Comrades: Almost a Love Story (Peter Chan Hoh-San, 1996)

https://www.imdb.com/it/title/tt0117905

Un film toccante, che segue due anime predestinate che si incontrano e si inseguono nell’arco temporale di una decina d’anni.

Si tratta di due poveri immigrati che entrambi arrivano dalla madrepatria Cina ed approdano ad Hong Kong in cerca di fortuna. Spiantati, senza soldi e senza punti di riferimento, con diversi obiettivi e desideri nella propria vita (lei ambiziosa e determinata a tutti i costi a fare soldi ed ottenere successo professionale, lui unicamente con l’intenzione di mettere da parte un gruzzolo per poter sposare la propria ragazza e portarla con sé a HK per offrirle un futuro migliore). Entrambi si scontrano con la solitudine della propria condizione di immigrato, con l’emarginazione e la discriminazione da parte degli abitanti della grande metropoli. In questa situazione difficile si sostengono a vicenda, forse finiscono per innamorarsi, nessuno dei due però vuole credere che questa sia la propria strada né intende rinunciare al raggiungimento dei propri obiettivi.
E così, nel corso degli anni, si perdono, si ritrovano, si perdono nuovamente, e soltanto il tempo, al netto delle dolorose esperienze che ciascuno dei due ha dovuto affrontare sul proprio percorso, farà loro capire che sono davvero fatti l’uno per l’altra.

Un film che ebbe grande successo all’epoca, che parla di che cosa vuol dire essere hongkonghese, dell’identità di un popolo che ha nel proprio DNA l’essere immigrato, il venire dal basso e la ricerca di un riscatto sociale.
Di più. La storia di questa coppia di anime inquiete rappresenta in metafora la storia di un’intero segmento di popolazione, di tutti quei cinesi che se ne sono andati via dalla madrepatria alla ricerca di una vita migliore, di benessere e di successo. Spesso per finire in qualche sperduto paesino ai quattro angoli del globo a fare una vita più umile di quella che facevano nella propria città natale, o per finire invischiati in affari poco limpidi al fine di trovare quell’agiatezza economica che rischia altrimenti di restare solo un miraggio.

Intense e toccanti le prestazioni dei due protagonisti, Leon Lai e quel mostro sacro di Maggie Cheung.
Ma la perla che impreziosisce la componente attoriale del film è l’interpretazione di Eric Tsang, che abbandona gli abituali stilemi della commedia per cimentarsi con impressionante efficacia nel ruolo drammatico di un piccolo boss delle triadi locali.

Mi ha stupito leggere nei titoli di coda che il film è stato restaurato presso il laboratorio L’immagine ritrovata di Bologna, che ormai a quanto pare è diventato davvero un’eccellenza internazionale nel suo campo.

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