Kathmandu - Le avventure di un forumista sul tetto del mondo

Prossimamente su questi teleschermi, vita morte e miracoli di un paese sul tetto del mondo, visto dagli occhi (dall’occhio, quello buono) di un poveraccio e dalla sua gente. Feste, cultura, miserie, splendori, cose curiose e come sopravvivere per chi vuol venire a conoscere questo strano, difficile, affascinante paese ai confini del mondo

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Ot ma non troppo… non so voi ma io la parola Katmandu l’ho imparata nei primi anni '90, ai bel tempi dell Heavy Metal, per l’omonimo gruppo cantato da Dave King, quello dei Fastway a noi noti per la OST di Morte a 33 Giri.
Che detto inter-nos è un ottimo album:

Tornando in TOPIC… bravo @bastardnasum il tuo mal d’asia è inguaribile (e comprensibile) sei tornato nel tuo ambiente naturale, ti sto già seguendo anche su facebook e annessa pagina che pubblicizzo deliberatamente :slight_smile:

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Aspettiamo soprattutto news sul cinema Nepalese, ammetto con malcelata vergogna un buio totale al riguardo!

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Ma come, ancora non ci sei mai stato?? :roll_eyes:
E io che lo davo per scontato…

A parte gli scherzi, aspetto fiducioso i tuoi reportage, e ti auguro un buon viaggio e buona avventura, ovviamente con un pizzico di invidia :wink:

@SWAT grazie della segnalazione della pagina fb

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Si, c’ero già venuto 12 anni fa a fare un reportage e poi ci son rimasto tre mesi all’epoca perché feci amicizia con dei tipi ganzi con i quali non ho mai perso i legami, i ricordi e la voglia di ripassare il tempo insieme

E mi sa che se i prezzi dei biglietti aerei per la Malesia non scendono, ci rimarrò qui altrettanto, a svernare.

Al computer, a casa, racconterò un po’ di cultura, vita e la scena cinematografica-musicale, mettendo qualche video d.i.y., foto e raccontando cose anche strane o in po’ fuori dagli schemi per chi magari un giorno voglia venire qui. Da turista e soprattutto da vagabondo in cerca di luoghi, persone e storie da raccontare.

Si, Kathmandu… all’epoca era un album che andava parecchio. Oggi, purtroppo, completamente dimenticato. Come tante altre cose nella musica e nel cinema. Ma di parlerà anche di questo appena metto le mani sul computer e apro qualche pagina di viaggi, ricordi e considerazioni

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Per me Kathmandu è Turné di Salvatores, con la ruota della Mercedes…

Se hai tempo e vuoi vedere la lavorazione dei famosi Kukri, fatti un giro qua:

Se vai alla Stupa principale una birretta al Cafe Caravan da parte mia, aveva una bella terrazzina.

Se non sbaglio avevi anche un blog che lessi avidamente all’epoca, miasiainfernal.

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Si, magari lo riapro, ci tenevo parecchio all’epoca. Al caffè Caravan ci son stato un paio di settimane fa… stavo camminando in mezzo a una folla immensa di gente (erano i giorni del Tihar, la festa della luce) quando vado a sbattere contro il mio migliore amico di quaggiù con cui passavo tutte le giornate 12 anni fa e con un ragazzo che andammo a trovare una sera che abita in un vecchio templio abbandonato nella piazza principale di Patan… Immaginati le feste e gli abbracci… E siamo andati proprio sulla terrazza del caffè a goderci un buon tè e il bel panorama. Ma stasera butto tutto per iscritto, tra ricordi, legami con questo paese e storie che a tutt’oggi mi fanno ancora pensare che questo paese ha qualcosa di veramente… non so, ultraterreno, metafisico, spirituale…

Poi da domani mi trasferisco in un posto incantevole dove conto di svernare e allora ricomincio veramente a scrivere avventure, ricordi, emozioni e informazioni di viaggio :slight_smile:

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Kukuri… Si, beh… le famose spade dei guerrieri gurkha. Un mio bravissimo amico è un soldato gurkha e me le ha fatte maneggiare pochi giorni fa tra fiumi di roxi (la grappa locale fatta a mano, 70° di puro gusto) e una montagna di… vabè ci siamo capiti :smiley:

Da stasera comincio a buttare giù un bel fiume di ricordi e spunti su questo paese e la sua gente

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Per descrivere il Nepal, la sua gente, la sua cultura e il perchè dopo 12 anni sono qui e quali sono stati i motivi per cui son tornato, bisogna partire da tanto tempo fa quando, per caso, risposi alla telefonata di un mio caro amico di Prato che abitava in Finlandia.

