Totò e i re di Roma (Mario Monicelli, Steno, 1952)

Unico film con protagonisti Totò e Alberto Sordi.
Il film anticipa il mondo impiegatizio di Fantozzi.
Tratto da due atti dello scrittore russo Cechov morte di un impiegato ed esami di promozione
Girato in contemporanea al film “Il Cappotto” di Lattuada con Renato Rascel con cui divide la tematica ed anche alcuni attori come Giulio Stival e Anna Carena.

Sceneggiano Dino Risi,Mario Monicelli,Ennio De Concini,Steno e Peppino De Filippo dal suo atto unico Quale Onore.

Musiche di Nino Rota

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ALBERTO SORDI: «TOTÒ ERA UN GENIO IRRIPETIBILE, CAPACE DI FAR RIDERE PRIMA ANCORA DI PARLARE»

«Quando incontrai Totò provavo un’emozione difficile da descrivere. Mi trovavo davanti a quello che, per me, era il più grande esempio di comicità che il nostro Paese avesse mai conosciuto. Lo guardavo con l’ammirazione di chi sa di trovarsi davanti a un autentico maestro.

La prima cosa che fece fu mettermi a mio agio. Mi chiese subito di dargli del tu. Io, però, gli confessai quanto fossi emozionato. Per me non era soltanto un collega: era il simbolo vivente della comicità, un artista che aveva saputo trasformare il suo talento in qualcosa di irripetibile.

Bastava la sua presenza per conquistare il pubblico. Saliva sul palco o appariva sullo schermo e la gente era già pronta a ridere ancora prima che pronunciasse una sola parola. Era un dono rarissimo, qualcosa che non si può imparare e che appartiene soltanto ai grandi.

Totò possedeva una naturalezza, un carisma e una forza espressiva che andavano oltre ogni tecnica. Aveva la capacità di comunicare con uno sguardo, un gesto o un semplice silenzio, regalando emozioni che restano vive ancora oggi.

Sono convinto che artisti come lui nascano molto raramente. Forse bisognerà aspettare cent’anni prima che il mondo possa vedere un altro interprete capace di lasciare un’impronta così profonda nella storia dello spettacolo.

Averlo conosciuto e aver potuto condividere con lui anche solo una parte del mio cammino è uno dei privilegi più grandi della mia vita.»

Alberto Sordi

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Totò e Alberto Sordi, due mostri sacri della comicità italiana, incrociarono le loro carriere una sola volta, purtroppo.

Avvenne in occasione di Totò e i sette re di Roma, film che — al netto del titolo che farebbe pensare all’ennesima parodia storica interpretata da Totò — è uno dei migliori del comico napoletano.

Questo è il racconto di quando Totò e Sordi lavorarono insieme: un unicum nella storia del cinema italiano.

Roma, primissimi anni Cinquanta. Dopo il successo di Guardie e ladri, Steno e Monicelli pensano nuovamente di proporre a Totò un ruolo sospeso tra il comico e il drammatico.

I due registi, specie Mario Monicelli, sono convinti che la cifra artistica dell’attore napoletano debba orientarsi verso un certo tipo di commedia in cui la vena comica sia striata dal colore intenso del dramma.

Con Guardie e ladri erano stati facili profeti, nonostante l’iniziale perplessità di Totò su un soggetto distante dalle sue corde.
Ma il Principe si sbagliava; al contrario i due registi ci avevano visto lungo.

L’intensa interpretazione di Totò, nei panni del ladruncolo Ferdinando Esposito, era valsa all’attore napoletano un meritatissimo Nastro d’argento come miglior attore protagonista.

A distanza di un anno, Steno e Monicelli pensano ancora a Totò per un ruolo simile, certi anche questa volta del risultato finale.

Gli vogliono affidare la parte principale di un film il cui soggetto è tratto da due tra i più apprezzati racconti di Anton Chekhov: La morte dell’impiegato ed Esami di promozione.

Questa volta Totò non ha dubbi e immediatamente accetta. Sarà lui a interpretare l’archivista capo Ercole Pappalardo, costretto, per non perdere il posto di lavoro, a conseguire la licenza elementare.

Dopo il sì di Totò arrivano anche quelli di altri attori.
Anna Carena sarà Armida, la moglie di Pappalardo. Aroldo Tieri sarà invece Petrucci, uno dei colleghi dell’archivista capo.
Nel cast entrano anche Giulio Stival, nei panni di Sua Eccellenza Langherozzi-Schianchi, e Pietro Carloni in quelli del capoufficio Capasso.
C’è spazio pure per Ernesto Almirante che in Guardie e ladri era stato il padre di Ferdinando Esposito e che ora dovrà vestire i panni del Padreterno.

Una casella, però, rimane scoperta.
È quella del maestro Palocco, uno degli esaminatori che dovrà interrogare il malcapitato Ercole Pappalardo e decidere se sia degno o meno della licenza elementare.
Nella sceneggiatura, scritta a più mani (tra gli altri autori anche Peppino De Filippo), il personaggio di Palocco è descritto come un uomo perfido, spietato, totalmente avulso da ogni forma di umana comprensione.

Monicelli per quel ruolo ha un’idea ben precisa. Ne parla con Steno e con gli altri sceneggiatori. Per lui l’attore perfetto per interpretare quel personaggio odioso è uno solo: Alberto Sordi.

