Sirat (Olivier Laxe, 2025)

Vincitore di diversi premi a Cannes, tra cui il Gran premio della giuria, questo film mi ha attirato subito per la tematica inusuale: un padre di famiglia ormai avanti cogli anni, insieme al figlio preadolescente, gira per i rave nel deserto del Marocco alla ricerca della figlia maggiore, che da mesi è scomparsa facendo perdere le sue tracce.

Si tratta di un’opera davvero particolare, che racconta una vicenda insolita inserendo almeno un paio di grandi svolte narrative, traumatiche ed inattese, che mandano gambe all’aria la traiettoria che il film stava percorrendo, cambiandone gli orizzonti, i punti di riferimento e le componenti emotive.

Nella prima parte si descrive in generale il mondo dei rave, e lì è stato davvero difficile non pensare con affetto e nostalgia al caro pinocore, a cui a mio giudizio questa opera dovrebbe essere dedicata. Successivamente il film si muta in una vicenda on the road nelle polverose e sconnesse piste del deserto, nella quale assistiamo all’incontro ed al confronto tra la coppia padre/figlio ed un gruppo di cinque ravers: il viaggio attraverso un habitat tanto selvaggio ed inospitale pian piano riesce ad avvicinare queste due entità, all’inizio diffidenti e differenti, facendo gradualmente emergere i caratteri comuni a tutti gli esseri umani, che permettono di superare l’alterità e trovare un’unione emotiva (e volendo anche un po’ spirituale).
La terza parte del film, dopo momenti strazianti di lacerante dolore, diventa inaspettatamente una specie di survival movie nel quale non sappiamo chi (e se) sarà in grado di sopravvivere.

Sullo sfondo della vicenda di questi inusuali viaggiatori percepiamo una situazione di insicurezza e caos (sembra che nel paese sia scoppiata una guerra, carovane di profughi in fuga si ammassano nelle strade, scarseggiano i generi di prima necessità) che piano piano da esterna diventa interna, propagandosi anche nell’animo dei personaggi e rendendo precario il loro equilibrio emotivo.

Il grande protagonista del film resta comunque il deserto, immortalato e fotografato in modo splendido, e l’acciecante e penetrante luce bianca, che pervade le immagini e brucia la retina dello spettatore, imprimendovi in modo indelebile i personaggi di questa pellicola, con la pelle ustionata dal sole e l’anima martoriata dagli eventi.

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Nel vuoto del deserto, due camion camperizzati ed un veicolo scassato attraversano una terra non concepita per accogliere degli uomini. Gli uni alla ricerca di una nuova esperienza transe in cui perdersi o liberarsi, gli altri alla ricerca di una figlia/sorella che si é volatilizzata da mesi. Un cammino costellato di ostacoli (la mancanza di benzina, la traversata del fiume, la strada che serpeggia tra le montagne, lo spiazzo minato) come le tappe di una vita. Sullo schermo soffia la sabbia, il velo notturno di una notte silente e dolente é squarciato dalla luce fioca dei fari, le corse sfrenate sono interrotte dagli scherzi tra conducenti. Un tappeto sonoro inizialmente stordente, poi grandioso, infine disperato é lo zenit di un film dalle tante ispirazioni che confluiscono in qualcosa di unico.

Mancai la visione di Viendra le feu, urge recupero! E forse anche per l’opera prima del regista, Mimosas, un altro viaggio desertico.

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avete già esaurientemente detto tutto voi. io aggiungo solo: davvero superiore. la bisettrice di climax tracciata lungo il mad max più prossimo a noi. voglio sperare che tra i premi ricevuti uno se lo sia accapparrato il reparto fonico e musicale, perché la soundtrack e il lavoro di finissimo sul suono sono colossali seghe a due mani se non quattro. a film ultimato ho riascoltato 90’ di filati il brano finale. il film tutto comunque lascia ammutoliti per differenti motivi da uno step all’altro. siamo davvero a un regista con la r cubitale da monitorare passo dopo passo.

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Recuperato ieri sera su Mubi…nulla da aggiungere, mi pento di non esserlo andato a vedere in sala

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Bello. Lopez bravissimo, ma tutti gli attori meritano. Da notare che nessuno dei personaggi è un ragazzino (a parte Esteban: il figlio del protagonista). Anzi. Fa pensare che ormai anche i rave sono cosa del passato frequentati solo da 45/50enni. Deve essere stato girato in condizioni non poco disagevoli. Da notare che in Spagna è uscito sei mesi fa.

Quoto tutti, film da vedere, una storia dei nostri giorni che sembra quasi un post-atomico alla Mad Max (tanti i punti di contatto che me lo hanno ricordato, i camion, le casse enormi di fury road, il cagnolino di Mad Max 2, ecc) , abitato da amputati (con la maglietta di Freaks) in una landa desolata, su grossi mezzi con scarsità di benzina e di cibo, con la disperazione dietro l"angolo. Fantastico come il sound acido emanato da un camion diventa un tutt’uno col mezzo, come se fosse il suo verso. Almodovar tra i produttori.

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Girando in luoghi splendidi, nel 2026, hai 4 bonus! I Non attori bravissimi. Plauso a Stefania Gadda. Forse perchè reduce da visioni toste l’ho apprezzato molto meno. Passerò per un …One

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a me ha dato molto fastidio, un abuso dietro l’altro per caricare di angoscia lo spettatore
ci sono anche cose di valore ma di fronte a una serata emotivamente rovinata non hanno molta importanza

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Visto nelle sale a dicembre un po’ per caso: in seguito a un messaggio di auguri ricevuto per il mio compleanno, è iniziata una conversazione che si è poi spostata sul film in oggetto, che casualmente era nelle sale (a Cracovia) proprio in quel periodo.

Lo trovai, e tutt’ora lo trovo, il miglior film visto tra quelli datati 2025, senza alcuna partita con gli altri candidati da me visionati. Sin dal font dei titoli di testa mi resi conto di aver a che fare con qualcosa di maestoso, poi confermato dal piglio ipnotico ma non febbricitante, allucinato ma non lisergico, di grande suggestione sonora (ancor più che musicale) e paesaggistica.

Il risvolto del freno a mano dimenticato mi aveva inizialmente creato qualche dubbio: temevo svolte in territori poco eleganti e mentalmente mi vedevo accanto allo sceneggiatore a sussurrargli: “Ma sei sicuro? Non è che poi…”. E invece, con la danza catartica e tutto ciò che segue, il film si apre a una mezz’ora finale da capolavoro. Così il pensiero è tornato allo sceneggiatore. “Bravo, hai vinto tu”.

Aggiungo che per una volta i rimandi bellici, così poco definiti, giocano perfettamente a favore dell’impatto straniante. Dato che non avevo idea di quale fosse il tema del film, l’interruzione del rave mi aveva fatto temere una svolta alla Diaz, per fortuna evitata alla grande.

Nota a margine: trovo calzantissima l’osservazione di Akuma riguardo al verso del camion.

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