Tutto quello che successe e quello che scoprii di Kathmandu e della sua gente diventò un diario che, mano a mano, assunse i toni di un racconto. Ma un racconto dove niente è inventato, dove i personaggi esistono veramente e sono tra gli amici più cari che ho in questa miserabile vita. E anche tutto quello che è raccontato nelle righe qui sotto, sono fatti realmente accaduti. Perchè il bello del viaggiare è che spesso i sogni diventano realtà.

Capitolo 1 - Le notti di Mahaboudha

“Oh, Naso!” udi improvvisamente F.
Vide un piccolo corpo scuro, barbuto e stempiato spuntare fuori da un microscopico pertugio alla base di un palazzo nella piccola piazza di Mahabouda.
“Vieni, siamo qua” proseguí la figura riscomparendo subito dentro quel piccolo rettangolo tutto nero.

F. attraversó la sterrata e fangosa Mahabouda sul fianco destro dove una fila di quattro enormi e tristissimi edifici fasciava quell’angolo della piazzetta. Scorse una piccolissima entrata bassa che era l’inizio di una galleria stretta stretta, sudicia e alta poco piú di un metro, con un cancelletto di ferro aperto verso l’interno. Non si vedeva assolutamente niente ed esitó un attimo prima di entrarvi. Improvvisamente dentro quel budello nero si accese la luce di un accendino. “Vieni, non aver paura, prendimi per mano”. Per un attimo il volto scarno, ossuto, pallido di Bikey si illuminó redendolo ancor piú strano ed inquietante, cosí profondamente diverso dal volto di qualsiasi altro Nepalese visto fino ad allora. Con la sua barba lunga, le sopracciglia folte, il naso grosso quasi quanto il suo e con una stempiatura cosí marcata da presagire una calvizie precoce, Bikey sembrava piú un incocio tra un giovane Rasputin e il suo amico Trinci di Comeana piuttosto che un esotico esponente della razza Newari.

I due attraversarono lo stretto corridoio al buio senza vedere niente di dove stavano appoggiando mani e piedi. Sicuramente c’erano molti topi ed altri abitanti in quel nero anfratto ma fortunatamente l’oscuritá impediva loro di sapere esattamente chi o cosa stavano calpestando.
Fatto qualche metro, un muro di mattoni di fronte a loro indicava che sulla sinistra si apriva finalmente un qualcosa di illuminato: cosí fu e dopo aver svoltato, si ritrovarono in una piccola corte interna che separava due palazzi brutti e poveri mentre di fronte un alto muro in pietra li separava da uno spiazzo apparentemente abbandonato.
Seduti sugli scalini d’ingresso dell’edificio alla loro destra c’era una quantitá incredibile di ragazzi impegnati nelle piú disparate attivitá: chi fumava e chi beveva ridendo scherzosamente, chi rullava delle canne e chi mangiava con le dita da tondi piatti di alluminio poggiati sulle ginocchia, chi gesticolava raccontando ad altri fatti divertenti. E poi ancora, sempre sulle larghe e basse scalinate di entrata del palazzo di destra, c’era un tavolo da biliardo attorno al quale si radunava una folla di ragazzi e ragazze curiose che parteggiavano per l’uno o per l’altro sfidante, un basso tavolino in legno dove altri ancora giocavano a carte mentre gli astanti fumavano e offrivano sigarette in continuazione, e ancora una piccola griglia sulla quale cuocevano pezzi di carne ed infine un altro lungo panchetto sopra il quale erano appoggiate numerose bottiglie d’acqua e boccali di birra fatta in casa, assieme a decine di piatti ora pieni ora giá sporchi e lordati da scarti di cibo.
Era incredibile come da fuori, dalla piazzetta di Mahabouda e finanche dentro quello stretto budello nero non si sentisse alcun rumore.
F. sollevó lo sguardo e notó un lungo pannello in legno posto sul balcone del primo piano del palazzo sotto il quale tutti erano seduti. Era decorato e dipinto a mano con I classici colori del Nepal: bianco, rosso e blu e sia in Hindi che in inglese una lunga scritta diveva: “Quartier Generale di Pubblica Sicurezza. Mahabouda Square”

“Andiamo bene” pensó subito F.
Qualcuno da dietro gli poggió la mano sulla spalla e non perse tempo: “Non ti peocupare, é chiuso da anni. Ormai qui ci stanno solo alcune famiglie. E noi. Vieni, andiamo dentro, ti faccio conoscere gli altri”

Era Ganesh che, per qualche motivo lo aveva preso in simpatia fin da quella mattina, quando si erano conosciuti per la prima volta presso la loro bancarella di CD e DVD copiati li nella piazzetta di Mahabouda.

