Julieta (Pedro Almodovar, 2016)

Dopo la visione di questo film non sono riuscito a decidere subito se mi fosse piaciuto o meno.
È una cosa insolita. Già successa, ma insolita.

“Julieta” arriva 3 anni dopo “Gli amanti passeggeri”, che è stato il primo film di Almodovar a non essermi piaciuto, tanto da avermi fatto ritenere che il regista spagnolo fosse finito (pazienza – avevo pensato - succede anche ai migliori); in realtà qua si torna a fare e guardare cinema.

È melodramma, più dramma che melo, non c’è concessione al grottesco e ho avuto l’impressione che il regista fosse a volte un po’ crudele coi personaggi.
La storia principale ruota intorno all’amore di una madre per la figlia (ma ci sono almeno altre 3 storie d’amore nel film) anche se non è un “Tutto su mia figlia”, di questa figlia alla fine conosciamo poco, si racconta l’assenza più che la presenza.

C’è un finale che è allo stesso tempo consolatorio e tragico: forse la protagonista si riconcilierà con la figlia ma quest’ultima ha perso un figlio per annegamento ed è solo grazie a questa tragedia che ha deciso di ricontattare la madre dopo tanti anni.

Curiosa la scelta di usare 2 attrici diverse per la protagonista giovane e matura, la bellissima Adriana Ugarte lascia il posto a Emma Suarez attraverso un asciugamano che le copre la testa e che, tolto, svela gli anni che sono passati.

Ho ripensato al film nei giorni seguenti e via via il mio giudizio si è fatto più positivo, da un “in fondo è un buon film anche se difficilmente lo rivedrò” a un “è un gran bel film e potrei anche rivederlo in futuro”.
Ora, scrivendone, mi è venuta voglia di rivederlo.

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