https://www.imdb.com/it/title/tt29002950/
“La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”
In un futuro lontano in cui l’umanità ha scoperto che rinunciare ai sogni fa vivere più a lungo, una donna (Shu Qi) dà la caccia a un “Delirante”, (Jackson Yee) un essere deforme mezzo Nosferatu/mezzo Quasimodo che continua a sognare nascondendosi in “memorie cinematografiche”.
Lo trova morente e decide di fargli rivivere gli ultimi istanti della sua vita attraverso una serie di oniriche visioni montandogli un vecchio proiettore nella gobba (io ci ho visto una strizzata d’occhio alle pulsanti Betamax infilate nella panza di James Woods).
Bi Gan percorre cento anni e passa di cinema, dal muto, ai cromatismi accesi di Jack Cardiff per conto di Powell e Pressburger fino alla new wave di Hong Kong. Inoltre filosofeggia pure, ma con classe.
Nel film, infatti, i sogni del protagonista sono legati alle Āyatana, le sfere sensoriali della psicologia buddista.
L’udito/suono con la storia neo-noir di Qiu, compagno di un musicista dalle orecchie perforate perchè coinvolto in un torbido enigma musicale.
Il gusto con il racconto religioso/fantasmatico di un ex monaco tormentato dall’ “amaro” ricordo del padre reincarnato in una statua buddista.
L’olfatto con il dramma sentimentale (il mio segmento favorito del film), la storia di Jia, un truffatore che sfrutta una bambina prodigio che sa “annusare” le carte da gioco per ingannare un boss della mala.
Il tatto/corpo con la storia romantica di Apollo, un giovane ribelle che si innamora di una non-morta e con lei vive un amore disperato poco prima
dell’alba, tra sangue e karaoke.
E ancora la vista, con Shu Qi che si muove tra teatri di posa che si liquefanno e proiettori vintage.
In ogni caso il film ha dei momenti molto alti e l’ambizione/virtuosismo di Bi Gan non sono affatto sterili e senz’anima, sotto c’è un gran cuore che batte forte d’amore sincero per il cinema.
