Magnifico esempio di cinema marginal, una pellicola simbolica e surreale, che riesce ad essere tanto poetica e intellettuale quanto politica e popolare.
In uno sgangherato circo si esibisce, tra gli altri, un carismatico fachiro, interpretato da un José Mojica Marins super in palla, qui in uno dei ruoli più suggestivi ed iconici della sua carriera.
Quando per una serie di vicissitudini il circo chiuderà i battenti, il fachiro insieme ad alcuni colleghi partirà per un viaggio iniziatico che lo condurrà a prese di consapevolezza sempre maggiori, rendendolo un simbolo idolatrato dalla massa, un vero e proprio profeta della fame.
La potenza visiva della pellicola cozza prepotentemente con la scarsità dei mezzi a disposizione, la valenza politica ed ideologica riesce ad affermarsi con forza, l’aspetto più creativo e fantasioso getta solidamente le sue radici in una cultura popolare, in tradizioni ancestrali delle quali trabocca.
Marins che mangia chiodi e vetri, che si fa seppellire vivo, che si fa crocifiggere, che si trafigge il busto con lunghe spade acuminate, sono immagini che si imprimono nella retina dello spettatore.
Da segnalare come, per attirare la gente in sala, il manifesto ritragga l’attore nelle vesti del suo celebre personaggio Zé do Caixao, quando invece il suo ruolo ed il suo costume di scena ricordano molto più da vicino il personaggio messianico che egli interpreta nei successivi Finis Hominis e Quando o deus adomercem (che sono di fatto i due film da regista nei quali Marins si avvicina maggiormente alle tematiche del cinema marginal, con esiti però piuttosto modesti).