Entrati dentro quell palazzo apparentemente disabitato lo straniero non poté nascondere un senso di disagio. Al pian terreno, sotto le scale c’era una piccola porta semiaperta che dava su un bagno impovvisato: vi scorse dentro solo un secchio, merda, tanfo e sporco dappertutto. Sulle scale interne si intravedevano altri piatti di alluminio e bicchieri vuoti che raccontavano di altri pasti consumati dove capitava. Scritte e graffiti riempivano tutti i muri, quest’ultimi scrostati e malaticci come nei vecchi ospedali del secolo scorso. Al secondo piano, seduti a due a due c’erano i fratelli Ritees e Rikeesh Shresta, piú in basso Niranjan Lama e Surya. Erano tutti intenti a girare delle canne e un altro ragazzo stava appena scendendo giú le scale guardando con espressione non molto convinta il sacchettino che aveva appena comprato.

“Oh, Nazo, how are you Italian friend?” disse Surya allungando la sua mano impiastricciata di riso al curry e sorridendo sotto I baffi nerissimi che gli esaltavano dei denti candidissimi ma irregolari. Sembrava un Mafioso siciliano, con basettoni e capelli impomatati tutti all’indietro. Gli mancava solo la coppola e la doppietta a canne mozze a tracolla.

I due fratelli Shresta stavano seduti due gradini piú in alto e sorridevano felici nei loro volti magri ed allungati. Il piú giovane, Ritees aveva la pelle ancor piú scura, quasi nera, rispetto al fratello Rikeesh. Riabbassarono subito lo sguardo, intenti a sminuzzare dell’erba nel palmo delle loro mani, ma ad ogni cosa che F.diceva o che gli altri ragazzi dicevano, sollevavano entrambi la testa e sorridevano lasciando che I loro occhi diventassero due piccole fessure, per poi ritornare nuovamente al loro lavoro. Appoggiato al muro, accanto a Surya c’era Niranjan e se ne stava seduto li con le gambe raccolte tra le braccia, molto nervoso. Quando parlava la sua voce tremava e balbettava. Forse era solo la troppa marijuana, forse qualche bicchiere di birra di troppo ma I pochi discorsi che fece quella sera sulla musica metal in Nepal e sul cinema trasudavano rabbia e frustrazione. Era bello, volto regolare, barbetta e lunghi capelli ricci legati a coda.

“Allora, Naso, vuoi sentire un pó di gruppi metal che spaccano?” chiese Bikey che arrivó su tutto trafelato subito dopo. Ben presto cominció tutto uno scambio di opinioni su questo o quel gruppo e dal quale F. sembró uscirne un pó frastornato talmente tanti erano I nomi nuovi che imparava a conoscere. Ognuno aveva il suo bravo cellulare con la collezione di Mp3 ed era tutta una competizione a far sentire al nuovo venuto il proprio gruppo preferito. Dopo un pó la conversazione si spostó sui gravi problemi che affliggono non solo l’industria musicale Nepalese ma piú in generale tutta la produzione artistica e anche cinematografica del paese, la difficoltá dei giovani di poter emergere e realizzare I propri sogni, la mancanza completa di mezzi, studi, produttori, soldi, locali, finanziamenti.
Niranjan sembró quello piú accorato di tutti e pareva anche quello che piú sembrava soffrire della tragica situazione in cui era costretto a vivere. Era cameraman e musicista come si scoprí piú tardi e come unica soluzione possibile, ancorché poco gradita, era quella di emigrare in India molto presto per sperare di potersi realizzare come artista. Ma non aveva I soldi per poterlo fare. E ai nepalesi non piacciono gli indiani.
La macchina fotografica di F. passava di mano in mano e ognuno di loro scattava decine di fotografie: tutte bellissime, fatte bene, divertenti ed interessanti. Dai la possibilitá ad un ragazzo asiatico di avere un mezzo a disposizione e questi sa realizzare dei piccoli capolavori d’arte. Ma in Nepal, purtroppo, questa opportunitá ce l’hanno in pochi.

