Copkiller (l'assassino dei poliziotti) (Roberto Faenza, 1983)

per me - ma magari sono gli occhi miei - emerge evidentissimo il vettore dell’eroismo della colpa. c’è molto dostevskij, girard e masoch via hegel con quel che di tragedia greca di riporto: la compresenza di vittima e carnefice nella sfera identitaria, l’altro come luogo dove i nostri mostri prendono parola e forma, e più in generale la dissoluzione dei confini: tra poliziotto e criminale, legge e arbitrio, vittima e carnefice, identità e ruolo.. e senz’altro il taglio diciamo così politico però in senso foucaultiano o benjaminiano (la legge come nome-maschera-paravento che violenza e corruzione danno a sé stesse, l’ordine e il caos che si alimentano reciprocamente). il tutto magari rivestito da thriller per provare a dargli uno snodo commerciale ma chiaramente un prodotto così concettualmente ingombrante era imbarazzante ai tempi da gestire, perché più che un semplice thriller, è una riflessione sulla natura performativa del potere e sulla fragilità dell’io quando viene sottoposto a una relazione estrema (non trascurerei che per elaborare la sceneggiatura faenza si avvalse della collaborazione dello psicologo renzo canestrari, peraltro non nuovo al cinema essendo un appassionatissimo esegeta di fellini).

andrebbe naturalmente chiesto a lui ma secondo me è esattamente così che voleva girarlo e sono esattamente questi i temi che voleva nettamente far trasparire, riallacciandosi in un certo senso a escalation. però ai tempi (oggi non è assolutamente più così, anzi sembra andarne parecchio fiero) c’era qualcosa che lo lasciava immediatamente infastidito se gliene accennavi e non si raccapezzava dell’iperculto - pur di nicchia - di cui godeva. era quasi come se lo rinnegasse. non so, a tal proposito potrebbero forse essere rilevanti le missing scenes di cui anni fa parlava @ilbestione

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