Maresco a un certo punto dice “questo mondo di me***”. Ma pure certi film, non scherzano. ![]()
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Di sicuro, a Venezia troverà estimatori, e qualche critico forse vorrà pure convincerci che si tratta di un capolavoro, o giù di lì. Io, volentieri, passo. Non ho la pazienza e la voglia di seguire, fingendo attenzione e interesse, gli sproloqui di un anzianotto barbuto inacidito e rancoroso…![]()
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Io penso che andro’ a vederlo, c’e’ pure Antonio Rezza, mi pare!
Ciao!
C.
Sì, c’è Rezza che omaggia “Il settimo sigillo”. Idee nuove…![]()
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Se la metti così, l’idea non era nuova nemmeno ai tempi di Bergman, vista l’esistenza in Svezia di un dipinto risalente al Quattrocento che raffigura proprio la morte che gioca a scacchi (“La morte gioca a scacchi” di Albert Pictor).
Ringrazio innanzitutto Nik (ben ritrovato!) per tale informazione. Sempre gradito, imparare qualcosa per arricchire la propria cultura generale.![]()
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La mia era solo una (modesta) frecciata verso il signor Maresco, che nella sua nuova opera mette tale riferimento al gran film del Maestro svedese. Forse sperando di stupire e/o compiacere potenziali spettatori. Nel 2025, la cosa appare un po’ patetica…![]()
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Ma sì, ho intuito quello che intendevi dire, e la mia non era di certo una sottolineatura da maestrino (vedi la proposizione subordinata “se la metti così”), però la tua frecciata si prestava bene al mettere sotto una luce diversa l’immagine apparsa nel trailer. Cioè: parlando del dipinto, ho tirato dentro la questione legata all’intertestualità , senza citarla. Il film di Bergman non è l’ipotesto assoluto, ma è a sua volta ipertesto rispetto all’ipotesto più antico, e cioè il dipinto svedese. Sono sicuro che discorsi del genere possano apparire pedanti, ma secondo me ci aiutano a leggere meglio, ad ascoltare meglio ciò che vediamo e sentiamo.
Quando Dante pone come incipit della “Commedia” il famoso “Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita”, riprende un luogo testuale presente in Isaia, precisamente al cap. 38, v. 10: “A metà dei miei giorni me ne vado,
sono trattenuto alle porte degli inferi”.
Non è una citazione, come volgarmente si dice tra gli appassionati di cinema o di letteratura (buttandola nella solita masnada del postmoderno di cui ne abbiamo veramente abbastanza), ma è proprio una ripresa di un luogo testuale, il quale viene decontestualizzato e calato in un discorso diverso: quindi si procede a una trasformazione. Isaia, parlando per metafore, indicava la malattia; Dante, invece, utilizza due volte lo stesso luogo biblico: nell’incipit del primo canto, parlando del peccato e della colpa; nel terzo canto, prendendolo letteralmente e trasformandolo in immagine pura: ovvero lui e Virgilio davanti alla porta dell’inferno. Tutto questo per dire che magari Maresco non prende l’immagine da Bergman in maniera gratuita (come non ha preso in modo gratuito Pasolini ai tempi di “Totò che visse due volte”): è possibile che abbia qualcosa da dirci; e non è detto che quell’immagine sia posticcia: magari l’ha posta in un contesto diverso, attraverso cui veicolare il proprio pensiero relativo alla contemporaneità (che poi, probabilmente, il mondo è sempre contemporaneo… ma questo è un altro discorso, e ci porterebbe su altre, lontane e frastagliatissime coste).
Io non penso che Maresco voglia compiacere il pubblico: non l’ha mai fatto. Perché dovrebbe iniziare ora - proprio ora, come dici tu, che si è fatto “rancoroso”. Ma sai benissimo perché è rancoroso. Basta leggere le traversie attraversate dai suoi film più famosi, tra finanziamenti bloccati, censure ecc. Aggiungici un po’ di attualità , ed ecco fatto. Chi non lo sarebbe, al posto suo?
Perso di vista dopo “Belluscone” che non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma probabilmente sono in difetto io preferendolo nettamente in coppia con Ciprì e avendo quindi aspettative sbagliate.
Per quanto sia desumibile da un trailer mi ha comunque incuriosito, vediamo se in qualche maniera riuscirò a recuperarlo.
Maresco è il vero anarchico del cinema italiano, non Giulio Base.
Il trailer non mi ha detto molto. Però lo vedrò quando ci sarà possibilità . Maresco è sempre interessante, in particolare per l’uso del materiale d’archivio.
durissima capire cosa ci appiccichi rezza (che mi è molto piaciuto di persona quando lo conobbi a una festa in onore di argento e ci parlai ore; ma artisticamente non lo reggo) con bene, ma a maresco non comando.
per il resto leggere nel 2025 di arrivati prima arrivati dopo in arte - e tanto più in una disciplina sempre più ferocemente intertestuale come il cinema - per stroncare un film senza neanche averlo visto le fa davvero rotoloare sotto la scrivania. l’arte non è una gara con la polistil e i grandi artisti sono stati tali anche in virtù del saccheggio, che è a sua volta arte.
Da amante del cinema di Maresco (con Ciprì), questo film film è stata una delusione. Mi è sembrato di rivedere quanto fatto da Maresco in passato (i quadri disperati e ironici in bianco e nero, la sacralità cercata negli ultimi, le storture e la cialtroneria dell’essere umano), ma senza la ferocia di un tempo. E, cosa più grave, senza l’inventiva e la spontaneità di una volta. Qui tutto sembra studiato a tavolino, meccanico, ripetitivo. Il prefinale, con l’accanimento verso il povero Francesco Puma, è noioso e squallido, senza diventare mai iconoclasta. E in generale tutto il film è abbastanza all’acqua di rose nel narrare il suo contrasto con la produzione, tanto più che lo stesso regista ha rivelato che nella realtà è andato tutto in maniera molto peggiore.
C’è un momento nel film nel quale si ripercorre la carriera di Maresco. Vedere sul grande schermi scene da Totò che visse due volte, da Cinico Tv, dai backstage dei suoi lavori, riempie gli occhi di chi guarda di una forza, di una violenza, di un’umanità che non c’è invece in Un film fatto per Bene.
Forse questo film è così perché la depressione e la crisi creativa che hanno colpito Maresco lo pervadono. E, allora, forse era inevitabile che fosse così.
Sono felice di leggere tutti gli elogi della critica, probabilmente è un giusto risarcimento per quello che Maresco non ha avuto con i precedenti film. Ma, francamente, per me non aggiunge nulla a quello che ha fatto in passato.