L’Italia, si sa è stata da sempre una nazione prodiga di portieri. Oggi come oggi la sostituzione di un portiere dipende esclusivamente se nel corso della partita ha commesso qualche scorrettezza grave, o raramente per infortunio, escludendo le scelte tecniche del mister. Ci sono passato anche io, con la scalata da quarto a titolare in breve tempo, e tutte le cause per lo scarso rendimento di quelli prima di me che si impegnavano sì durante gli allenamenti, ma durante la partita, subendo “gollonzi” allucinanti, e minacce dell’allenatore a fine partita dentro gli spogliatoi.
Non sono qui per raccontare le mie gesta calcistiche ma di come noi ragazzini degli anni 70 rimanevamo affasciati da quel numero 12 sulle spalle.
Non si tratta di una semplice suggestione, ma del riflesso di un calcio profondamente diverso da quello attuale, dominato da dinamiche umane, romantiche e regolamentari uniche.
Non esistevano i numeri personalizzati, il dodici era il portiere di riserva…e basta.
Quella maglia aveva un’identità visiva fortissima e immediata.
In panchina sedevano pochissimi giocatori (all’inizio solo tre, poi cinque). Il “12” era una presenza fissa e rassicurante.
Il portiere veniva sostituito quasi esclusivamente per infortunio, raramente per espulsione oppure bisognava aspettare le ultime due giornate di campionato che il mister gli regalava un po’ di gloria: all’inizio del secondo tempo, dopo il terzo goal subito dal titolare, o negli ultimi due minuti (e figuriamoci se c’erano tutti quei minuti di recupero)
Vedere il dodici entrare in campo significava che era successo qualcosa di straordinario; entrava “a freddo”, senza riscaldamento adeguato, catapultato direttamente nella mischia.
Molti di loro accettavano il ruolo di “professionisti del silenzio”: erano l’incarnazione del lavoro oscuro, della pazienza e dello spirito di sacrificio, spesso erano i pilastri emotivi dello spogliatoio, figure carismatiche e benvolute da tutti.
Vedendoli immortalati nelle figurine Panini a volte avevano fisici meno atletici dei titolari inamovibili sembravano più vicini alla gente comune rispetto al numero uno(come non ricordare Pasquale Fiore del Napoli)
Spesso ereditavano il materiale usato dal primo portiere o usavano attrezzature minimali.
Senza l’assillo della prestazione della partita domenicale, potevano permettersi uno stile più rilassato e filosofico. Noi tifosi li amavamo per la loro umiltà e per il senso di appartenenza alla maglia e li rincuoravamo dalla curva o tribuna sempre con un’ovazione mentre aiutavano il titolare a scaldarsi.
Tra gli aneddoti più iconici, tragici e divertenti del periodo che seguivo il calcio con molta attenzione come non ricordare quello di Giancarlo Alessandrelli (Juventus)
Nel 1975 la Juventus acquista il portiere dalla Ternana come vice del leggendario Dino Zoff.
Davanti a un monumento simile, è cosciente che non giocherà mai.
Infatti, resta in panchina per 4 anni consecutivi, con la sua inseparabile radiolina tascabile seduto vicino al massaggiatore Luciano De Maria senza collezionare un solo minuto in campionato.
All’ultima giornata del campionato 1978-79 si gioca al Comunale Juventus-Avellino, a scudetto ormai svanito, vinto dal Milan, l’allenatore Giovanni Trapattoni decide di premiarlo.
Al 64° minuto, sul punteggio di 3-0 per la Juve, Zoff esce tra gli applausi ed entra il giovanissimo portiere.
In appena 26 minuti di gioco, l’Avellino compie una rimonta clamorosa segnando tre gol. La partita finisce 3-3. Quelli resteranno gli unici 26 minuti della sua carriera in bianconero, con una media record di un gol subito ogni meno di nove minuti.
Raramente in quegli anni si era visto mai un portiere battere dei calci di rigore. Questa insolita leggenda divenne realtà la sfatò Antonio Rigamonti portiere del Como. Aveva una dote rarissima per l’epoca: sapeva calciare benissimo i rigori. Durante la stagione 1975-76, segnò ben 3 gol dal dischetto.
L’assurdo: In una di queste partite, Milan-Como, Rigamonti segnò un rigore nientemeno che a Enrico “Ricky” Albertosi, il portiere titolare del Milan ex portiere della nazionale.
Il paradosso avvenne l’anno successivo, il Milan acquistò Rigamonti per fare… il portiere di riserva di Albertosi.
I due “baffoni” trascorsero tre anni insieme nello spogliatoio rossonero: il primo portiere che subiva i gol e il secondo che glieli aveva segnati l’anno prima, prima di diventare titolare della porta dopo che il “baffo” fu uno dei tanti calciatori implicato nel primo calcio scommesse.
Senza pay-tv, smartphone o social media, il calcio si viveva attraverso la radio e pochi programmi cult.
L’attesa febbrile per “Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio o per i gol a “90° Minuto” o “Domenica sprint” ci regalava questa atmosfera magica e quasi mitologica attorno ai calciatori, e di quel mondo, che oramai è solo e nostalgico ricordo.
5 Mi Piace
