Visto oggi nel - comunque ottimo - BR della Filmotronik
Che dire?
Sinceramente - e qui lo devo dire anche a mio discapito - non sono mai stato un particolare estimatore di Jess Franco benchè gli riconosco la maestria nel saper tirare fuori scene in alcuni film fatte di incanevoli mix tra natura, paesaggi, simbolismi, colonne sonore, dialoghi che hanno creato in me fin da ragazzo la voglia di viaggiare, vivere libero, esplorare e cercare la bellezza anche sensuale del mondo.
Ma vedendo questo abominio di celluloide mi chiedo spesso se sia stato Jesus Franco stesso il primo nemico ed il primo affossatore delle sue stesse opere.
E’ un film indifendibile, ignobile. Anzi, di più: sembra quasi una offesa nei confronti del livello di intelligenza di uno spettatore medio. E’ irritante quello che mette in scena e come lo mette in scena, fregandosene bellamente di rendersi ridicolo o di prendere per il culo un qualsiasi poveretto che abbia mai speso soldi per andare al cinema a vedere una simile spazzatura. E’ veramente irritante il modo in cui lo gira, quello che mette in scena, come lo mette in scena.
Cominciando con una scena di inseguimento che manco alle comiche di Ridolini (che fa il paio con una scena altrettanto patetica e quindi già recidiva da Karzan quando c’è la scena con il “direttore d’orchestra” al villaggio), proseguendo con inquadrature delle ambientazioni esotiche di remote isole abitate da mostri e cannibali dove sono evidentissimi - più di una volta - i fili dell’alta tensione, fino alla presentazione dell’odiosissima (e pure insipida, a dirla tutta) Ursula Fellner.
Ma anche tutto il resto del film non scherza: parrebbe svolgersi in qualche isola delle Filippine (come dice il legnosissimo Al Cliver al pilota interpretato da Antonio Mayans - l’unico che prova a recitare) ma i banditi trovano rifugio dentro quella che pare la rovina di un convento o di un castello (boh); ad un certo punto compare il cadavere di uno a testa in giù ucciso dagli indios che non si capisce chi sia (non è dei protagnisti perchè non assomiglia a nessuno, ma proprio a nessuno… chi diavolo è?, da dove spunta fuori?);
(qualcuno mi aiuti a capire chi sia questo tizio qui, che io proprio non ci arrivo… sarò tonto ma non capisco chi sia)
i dialoghi sono ridicoli e i conflitti e le diverse e contrapposte opinioni vengono risolte nel giro di una battuta (vedere quando Al Cliver viene reclutato all’inizio dove in una sola battuta cambia idea); le scene gore sono inesistenti e quando ci sono (“le hanno strappato il cuore”: ed infatti il macinato è all’altezza dell’intestino…) fanno pietà; Werner Pochat dimostra ancora una volta che un volto particolare sortisce effetti totalmente contrari a quanto sperato se come attore sei sempre stato un cane e totalmente negato, così come quel povero guitto col cappellaccio e la mantella bianca tra i cattivi che sembra spesso una caricatura malriuscita di Franco Garofalo con il solito taglio di capelli a riportino e il tentativo di imitarne il ghigno da schizzato mezzo folle (un altro dei tanti caratteristi maschili dai volti decisamente antipatici che imperversano nel cinema di Franco); Antonio De Cabo è ringobbito e con le spalle ricurve, vecchio e assolutamente inverosimile nel ruolo del cattivo e del maschio duro (d’uccello e di cuore) benchè alla fine è ai livelli di inespressività innocua al pari di Al Cliver e meno inetto dei suoi complici che sono incapaci di recitare (Pochat) o proprio odiosi nell’apparire (quell’altro); nel villaggio Franco sembra più interessato a riprendere le fiche pelose e i buchi del culo delle donnine di colore (vabè se era solo questo il suo scopo, poteva fare un corto di 5 minuti e via) che a pensare di fare un film; degli stessi abitanti del villaggio - che dovrebbe essere, appunto, nelle Filippine - nessuno è minimanente asiatico o perlomeno è agghindato per provare pateticamente ad esserlo: sono dell’Africa ex francese o mulatti in minoranza e operai o hippy (?) madileni nella stragrande maggioranza. Non prova neanche a creare un minimo di veridicità, non prova neanche a creare una sorta di “sospensione della credulità” o di astrattismo figurativo: no, prende per il culo gli spettatori ritenedoli dei poveri dementi incapaci di pensiero spiattellandoci degli hippy o dei figli dei fiori preòevati direttamente dalla periferia di Madrid o in qualche bar delle campagne circostanti tanto per pagarli due lire…
I dialoghi ridotti all’osso invece di creare uno stile narrativo asciutto ed essenziale sembrano sempre essere messi in bocca giusto per far dire qualcosa agli attori quasi sempre nei momenti in cui invece non dovrebero dire niente o stanno facendo azioni completamente diverse e slegate da quello che dicono… la scena di Antonio Mayans che cade dall’elicottero è abbastanza esplicativa: fa un gesto mentre sta dicendo e parlando di tutt’altra cosa.
un disastro… ma più che un disastro produttivo o dovuto a ristrettezze di budget qui pare proprio che Franco non abbia il minimo rispetto nè per se stesso, nè per gli attori nè per gli spettatori che dovranno pagare per andare a vedere questa monnezza al cinema.
Veramente ignobile: si salvano solo alcuni brevissimi momenti di azione che in qualsiasi altro film passerebbero come anonimi e appena sufficienti e un pò di combattimento col mostro con quei silenzi - più casuali, randomici e frutto di un montaggio pedestre che voluti, presumo - che a volte creano un effetto straniante e involontariamente ipnotico.
siamo veramente a livelli deprimenti