, ritenendolo tuttora, per molti aspetti, tutt’altro che “ammuffito”, e del quale, qui alle mie spalle, ho tutti i volumi delle opere complete… :grin:

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Io sugli scaffali ho Lovecraft, De Sade e naturalmente “Luce rossa”.:blush::nerd_face: Così per quanto riguarda cultura e politica, ho la coscienza a posto.:relieved_face::clown_face: E posso guardare sereno e beato i film di Cicero, Tarantini e Laurenti…:ok_hand::star_struck::heart:

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Siamo tragicamente OT, ma sai cosa scriveva Goffredo Fofi nella prima edizione del suo libro su Totò (poi ha eliminato la frase nella seconda edizione)? Cito a memoria: “Franchi e Ingrassia sono i servi del potere democristiano”. Ecco, è questo modo di fare la storia del cinema (lotta tra servi e padroni) che io rifiuto, tutto qui. Poi, come sempre accade, quando si sfiora la politica scattano le polemiche e le inimicizie…

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Raimo ha scritto L’invenzione del colore (pubblicato per La nave di Teseo), in cui al centro c’è il rapporto del protagonista - un Raimo romanzato - col ricordo del padre Raffaele, che aveva lavorato per anni e con ruoli importanti alla Technicolor.

Lo sto leggendo, ma le parti dedicate alla Technicolor, per quanto interessanti, sono spesso utilizzate come metafora per raccontare quello che vive il protagonista, un professore delle superiori diviso tra elaborazione del lutto, missioni educative impossibili e una storia d’amore che si mescola all’impegno politico.

Ovviamente è un romanzo e non un saggio, quindi Raimo usa la vita del padre per dire quello che gli sta a cuore dire. Raccontando anche una storia, quella della Technicolor, che in pochi in fondo conoscono.

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Sì ma tu vai a questionare con la clava su attrezzature mentali e forma mentis di persone che hanno vissuto in quel momento storico sulla loro pelle quelle idee, ora tranquillamente impacchettate nei libri impolverati nello scaffale alle tue spalle, e hanno abbracciato quelle bandiere nella loro vita non per sport ma perchè ci credevano, probabilmente, non importa se per fede politica, osmosi culturale o convenienza personale. E correttamente almeno per fortuna qualcuno ha fatto presente che si trattava della presentazione di un libro di narrativa in una sede sindacale. Quello che mi colpisce è che non si percepisce la distanza dovuta - come minimo sindacale - a uno storico nel considerare le cose, e che, se ragiona sul presente, uno storico dovrebbe almeno crearsela artificialmente, perchè, se sento queste cose da qualche giornalista, capisco come ragiona e cosa deve vendere dove scrive, ma per uno storico questo è un peccato mortale: di un gazzettiere prezzolato non mi stupisce l’esercizio di moda a costo zero di bollare, che ne so, di comunismo Novecento di Bertolucci come facilissimo bersaglio, ma mi stupirei enormemente se sentissi uno storico scagliarsi contro la mentalità di chi va a Predappio, giusto per fare l’esempio agli antipodi.

Mi colpisce il tuo atteggiamento aggressivo, che da te non mi sarei mai aspettato. Per il resto ti confesso che fatico a comprendere - perdonami, ma la tua prosa è alquanto involuta - il centro della tesi che vuoi sostenere.

C’è solo un piccolo dettaglio che vorrei sottolineare: io negli anni 70 c’ero (tu forse no), e anch’io sono sceso in piazza dalla parte che tu difendi per sostenere certi ideali (e ti risparmio altri dettagli perché non voglio parlare di me). Quindi anch’io ci credevo, e anch’io ho vissuto quelle idee, per usare la tua terminologia. Poi con la maturità ho valutato criticamente quei tempi, e da alcune cose ho preso le distanze perché totalmente anacronistiche oggi. Solo i paracarri stanno fermi al passato come se i decenni non fossero passati e la società non si fosse trasformata (in peggio, secondo me, ma questa è un’altra questione). Quindi con me - scusami, non voglio mancare di rispetto a te e alle tue idee - sbagli totalmente bersaglio e su questo fronte non accetto lezioni da chi parla solo per sentito dire.

Invece sono prontissimo ad accettare lezioni da te in campo cinematografico, dato che sei uno dei forumisti più preparati.

Mi impegno a non replicare più, ma prego i moderatori di non splittare il thread.

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Io non sto a difendere alcuna parte, nè impartisco lezioni, sto a parlare di quello che hai scritto. Credo ti sia sfuggito il discorso che si tratta di un testo di narrativa. Uno storico dovrebbe avere una distanza rispetto a ciò che analizza o secondo te deve stare a questionare sugli ideali di qualcuno, di qualunque colore essi siano, parametrandoli all’oggi? Se poi la morale che tu evochi è quella di esserti lasciato alle spalle tutto questo ed averlo riposto sulla mensola come oggetto da Wunderkammer, allora salutami tanto Giuliano Ferrara.

Pensavo che a scatenare discussioni accese sullo scritto di Raimo sarebbe stato il passaggio in cui dice che, per verificare che la fotografia di Fracchia contro Dracula fosse splendida come sostenuto da Tovoli, lui si è andato a rivedere il film su YOUTUBE, e invece… :sweat_smile:

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