Enzo Vitello, poliziotto borderline dalla vita in sfacelo, è chiamato ad indagare sul caso del serial killer Dostoevskij, soprannominato così in quanto lascia accanto alle vittime delle lettere con riflessioni esistenzali, nelle quali Vitello sembra rispecchiarsi o comunque esserne decisamente attratto…
Serie da 6 episodi, produzione Sky, dovrebbe entrare in palinsesto Sky Atlantic e Now entro fine anno.
Nel frattempo è stata data al cinema, in due parti, a metà luglio.
Per quel che ho visto non mi è parso un prodotto malvagio; Filippo Timi sempre garanzia, diciamo che un titolo così e la trama potrebbero far pensare a una sorta di True Detective italiano, con dialoghi filosofici e quant’altro, invece il tutto si mantiene terra terra e sull’indagine di tipo classico.
Sospendo il giudizio dato che ho visto al cinema solo la prima parte, è stata abbastanza una mattonata, quasi 3 ore, e non avevo voglia ripetere l’esperienza con la seconda parte. Serie che va decisamente vista con calma, il ritmo non è così elevato da poter sostenere tanti episodi di fila.
Segnalazione molto interessante, grazie @Herr_Bitch! Dei fratelli D’Innocenzo avevo visto il film America Latina (dire che non mi era piaciuto è un eufemismo…) ma questa miniserie sembra avere un’ossatura thriller più nelle mie corde nonostante la patina noir/autoriale.
temevo di doverne dire tutto lo stesso identico peggio che ho riservato in passato agli esiti cinematografici, invece anche i d’innocenzo lavorando sulla lunga distanza di un diverso formato stravincono. finora (primi due episodi) mi sta piacendo a livelli esagerati e inaspettati.
un’estetica livida e scarnificata, un rapporto sospeso e di attaccamento morboso col figuratismo, l’immagine come reincarnato onirico, una crudezza sfacciata inusitata nelle serie italiane, inquadrature fisse che insistono sull’attesa, sulla diluizione esasperata, sui margini e sugli intestizi, il vuoto che conta quanto l’azione se non più, intonazioni interpretative da psicodramma da camera. tutto va a lenta sedimentazione e (quanto meno finora) senza lasciar intravedere l’ombra di un mezzo appiglio catartico, l’estetica è veicolo dell’imo dell’ontalgia, la sapienza figurativa e il controllo ossessivo sulla forma sono sbalorditivi.
per certo non è una serie per binge-watcher (ogni episodio sazia quanto una stagione intera di qualsiasi altra serie) e richiede, quasi esige, un abbandono assoluto, ma se glielo si concede è una nigredo percettiva umorale e sensoriale che ha del festoso.
finita. è davvero il cinema di genere ripensato da bresson e bergman - alcuni passaggi mi hanno ricordato anche cose del teatro della r.sanzio: ipnotica contemplativa rarefatta sospesa diluitissima che pare di essre a un passo dall’overdose di oppio. ma non di meno di una violenza crudezza asprezza mai viste in una serie tv italiana, con ep 4 e 6 che sono un diluvio di magli sia sul piano emotivo che grafico. e credetemi, sono il primo a sbalordirmi di parlare in questi termini di un lavoro dei d’innocenzo. raccomandatissima.
Pensa vederne in sala tre episodi di seguito…ho fatto davvero fatica.
Alla fine poi non l’ho più vista, ho tutti gli episodi ma devo ancora riprenderla, devo provvedere.
Chiaramente va a gusti e sensibilità, magari l’avessi visto in sala, avrei avuto una mezza crisi mistica. Ammetto però che tre episodi filati in un colpo solo son troppa roba perché è condensatissimo. L’ideale è razionarlo un episodio al giorno o ogni due-tre se si è di digestione critica lenta.
Veramente notevole: Filippo Timi é perfetto nei panni del poliziotto disilluso e divorato dai rimorsi, che empatizza con la sofferenza del serial killer e che ne repercorre la traiettoria umana fino al feroce finale. La figlia e la nuova ambiziosa recluta come perturbatori l’una di una vita intera e l’altro della sua ultima indagine. Un superiore suo amico sullo sfondo.
Una periferia desolata rifugio dei fallimenti di tutto un catalogo umano che si mimetizza nella natura selvaggia e che viene stanato momentaneamente dal nostro ispettore che sonda e catalizza. L’architettura stessa dei luoghi di vita é fatiscente, descrepita e impolverata: una cura agli ambienti che ai due registi riesce a meraviglia, componendo dei veri e propri spazi altri di siderante bellezza come, ad esempio, un edificio abbandonato, dove il protagonista ricerca le tracce di un’infanzia che predestina.
Un plauso doveroso anche all’incredibile fotografia grumosa e sporca che accompagna la narrazione da un episodio al successivo, ma anche al lavoro su dei dialoghi che ripetuti, ossessivi e irrisolti scandiscono i problematici rapporti interpersonali amplificati da stranianti scelte sonore.
Come indicato da @schramm, gli episodi 4 e 6 contengono momenti di grande impatto, ma per me il migliore resta il primo che ci immerge nella vicenda, presentando il commissariato più sordido mai visto e un protagonista enigmatico e tormentato, la cui psicologia si chiarifica nel proseguio, perdendo un po’ della traumatica presentazione.