Arrivó la sera e piano piano la corte cominció a spopolarsi: prima Chiku, poi Prazol, poi I fratelli Shresta, poi Don il gourkha, Ukesh e Kachaar salutavano e tornavano a casa. Pur essendo ragazzi cresciuti sulla strada e sulla strada abituati a lottare per sopravvivere – chi con lo spaccio, chi sfruttando la prostituzione, chi vendendo copie di CD e DVD fatti alla meno peggio, chi con piccoli lavoretti e commissioni per le bottegucce di Mahabouda – molti di loro dovevano rientrare a casa presto per non far arrabbiare I genitori. Di questo F. si stupí moltissimo, per questa contraddizione tra la loro natura selvaggia ed anarchica e I loro rigidi doveri di obbedienza alla famiglia. Ma gli parve una cosa giusta. Rimasero solo Bikey, Ganesh, Surya e Niranjan coi quali ben presto strinse una profonda amicizia in quelle lunghe e calde serate a Mahabouda.

I giorni e le settimane a Kathmandu passavano allora cosí, quasi sempre tutti uguali, nella sterrata piazzetta di Mahabouda, affollatissima ed asfissiante giá fin dalle prime ore del mattino, insopportabilmente intasata durante il giorno e pericolosa di notte quando gruppetti di ragazzi povenienti da altri quartieri veniva lí a fare chissá cosa. In questi casi I ragazzi del luogo conoscevano altri misteriosissimi anfratti, corti magiche dove riunirsi, invisibili agli occhi di non era in grado di trovarli. Solo chi conosce bene la parte vecchia di Kathmandu sa come trovare strettissimi pertugi tra case, palazzi e negozi che ad occhio nudo sembrano non esistere. F. Cominciò ben presto ad impararli e muoversi non sempre con agilità in quell’immenso ed infinito labirinto che è la vecchia Kathmandu.
Soltanto attorno al templio del Buddha Bianco esistevano almeno altri 5 posti del genere, tutti accessibili attraverso stretti e bassi cunicoli o soffocanti tunnel ed oscuri passaggi, camminando spesso su assi di legno poste sopra pozze di liquami maleodoranti, nascosti tra bottega e bottega. Ognuno di questi piccoli passaggi era l’entrata ad un mondo magico, corti arcane e sospese nel tempo dove il mastodontico XXI secolo con il suo carico di eccessi, di novitá e di turisti non riusciva a passare e neanche riusciva a conoscere.

A qualsiasi ora della notte era possibile fischiare ad una finestra illuminata e farsi calare giú un panierino di cibo: bocconcini di carne di yak o momo caldi, fumanti, in cambio di pochi spiccioli, ma anche birra fatta a mano Bianca, cremosa e vino di riso solo all’apparenza leggero e acquoso. E pure il famigerato roxi, la grappa fatta in casa che può uccidere o rendere ciechi se non si riesce a procurarla da poche ma fidate persone.
In questi magici anfratti nascosti al mondo era possibile salire scale perennemente avvolte dal buio per entrare in spoglie, miserabili stanze dove vecchietti sempre svegli preparavano grosse cene sempre a base di yak, momo e semi di girasole. Dalle scalette in legno malferme e polverose salivano e scendevano in continuazione ragazzi che si aggregavano alla festa, qualcun’altro si assentava per andare a comprare dell’erba e qualcuno ruzzolava giú ubriaco. I vecchietti non dicevano mai una parola e si limitavano stancamente a preparare e portare il cibo, per poi sedersi in un angolo ad attizzare il fuoco e guardare il vuoto in attesa di nuovi ordini.

Fu durante uno dei pomeriggi sempre uguali, caldi assolati e polverosi che F, Surya, Chiku e Rikees lasciarono un paio di amici li alla bancarella in piazza a vendere CD copiati ed andarono a fumarsi un pó di erba in un capanno basso e microscopico di un contadino, seminascosto dall’oscuritá. Era posto a metá strada di un corto budello scuro che dava a sinistra in un piccolo vicolo cieco dove c’era una fantomatca clinica dentale mentre di fronte, oltrepassato un meraviglioso portico basso in legno antico e tutto intarsiato, si sbucava in una raccolta piazzetta chiusa e quadrata dove di notte I topi erano I padroni assoluti.

