Mi permetto di postare una mia piccola sinossi su cotanto capolavoro, nella malaugurata ipotesi che qualcuno dei forumisti intenda farlo visionare a malcapitati figlioletti e/o a seconda dell’età ad altrettanto malcapitati nipotini!!!
Dopo aver “conquistato” il popolo delle luci rosse con “kapolavori” del calibro di “Daniela minislip” e “La doppia bocca di Erica”, l’ineffabile Sergio Bergonzelli, caso più unico che raro nella cinematografia mondiale, tentò di far breccia (ovviamente senza riuscirci) anche nel mondo dei bambini, partorendo, come al suo solito, un soggetto di rara inverosimiglianza che vuole come cornice l’ambiente gravitante attorno al famosissimo “Palio di Siena”.
Se registi come Alessandro Blasetti con “Palio” (1931) e Luigi Zampa con “La ragazza del Palio” (1957) non erano stati in grado di andare al di là della solita patina turistica, il Bergonzelli, sicuro delle proprie capacità, ci narra della piccola Giada (interpretata dalla tal Silvia Monaco, alla sua credo unica esperienza cinematografica), solita a recarsi per le vacanze estive nella magione avìta situata nella cinta senese con l’aitante papà Guido, rimasto recentemente vedovo. Ne riveste la parte l’americano Richard Harrison, deputato a condividere in quegli anni con il connazionale Gordon Mitchell l’“oligarchia” della nostrana serie Z. Qui la nostra “adorata” Giada ritrova il coetaneo e compagno di giochi Tombolino (sic!) (impersonato da certo Leonardo Viti, altro esordiente rimasto tale), al quale il genio di Bergonzelli, pensando di farci ammazzare di risate, riserva continue e rovinose cadute sia a piedi che in bicicletta. A queste fa seguito a mo’ di tormentone, una “simpatica” canzonatura da parte dell’altrettanto “simpatica” bimbetta consistente in un indimenticabile “…Tombolino Tombolone, ogni passo un ruzzolone!”. Lasciando da parte i seri problemi psicomotori del ragazzo e l’assai comprensibile voglia di prendere a sberle l’“adorabile” pargoletta, si procede per bocca di Harrison a illustrare con quel finto lirismo da documentario scolastico degli anni cinquanta le bellezze senesi: la piazza del Campo, la Torre del Mangia e il famoso Duomo, vecchio di settecento anni ma che sembra un giovanetto (sic!), il tutto letteralmente rovinato da quelle inquadrature sghembe realizzate stortando l’asse di ripresa, tanto care al regista. Tornando in argomento, la nostra Giada riceve in regalo un giovane puledro chiamato Kiko, destinato a diventare grande come un cavallo vero (ma va??) e a gareggiare per il Palio. Al fine di danneggiare la contrada capitanata da Guido, i suoi avversari, corrompendo lo stalliere Barabba (un Alfredo D’Ippolito non nuovo nella filmografia bergonzelliana a recitare parti da “scemo del villaggio”), drogano Kiko impedendogli di partecipare al Palio. Sfortunatamente il cavallo imbizzarrito per effetto del doping viene però montato da Giada la quale, a causa di una caduta, si procura una commozione cerebrale nonchè una paralisi agli arti mica da ridere! Una disgrazia per la quale tutti ma davvero tutti piangeranno, persino il cavallo in una scena degna di entrare nell’Olimpo della spazzatura cinematografica! Il padre, per poter salvare la figlioletta, decide di organizzare un palio straordinario (mai sentita una cosa del genere!!!) che vedrà la vittoria di Kiko montato nientemeno che dall’imbranato Tombolino. Si compie così il miracolo: Giada, per la gioia, si alza e guarisce in guisa di un Lazzaro al femminile!!!
Una favola per bambini di disarmante ingenuità che il Bergonzelli riesce nonostante tutto a ingarbugliare con un montaggio demenziale da egli stesso curato, snodi narrativi di ardua comprensibilità e reiterate incongruenze (perchè il cavallo viene drogato se non è imminente la sua partecipazione al Palio? Come fa Giada a essere nella stessa classe di Tombolino se abitano la prima a Milano e il secondo a Siena? Quale è esattamente “l’imbroglio” con il quale il perfido Belmonte, capo di una contrada concorrente, si è impossessato della casa di Guido e in che modo sono state “rimesse a posto le cose”?).
Arrendendosi di fronte a quesiti ai quali evidentemente non si può nè si deve dare risposta, i malcapitati bambini che abbiano avuto la sciagura di visionare questo film, circolato sovente per le più “scrause” televisioni locali toscane, potranno riconoscere tra gli interpreti anche la cantante di seconda fascia Marisa Sacchetto. Già semifinalista in una dimenticabile edizione pomeridiana di una “Canzonissima” prossima alla sua definitiva chiusura, cercò inutilmente di riscattare nel dorato mondo della celluloide una carriera discografica costellata da scarsi successi. In cotanto capolavoro scovatole dal suo evidentemente “ottimo” agente, riveste il ruolo della madre defunta della piccola Giada, da questa ricordata in flashback con immagini roteanti e duplicate con filtro cross-screen per effetti onirico-lisergici da quattro soldi anch’essi cari al regista.
A completamento dell’imbarazzante cast non possiamo non citare la francese Michele Perello, già stellina, ormai attempata, dalla più scalcagnata frenchsploitation. Nuova moglie del bel Guido (vi pareva che potesse rimanere vedovo a lungo??) e già insegnante privata di danza e pianoforte di Giada, ha il merito (o demerito mettetela come vi pare) di farsi miglior interprete di un altro dei “topoi” del cinema bergonzelliano, esprimendo i propri stati d’animo agitandosi e sbracciandosi in maniera sconsiderata e demenziale, il tutto contornato dai sorrisi ebeti degli altri interpreti con in testa, ca va sans dire, il bonazzo americano.
Dulcis in fundo non poteva mancare anche lo stesso Sergio Bergonzelli che rispolvera i suoi esordi attoriali nelle vesti di un magistrato che sovrintende il Palio (e perchè mai??) e la cui collocazione mi pare centri con la storia come i cavoli a merenda.
Colonna sonora dei Rocking Horse, fondati dall’ex Motown Douglas Meakin, il cui motivo portante, ebbe un discreto successo sul relativo 45 giri.Per i momenti struggenti e strappalacrime si recuperano invece dagli archivi della “R.C.A.” le musiche del film “La bellissima estate” (1974) di Sergio Martino.
Presentato sia pure fuori concorso al “Festival del cinema per ragazzi di Giffoni” nel 1983, seguì le orme dell’introvabile “kapolavoro” “Pin il Monello” del “grande” Sergio Pastore, che gareggiò l’anno precedente (non si sa con quale piazzamento) per percepire magari anche qualche fondo governativo. Su questo, però, per evitar querele, non metterei la mano sul fuoco!!!