Alla memoria di Elio Zamuto (scomparso poche ore fa)
L’8 maggio 1973 il Programma Nazionale della Rai mette a segno un colpo di fulmine televisivo che rompe gli schemi del palinsesto tradizionale: debutta “Qui squadra mobile”. Fino a quel momento, il poliziesco italiano in TV era rimasto confinato nei salotti intellettuali dei gialli a enigma o nelle deduzioni solitarie di investigatori infallibili. Con questo sceneggiato, invece, la televisione pubblica decide finalmente di aprire le porte dei suoi studi e di catapultare il pubblico direttamente sull’asfalto, inaugurando una stagione narrativa inedita, dal ritmo serrato e dal forte sapore metropolitano.
Questa produzione andò ben oltre i confini del classico giallo all’italiana: fu una sterzata stilistica che riscrisse da zero le regole della nostra fiction. Prima di allora, l’indagine in TV era un affare privato. Il pubblico era abituato a detective infallibili e solitari che risolvevano i casi grazie a un intuito quasi divino, esattamente come facevano il Tenente Sheridan di Ubaldo Lay o il Commissario Maigret di Gino Cervi. “Qui squadra mobile” cancella questo mito del solista: per la prima volta, al centro della storia non c’è un supereroe in divisa, ma la macchina corale del lavoro di squadra.
L’idea nacque dalla felice sinergia tra Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, tra i più prolifici autori della nostra narrativa poliziesca. Per dare vita allo sceneggiato, la coppia scelse una strada decisamente fuori dagli schemi per la TV del tempo: si trasferì per mesi direttamente negli uffici della Mobile romana. Studiando i verbali d’indagine, ascoltando i dialoghi quotidiani tra gli agenti e assimilando i tecnicismi del mestiere, riuscirono a trovare una chiave nuova. Il loro obiettivo era creare qualcosa di inedito, che evitasse sia i cliché astratti della letteratura classica sia le derive violente e spettacolari delle sale cinematografiche. del cinema “poliziottesco” che in quegli stessi anni riempiva le sale cinematografiche.
A differenza del cinema di genere dell’epoca, popolato da eroi solitari che rispondevano alla violenza della strada con altra violenza, la Rai scelse di dare spazio alla routine metodica e al rispetto delle regole dello Stato. Questo approccio umano e realistico trovò la sua massima espressione in una frase simbolo: “Doppia Vela Ventuno alla Centrale”. Quel codice che arrivava da una radio di servizio perse ogni rigidità tecnica e si stampò nell’immaginario collettivo degli italiani, diventando il marchio di fabbrica di una Polizia più vicina ai cittadini e profondamente legata alla vita reale.
Articolato in dodici episodi complessivi - divisi equamente tra il 1973 e il 1976 - lo sceneggiato sfrutta questa pausa di tre anni per registrare un duplice cambiamento. La transizione tra i due blocchi di puntate non è solo un fatto di date, ma riflette fedelmente sia l’inasprimento del clima sociale nel Paese, sia la profonda mutazione psicologica e organizzativa all’interno della stessa questura di Roma.
La prima stagione ruota attorno al Commissario Capo Antonio Carraro, interpretato da un magistrale Giancarlo Sbragia. Leader d’altri tempi, paterno e comprensivo, Carraro affronta il crimine con ironia e fermezza morale. Il suo vero talento, tuttavia, emerge nella gestione della questura: agisce come un fondamentale cuscinetto tra l’esuberanza dei suoi collaboratori sul campo e le rigide procedure imposte dai magistrati. Sbragia riesce a tratteggiare un servitore dello Stato impeccabile ma profondamente umano, perfetto per conquistare la fiducia di una platea televisiva ancora legata a modelli istituzionali tradizionali.
La seconda stagione introduce una rottura radicale attraverso il personaggio di Guido Salemi, interpretato da Luigi Vannucchi, ed è quella, anche se avevo solo 9 anni, che ricordo con più affetto, per due motivi.
Vannucchi aveva un volto rassicurante e si vedeva spesso in televisione non solo per questo “sceneggiato a episodi”, ma per delle reclame di Carosello per la Grappa Piave.