Si sedettero dentro il capanno, invisibili e riparati da occhi indiscreti. Dentro c’era giusto un tavolaccio, un ciocco d’albero e una cassa in plastica assieme ai poveri attrezzi di lavoro del contadino: un’ascia, un coltello, una mola in pietra per affilare le lame e una piccola stia nell’angolo piú buio e remoto dove un filo di luce illuminava alcune vecchie piume di gallina. Li si sedettero a capo basso perché il soffitto era alto non piú di due metri. Cominciarono a chiacchierare e ridere passandosi sacchettini d’erba e accendini, sigarette e birre. Il piccolo raggio di luce che filtrava dalla piccola grata in ferro battuto illuminava scorci di dura povertá. Quando le canne fuono pronte, cominciarono a girare di mano in mano e l’odore ben presto riempí quel piccolo anfratto, mischiandosi al sapore di antico e alla muffa. Il caldo e la luce brillante che provenivano dalla bassa entrata davano una piacevolissima sensazione di conforto. Surya stava in piedi proprio li davanti mentre F. si mise comodo sul ciocco di legno stendendo le braccia, una sulla piccola stia per le galline e l’altra sul tavolo dove c’erano l’ascia e il coltello. Gli altri continuavano a ridere tranquillamente e a gustarsi l’erba e cosí passarono diversi minuti e diverse canne.
Quasi senza rendersene conto lo straniero prese in mano l’ascia e cominció ad osservarla e girarla. Con lo sguardo fisso sulla lama notó di sfuggita Surya uscire trafelato dal capanno senza farvi piú ritorno e immediatamente dopo si accorse che gli altri due compagni lo stavano guardando con una espressione mista di stupore e paura, immobili, a bocca aperta. Allora anche lui guardó loro, ancor piú stupito senza capire cosa stesse accadendo in quella atmosfera fino ad allora cosí gioiosa e spensierata.
Provó a chiedergli come mai tutti si erano improvvisamente ammutoliti ma I due non risposero e continuarono a guardalo fisso. Si alzó quindi dal piccolo ciocco e nel momento stesso in cui cercó di appoggiare l’ascia dal tavolo dove l’aveva presa, I due amici gli saltarono improvvisamente addosso immobilizzandogli il braccio e la mano.

“Fermo! Non lasciarla!” gli gridó Rikees.

F. continuava a non capire.

“Non appoggiarla sul tavolo: mettitela sotto la maglia ed andiamocene subito via da qui” gli disse senza perdere tempo. “Andiamo via, subito!” incalzó Rikees mente Chiku raccolse velocemente tutta la loro roba. “Andiamo!”

“Ma che succede? Cosa ho fatto?” chiese F. incapace ancora di trovare una spiegazione.

“Hai toccato quell’ascia. E’ pulita, lavata” dissero senza voltarsi indietro. “Si, e allora? Mica posso portarla via soltanto perché sembra nuova. Non posso rubarla, non é mia. Poi qui vi conoscono tutti, se la portiamo via il contadino si arrabbia con voi”

“Non importa, non importa. Adesso quell’ascia é tua, non puoi ancora riportarla indietro. Non ancora” “Ma che dici?” “Tu hai preso in mano quell’ascia. Era stata lavata dal sangue precedente, qualcuno l’ha giá lavato via. Significa che adesso é di nuovo pronta. Tu che l’hai presa in mano non potrai rimetterla al suo posto finché non avrai fatto scorrere altro sangue. Questa é la tradizione ed adesso tu dovrai uccidere.”

Fu così che quella notte, nella corte di un vecchio e bellissimo, miserabile palazzo di fronte, F. Si vide costretto ad uccidere un topo. Gli dispiacque un pò. “Ce ne sono così tanti, uno più, uno meno…”

Capitolo 2 – La Khumari

“Voglio vedere la Khumari” esordí F una sera.

Da poco si era concluso il Dashain, il piú grande bagno di sangue che ogni anno il Nepal attende con trepidazione e durante il quale migliaia e migliaia di animali vengono sacrificati in tutto il paese per chiedere protezione alle case, alle strade, alle auto contro i capricci degli Dei. La festa culmina nel primo giorno di luna piena di inizio ottobre con la decapitazione rituale di mucche e capre nelle vie adiacenti Durbar Square mentre decine e decine di migliaia di fedeli accorsi da tutte le valli fanno la fila per portare doni ed offerte al templio dominato dal sinistro bassorilievo in pietra nera raffigurante la Dea Kalí.
Il Nepal vive un continuo, selvaggio tributo di sangue ai propri Dei in ogni periodo dell’anno. Con tutti gli animali sgozzati, decapitati, squartati, strangolati si potrebbe sfamare tutta la popolazione del paese e anche di più, sopratutto nei villaggi di montagna piú poveri ed arretrati eppure, per qualche ragione che sfugge alla logica dei visitatori occidentali, la gente del luogo preferisce accudire, cibare e ingrassare i propri animali per lungo tempo solamente per poi ucciderli con un gesto tanto repentino quanto crudele al momento giusto, decapitandoli, per poi, spesso, buttarne via il corpo.

