Scena/sequenza

Vorrei sapere l’opinione di qualche forumista che magari ha fatto il DAMS, o che comunque ha studiato seriamente la questione. A me hanno insegnato (ma parlo di molti anni fa) che al cinema con “scena” si intende una unità narrativa composta da varie inquadrature e che “sequenza” è un’unità narrativa maggiore, inclusiva di più scene. I testi di semiologia del cinema che ho letto in passato mi pare fossero concordi. Però in molti documenti, ad esempio i carteggi della censura, vedo che spesso si usano i due termini in senso addirittura opposto (scena come composta da più sequenze). Vabbè che molti funzionari e commissari del Ministero non erano gente particolarmente preparata (eufemismo: basta leggere certi referti…), ma anche altrove mi sono spesso imbattuto nell’uso indiscriminato di questi due termini. Siccome si impara sempre qualcosa di nuovo, vorrei conoscere altri pareri.

2 Mi Piace

Ho fatto il DAMS 20 anni fa ma anche io sono concorde che una scena è formata da diverse inquadrature e che una sequenza è formata da più scene.

Non credo che ci siano stati stravolgimenti di questa struttura nel corso del tempo. Forse è più probabile che chi utilizza un termine al posto dell’altro lo faccia semplicemente per una sua imprecisione.

Sarebbe interessante sentire l’opinione di @Nik_Carati che qui dentro credo sia il più fresco di studi.

4 Mi Piace

La scena è sì un insieme di piani (ricordo che il Rondolino era abbastanza preciso nel differenziare il piano dall’inquadratura) diversi, ma la discriminante sta nell’unità di tempo (e a volte addirittura nell’unità di spazio): qui ciò che è raccontato non subisce alcuna omissione (un piano sequenza, per esempio; o il classico “stacco”, con ripresa dell’azione da un’angolazione diversa; ma mai dissolvenze o salti temporali e/o spaziali).
Nella sequenza, invece, siamo di fronte alla fattispecie opposta: l’unità di spazio proprio non c’è, e continuamente abbiamo stacchi o dissolvenze che frantumano l’unità di tempo. Di solito la sequenza si regge più su un fatto tematico o estetico, piuttosto che sulle unità aristoteliche. Un esempio molto noto: Lang usa il montaggio parallelo nel famoso “M”: un espediente tecnico per mostrare in quale modo la bambina scompare, e allo stesso tempo per enfatizzare il patema d’animo patito dalla madre che non la vede arrivare. Qui non c’è unità di spazio (siamo, in modo alternato, in due posti diversi: la strada e gli interni della casa); e non c’è nemmeno unità di tempo: perché, benché le due linee narrative corrano parallelamente, gli stacchi frantumano il tempo, e non sappiamo mai esattamente se gli attacchi di montaggio rispettino la linearità del tempo. Ne consegue, in questo caso, che la sequenza si fonda, appunto, sia su un fatto tematico (“la scomparsa della bambina”) e sia su un fatto estetico (inserire il timore di una madre per la propria figlia fa sì che lo spettatore si senta coinvolto, possa empatizzare, e dunque comprendere).
Questo è ciò che ricordo, andando a memoria, e soprattutto aiutandomi con le nozioni legate agli studi letterari, riguardo ai quali sono più preparato. Nel caso ciò che ho scritto dovesse rivelarsi poco preciso, perdonatemi.
Naturalmente ringrazio @Frank_n_Furter per avermi taggato, dando per scontato che io potessi essere esauriente al riguardo.

4 Mi Piace

A.N., attieniti ai manuali classici, è quella giusta interpretazione. Purtroppo ormai nelle recensioni è facile leggere questa confusione.

Aggiungo: basta sfogliare una sceneggiatura alla vecchia maniera.
Scena 10, interno/giorno. Se la sceneggiatura era dettagliata, veniva inserito anche il tipo di inquadratura che ci sarebbe stata. La sequenza poi avrebbe raccolto tutte le scene che sono legate tra loro (luogo oppure senso).

2 Mi Piace

Grazie a tutti.

3 Mi Piace