Un nuovo gotico padano di Pupi Avati, che però ha delle incursioni americane, che mi hanno ricordato certe atmosfere di Dove comincia la notte. IMHO è veramente godibile, sorretto dall’interpretazione di Filippo Scotti che fa perdonare altre recitazioni (Chiara Caselli con la R moscia…; un’altra attrice palesemente doppiata). Regia in totale controllo, fotografia in bianco e nero da graphic novel, un paio di jump scare, un tocco di gore by Sergio Stivaletti, il film mi ha incuriosito dall’inizio alla fine.
Su YouTube ho trovato la masterclass che Pupi Avati ha dato a Venezia in occasione della presentazione del film:
Sapendo dell’uscita, un mese fa circa ho letto il libro e sicuramente la voglia di vedere il film c’è eccome. Dalle pagine si delinea effettivamente l’ennesimo ritorno al gotico padano, qui “spezzato” a livello geografico tra l’America (come Il Nascondiglio) e l’Italia in una storia che abbraccia sensazioni horror, thriller e giallo giudiziario. Sono dunque curioso di vedere la trasposizione e capire come sono stati realizzati i momenti clou del libro come il processo e il plot twist finale.
L’orto americano è un film di genere “gotico”. Narra la storia di un giovane problematico con aspirazioni letterarie che si trova a innamorarsi fulmineamente di una giovane nurse dell’esercito americano. Siamo a Bologna a ridosso della liberazione e a questo giovane problematico è sufficiente l’incontro di sguardi con la bellissima soldatessa per far sì che lui la consideri la donna della sua vita. Casualmente un anno dopo nel Mid West americano lui andrà ad abitare in una casa contigua, in realtà separata da un nefasto orto, alla casa della sua bella. In questa casa vive l’anziana madre disperata dalla scomparsa della figlia che dalla conclusione del conflitto, dopo aver scritto a casa che si sarebbe sposata con un italiano, non ha più dato notizie di sé. Inizia così da parte del ragazzo una tesissima ricerca che gli farà vivere una situazione di altissima drammaticità fino a una conclusione in Italia, certamente del tutto inattesa. Ancora una volta affrontiamo il genere ‘gotico’, in questo caso non solo confermando quei luoghi della nostra regione che sono risultati così significativi, ma allargandoci per la prima parte del racconto a quell’America rurale che è del tutto simile alla nostra Emilia-Romagna.*
Se ci si aspettava un ritorno al gotico padano classico (La casa dalle finestre che ridono) o anche solo a quello più recente (Il signor diavolo), L’orto americano rischia di portare fuori strada.
I richiami orrorifici sono infatti estremamente limitati ad un paio di incubi e ad alcune suggestioni notturne, mentre il cardine del film è una ricerca drammatica e sentimentale di un amore a prima vista sfumato nel giro di uno sguardo, rapido ma indelebile per il protagonista.
A questa linea si affianca una (sotto)trama gialla poiché il ragazzo dall’America de Il nascondiglio torna in Italia per capire dove sia finita e che fine abbia fatto la sua amata Barbara, forse uccisa da un maniaco serial killer oppure scomparsa e ormai irrintracciabile.
Condensando quindi dramma, giallo, horror (dalla debole eco gotica) e thriller (il killer delle donne italiane), l’orto americano apre diverse porte senza però riuscire a varcare degnamente tutte le soglie implicate attestandosi infine su una via cinematografica “di mezzo” che lascia se non insoddisfatti, quantomeno desiderosi di uno sviluppo migliore, un difetto da attribuire in parte anche allo scarno e “irregolare” materiale di partenza ovvero il libro dello stesso Avati.
Per me non un film sbagliato, ma il meno riuscito all’interno della produzione avatiana in materia di thriller/horror; anche il Signor Diavolo, giusto per citare un titolo comunque divisivo, è nettamente superiore senza dover scomodare l’inarrivabile prototipo del 1976.