Questo film della serie “Alexandre Borsky” è stato attribuito a Joe D’Amato da molti fonti, che lo hanno indicato come una collaborazione alla regia tra lui e Claudio Bernabei, il titolare originale dello pseudonimo Alexandre Borsky, con cui fu firmata una serie di 15 film porno nel 1980-1981. Invece, secondo il libro “Luce Rossa” (Franco Grattarola, Andrea Napoli, 2014) Claudio Bernabei è stato il vero regista, con D’Amato che si è occupato della produzione, della sceneggiatura e del doppiaggio di un personaggio. I titoli di coda dicono che la fotografia è stata realizzata da Aristide Massaccesi (il vero nome di D’Amato), ma “Luce Rossa” afferma che il vero fotografo era Enrico Biribicchi! ![]()
Confesso di non aver notato alcuna differenza stilistica tra questo e altri film dello stesso periodo diretti da D’Amato. In tutti loro, abbiamo le tipiche scene narrative pigre registrate in un’unica inquadratura principale (master shot), ad esempio. Si potrebbe supporre che Bernabei si limitasse a seguire i canoni estetici di D’Amato? Chissà…
La trama ruota attorno a Julie (interpretata dall’attrice francese molto androgina Françoise Perrot), una giovane ninfomane che va a trascorrere le vacanze scolastiche con la sorella Anne Higgins (Laura Levi). Quest’ultima è sposata con George (Roland Carey), la cui assistente Deborah (Pauline Teutscher) vive temporaneamente con loro. L’arrivo di Julie porterà problemi alla famiglia e la storia si concluderà in modo tragico (anche se la pessima esecuzione del finale è risultata involontariamente comica).
Trattandosi di pornografia hardcore, non c’è molto spazio per lo sviluppo dei personaggi e la trama esile è minata dalle continue scene di sesso. Ciononostante, ho trovato alcuni aspetti interessanti. Il principale di questi è la protagonista. Françoise Perrot sembra molto a suo agio davanti alla camera e il suo volto androgino trasmette un’ambiguità perversa che si adatta bene al ruolo di una predatrice sessuale che distrugge una famiglia. È un peccato che non abbiano esplorato il suo personaggio con maggiore profondità. Le due sequenze in cui Perrot si masturba sono i punti più alti del film in termini di erotismo. La sua interpretazione in queste scene porta con sé un inquietante mix di abbandono edonistico e vuoto interiore, come se fosse consapevole della sua incapacità di trovare vero piacere. E questa consapevolezza la spinge ad agire contro chi ha una vita sessuale felice. Le scene sopra menzionate sono straordinariamente ben fotografate e hanno tutti i tratti distintivi di D’Amato.
Avvantaggiato da una totale assenza di umorismo, il film è guardabile sia per i fan di D’Amato che per chi è interessato ai primi anni del porno italiano. Con più ambizione e meno pigrizia, forse avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro. Il cast conta anche piccole parti per Guia Lauri Filzi e la splendida Sonia Bennett.
I titoli di coda scorrono sulle note di “Celebrate Myself”, l’eccellente canzone di apertura di “Emanuelle in America”, e questo è il peccato peggiore commesso da questo film.

