devo discostarmi dall’amareggiata e delusa severità di @JerryDrake (anche in seno alla quinta stagione, al cui interno c’è un episodio centrale devastante) perché trovando a monte giusto e consequenziale che l’asse tematico si incrini di parecchi gradi (sia perché ribambare autisticamente sempre lo stesso concetto di stagione in stagione e di episodio in episodio alla lunghissima fracassa le nespole anche allo spettatore da esso più ossessionato/appassionato sia perché ormai siamo allo scacco matto per cui non c’è quasi più tecno-distopia profetizzabile: il futuro è obsoleto o nella migliore delle ipotesi è uguale al presente che è uguale al passato), a me questa sorta di parziale fuga da sé del format e dall’usurato tema tecnocratico/tecnofobico non è spiaciuta, anzi devo dire che forse la puntata più fedele all’imprinting sci-fi è anche quella che meno mi ha esaltato del lotto, proprio per il suo ributtarla per l’ennesima sul teletrasporto psichico o dell’anima nel gioco non più nuovo da un pezzo dello scambio corporeo (aaron paul resta però trionfale quando c’è da secernere afflizione e val da solo la tratta).
in generale, per 3/4 circa dei 5 episodi la staffetta passa di mano al consumo bisogno mito delle immagini e del loro scavalcare una realtà sempre sopra o sottovalutata, obsoleti o futuribili che siano i dispositivi, qui più mezzi che fine (o La Fine): in tal senso genialissimo e spassosissimo il meta-matrioskale metaversale primo episodio, del quale nulla svelo se non l’autosfottò di forma sigla dinamiche netflixiane che troveremo anche nel secondo e occhiolinato di volata nel quarto. è forse quello con più tendenza a ridere di sé (quando finisce il terrore, ha inizio l’autoparodia) ma dicendoci sempre che sarebbe forse meglio continuare ad avere paura e non abbassare la guardia. salma hayek autoironicissima fondamentale. chi trova la serie asfissiante e ammorbante (non faccio più i soliti nomi) lo apprezzerà a mille, come credo gioirà anche del quinto, che per me saetta in cima alla top dei migliori di tutta la serie: una sorta di rilettura del faust in chiave semi-grindhouse che riprocessa gioie (il vintagismo 70’s e annesso immaginario) e tensioni (l’apparato thatcheriano e le sue possibili derive apocalittiche), prendendo d’infilata anche i dilemmi etici di king. e soprattutto, non si era mai visto un satanasso così irresistibilmente discopop e simpatico.
il quarto episodio porta dalle parti della fagia dell’obbiettivo fotografico e di ciò che riproduce - pagato molle d’oro a scatto, con un’inattesa svolta-rivalsa del rincorso oggetto da exploitare, che non spoilero.
in definitiva, dalla distopia possibile si passa a una fantasia orrorifica non replicabile su questo mondo, dall’avvenirismo alla trascendenza. non è quel gran male che sembra. a questo punto nessun dubbio che anche la settima lasci ben pasciuti.