Ecco come il comico romano anni dopo ricorderà, in una trasmissione su Totò curata da Renzo Arbore, la decisione dei due registi di affidargli la parte del maestro Palocco:

«Steno e Monicelli mi chiesero di fare questa partecipazione al film perché dicevano che c’era un personaggio così cattivo, così carogna, che si permetteva di bocciare un povero uomo che doveva fare la licenza elementare per prendere un posto da usciere al ministero, e non potevo che farlo io.»

Sordi, contattato personalmente da Monicelli, accetta ben volentieri. Ancor prima del ruolo, che sente immediatamente suo, a convincerlo c’è l’imperdibile occasione di lavorare accanto a Totò.

E Monicelli, pure su Sordi, ancora una volta non si sbaglia.

La scena dell’esame è un capolavoro cinematografico per battute, tempi comici e interpretazioni.

Totò e Sordi duellano alla grande. Sembrano due pugili che danzano su un ring, sferrando colpi magistrali. Da una parte l’umiltà, la pazienza, lo smarrimento e l’umanità di Ercole Pappalardo; dall’altra il cinismo, la cattiveria e la perfidia di Palocco, tali da destabilizzare persino il resto della commissione esaminatrice.

Ma Totò e i sette re di Roma non passò alla storia solo per essere stato l’unico film in cui lavorarono insieme i due grandi attori comici.

Ebbe un altro, meno invidiabile primato. La pellicola di Steno e Monicelli subì la scure implacabile della censura e, oltretutto, per ben due volte.

Il primo taglio l’occhiuto censore lo riservò al titolo. Il film, infatti, si sarebbe dovuto chiamare E poi dice che uno…
Un titolo inspirato a una battuta di Totò che diceva: «E poi dice che uno si butta a sinistra…!».
Una bazzecola con i parametri odierni ma non nell’Italia degli anni Cinquanta, dominata dal potere democristiano.

Il secondo colpo riguardò una freddura che Totò pronuncia nel corso dell’esame, quando il rischio della bocciatura si sta drammaticamente palesando.
Dopo alcune risposte errate, il maestro Palocco fa l’ennesima domanda al povero Pappalardo. Gli chiede, non senza un pizzico di visibile perfidia, di indicargli il nome di un pachiderma.
Il povero Ercole trasecola, prende tempo, ripete la domanda. Non sapendo minimamente cosa sia un pachiderma, mette care a ogni studente impreparato. Poi, quando la catastrofe é imminente cerca persino l’aiuto degli altri membri della commissione, nella speranza che siano diversi da Palocco.

E quell’ausilio tanto agognato arriva.

Uno degli esaminatori, interpretato da Paolo Ferrara, suggerisce la risposta al povero Pappalardo senza farsi vedere da Palocco: si tratta dell’elefante.
L’esaminatore vuole talmente aiutare quel povero archivista capo a un passo dalla bocciatura che ricorre anche ai gesti pur di fargli pronunciare la risposta giusta.
Prima imita la proboscide, poi, vedendo lo smarrimento di Pappalardo, simula le grosse orecchie. Pappalardo, sicuro di aver ben interpretato il suggerimento inatteso, finalmente risponde a gran voce: «Bartali!», scatenando l’ilarità cinica del maestro Palocco.

In realtà Totò non pronunciò il nome del celebre ciclista, bensì quello di De Gasperi che, al pari di Bartali, aveva un naso e delle orecchie non proprio piccoli.

A conferma di ciò non c’è solo l’evidenza del labiale di Totò, ma anche la risposta indignata del maestro che lo accusa di “insultare i suoi superiori” — una battuta che, qualora la parola fosse stata davvero “Bartali”, non avrebbe avuto alcun senso.

In fase di doppiaggio e montaggio il nome di De Gasperi sparì, lasciando il posto a un più innocuo “Bartali”. D’altra parte
non era minimamente immaginabile, nel 1952, fare ironia sul Presidente del Consiglio, tanto più all’interno di un film comico.

Testo e collage fotografico con immagini di dominio pubblico di Maurizio Carvigno

A proposito di Totò nel link sottostante potete leggere cosa pensasse il grande comico dei suoi film.

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Marco, grazie per gli assidui e preziosi aggiornamenti sui film di Totò, ma le immagini AI anche no, non ne sentiamo il bisogno.

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:+1:

L’altro grande tormento, adesso, sono i film di qualità.
Ne ha fatti alcuni nella sua carriera, come “Guardie e ladri”, “Totò e Carolina”, ma poi lo ficcavano sempre in una macchina di incassi, quattro, cinque film all’anno per spremerne la popolarità. Film che venivano amati dal pubblico delle sale di seconda visione, e che venivano stroncati immancabilmente su tutti i giornali, spesso da una firma secondaria, perché il critico titolare non li riteneva degni di attenzione. FIlm che lui stesso, anche se le stroncature lo amareggiavano, giudicava insulsi. E adesso, tra l’altro, era più difficile che andassero bene - e in ogni caso c’erano altri comici più giovani, c’erano attori, come Alberto Sordi, che erano molto amati.

Una volta lui e Franca passano davanti a un cinema dove c’è il manifesto di un film con Alberto Sordi, e due passanti, senza accorgersi di lui, si stanno dicendo: Sordi mi fa ridere, Totò non più.
Franca si volta di scatto verso di lui, per capire se ha sentito. Ma Totò guarda avanti, impassibile, come se non avesse ascoltato. Per non far dispiacere la sua Franca.

(tratto da “Cosa sono le nuvole”- Gli ultimi anni di Totò" di Francesco Piccolo)

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