Vincitore di diversi premi a Cannes, tra cui il Gran premio della giuria, questo film mi ha attirato subito per la tematica inusuale: un padre di famiglia ormai avanti cogli anni, insieme al figlio preadolescente, gira per i rave nel deserto del Marocco alla ricerca della figlia maggiore, che da mesi è scomparsa facendo perdere le sue tracce.
Si tratta di un’opera davvero particolare, che racconta una vicenda insolita inserendo almeno un paio di grandi svolte narrative, traumatiche ed inattese, che mandano gambe all’aria la traiettoria che il film stava percorrendo, cambiandone gli orizzonti, i punti di riferimento e le componenti emotive.
Nella prima parte si descrive in generale il mondo dei rave, e lì è stato davvero difficile non pensare con affetto e nostalgia al caro pinocore, a cui a mio giudizio questa opera dovrebbe essere dedicata. Successivamente il film si muta in una vicenda on the road nelle polverose e sconnesse piste del deserto, nella quale assistiamo all’incontro ed al confronto tra la coppia padre/figlio ed un gruppo di cinque ravers: il viaggio attraverso un habitat tanto selvaggio ed inospitale pian piano riesce ad avvicinare queste due entità, all’inizio diffidenti e differenti, facendo gradualmente emergere i caratteri comuni a tutti gli esseri umani, che permettono di superare l’alterità e trovare un’unione emotiva (e volendo anche un po’ spirituale).
La terza parte del film, dopo momenti strazianti di lacerante dolore, diventa inaspettatamente una specie di survival movie nel quale non sappiamo chi (e se) sarà in grado di sopravvivere.
Sullo sfondo della vicenda di questi inusuali viaggiatori percepiamo una situazione di insicurezza e caos (sembra che nel paese sia scoppiata una guerra, carovane di profughi in fuga si ammassano nelle strade, scarseggiano i generi di prima necessità) che piano piano da esterna diventa interna, propagandosi anche nell’animo dei personaggi e rendendo precario il loro equilibrio emotivo.
Il grande protagonista del film resta comunque il deserto, immortalato e fotografato in modo splendido, e l’acciecante e penetrante luce bianca, che pervade le immagini e brucia la retina dello spettatore, imprimendovi in modo indelebile i personaggi di questa pellicola, con la pelle ustionata dal sole e l’anima martoriata dagli eventi.