L’altra che durante un episodio, con la mia famiglia stavamo andando a trovare i miei nonni materni, la produzione ci fece fare un giro enorme perché erano impegnati con le riprese deviando per delle strade interne poco trafficate perché in quella principale dovevano girare un inseguimento tra una macchina di banditi e 4 volanti della Polizia.
Ritorno da “Vannucchi”: era il “padre” della Mobile, Salemi è il manager della giustizia: un uomo colto, controllato, che mette la precisione tecnica davanti all’empatia. Gli attriti con il resto del gruppo, rimasto orfano della precedente guida, costituiscono il vero motore psicologico delle nuove puntate. Sarà proprio la difesa intransigente del lavoro d’équipe a permettere a Salemi di fare breccia nel muro di diffidenza dei colleghi, trascinando definitivamente la squadra verso una modernità investigativa più matura ed efficiente. Gli altri protagonisti non erano semplici spalle del protagonista, ma veri e propri leader.
All’interno della questura spicca la figura di Fernando Solmi, interpretato da un indimenticabile Orazio Orlando. A capo della Sezione Omicidi, Solmi rappresenta l’anima più passionale, ironica e talvolta impulsiva di tutto l’ufficio. Grazie a un’umanità travolgente e a una spontanea capacità di entrare in sintonia sia con le vittime sia con i sospettati, il suo personaggio conquistò immediatamente l’affetto del pubblico televisivo, diventando uno dei pilastri più amati dell’intera serie.
L’analista delle Rapine: Alberto Argento (Elio Zamuto), un investigatore che fa del rigore metodologico la sua arma migliore. Ogni sua mossa è ponderata, volta a decifrare con precisione millimetrica la psicologia e le dinamiche dei grandi colpi criminali.
L’uomo della strada: Leonello Astolfi (Gino Lavagetto), che guida la Sezione furti con un approccio energico e pragmatico, prima di passare alla Narcotici. È il poliziotto che conosce a fondo i quartieri popolari e i codici della malavita locale.
Il personaggio a sorpresa : Giovanna Nunziante (Stefanella Giovannini) nei panni di esponente della Polizia femminile.La Nunziante introduce nello sceneggiato una forte critica sociale, trattando temi caldi come il disagio giovanile e la marginalità urbana con lucidità e rispetto per gli ultimi.
La regia è affidata ad Anton Giulio Majano che poteva apparire, sulla carta, una scelta scellerata.
Majano era infatti considerato il padre indiscusso del teleromanzo, celebre per le sue trasposizioni storiche e melò in interni ricostruiti.
Invece, il regista compie un vero e proprio colpo d’anca degno della più scalcinata soubrette.
Il regista abbandona le rigidità degli studi televisivi per scendere nelle strade, nelle piazze e nei vicoli di una Roma caotica, tipica degli anni 70.
Sceglie un bianco e nero documentaristico per descrivere una questura caotica, affollata e rumorosa, dove il ticchettio delle macchine da scrivere fa da colonna sonora alle stanze sature di fumo. Non c’è spazio per la spettacolarizzazione. La stanchezza stampata sulle facce degli agenti, i loro completi stropicciati dai turni di notte e la spoglia essenzialità degli ambienti servono a mostrare una cosa sola: la giustizia come un duro lavoro di routine, privo di gloria ma fondamentale per la tenuta democratica del Paese.
Il valore di “Qui squadra mobile” si misura soprattutto sul lungo periodo, avendo fatto da apripista a tutta la serialità poliziesca successiva. È da questo nucleo originario che germoglieranno progetti ambiziosi come “La piovra” e formati popolari come “Distretto di Polizia” o “La squadra”.
Il lavoro di Majano, Felisatti e Pittorru resta una pietra miliare perché ha saputo fondare un genere radicato nella nostra identità sociale e giuridica. Ancora oggi, la serie conserva una potenza narrativa sorprendente, imponendosi non solo come intrattenimento di culto, ma come uno straordinario archivio storico e visivo dell’Italia dell’epoca.