Il Dashain è una festa che dura molti giorni, ma è solo nei primi nove che si celebra l’ascesa del male, la lotta da parte delle forze del bene e la sconfitta finale dei demoni non senza il dovuto spargimento di sangue.
Nella notte tra l’ottavo giorno (Maha Asthami) e il nono giorno (Maha Navami) la dea Durga assume l’identità di Kali, la distruttrice, l’entità assetata di sangue e vendetta che fa uno spicinìo di demoni malvagi e non solo. Questa notte si chiama “Kal Ratri”, la notte nera e Kali è megaincazzata coi demoni del male.
Fiumi di sangue a volontà celebrati già durante tutto l’ottavo giorno con un macello rituale di animali in tutto il paese: decapitazioni in piazza, per le strade, dappertutto. In Durbar Square, prima dell’avvento della notte nera dove Kali si scatena, già si cammina sul sangue che è dappertutto (alla faccia degli animalisti).
E poi il nono giorno si festeggia la fine delle tenebre e il fallimento da parte delle forze del male di prendere il sopravvento sul mondo intero.
In questo giorno ovviamente i sacrifici animali proseguono e si benedice col sangue tutti i mezzi di trasporto: auto, camion, moto, bici… Ricoprendo di sangue le ruote, si augura fortuna e sicurezza per tutto l’anno.

Insomma, la tradizione qui ci insegna che dobbiamo portare rispetto a Kali che se si incazza so’ cavoli amari per tutti.

Dopo il Dashain, a distanza di un paio di settimane, il Festival della luce, il Tihar, sembra per un attimo cancellare l’immagine oscura e sanguinaria di questo popolo ancora oggi cosí fortemente attaccato ai propri miti, alle proprie leggende, alle proprie divinitá. Durante il Tihar si omaggia la vita tra balli, canti, manifestazioni di gioia che contrastano cosí intensamente con le urla e le grida strazianti degli animali decapitati uditi solo qualche giorno prima. Si celebrano gli avvoltoi, le oche, i cani ed infine, l’ultimo giorno, gli amici ed i fratelli. Se lá nel Dasahin tutto era rosso, sangue e morte qua adesso tutto é colore, gioia di vivere, allegria, luce e musica. Questo é il Nepal, il quinto paese piú povero del mondo ed uno dei piú corrotti in assoluto, dove manca addirittura un primo ministro, fuggito chissá dove e l’ex Re pazzo ancora vive circondato di tutti gli onori mentre di fronte al templio della Dea Vivente Khumari il parlamento e’ disertato dai politici che non hanno accettato la presenza degli ex guerriglieri comunisti delle montagne in posizioni politiche ufficiali dopo aver deposto le armi alla fine di oltre 20 anni di guerriglia.

La profonda povertá del Nepal risulta quasi inconcepibile agli occhi di un occidentale che vede uno dei posti piú belli ed affascinanti del mondo, dove l’arte, la cultura, la religione hanno creato splendide testimonianze di un passato imponente, culla storica di una delle piú influenti religioni mondiali, l’induismo ed una filosofia altrettanto importante, il buddismo.
Eppure camminando tra le affollatissime e sudicie stradine del centro di Kathmandu uno straniero non puó altro che commiserare quello stato di totale abbandono, di incuria ai limiti del menefreghismo che tutto sembra avvolgere, mangiare, consumare. Kathmandu e la sua valle, coi templi sacri di Pashumpatinah sul fiume Bagmathi o Swayambhu Mahachaitya e le altre due antiche capitali di regni altrettanto splendidi e misteriosi, le vicine Patan detta anche Lalitpur, “la bella cittá” e Bakhtapur rappresentano quanto di piú alto, sublime, maestoso il genio artistico umano sia riuscito a rappresentare in millenni di civiltá, sfarzosi esempi della follia umana di imperatori ricchissimi che un giorno decisero che il Nepal fosse culla d’arte e esempio di bellezza per tutto il resto del mondo.

Per secoli le valli del Nepal sono state, e lo sono tutt’ora, oggetto delle brame cinesi e indiane, nodo importantissimo e irrinunciabile per i commerci tra il Nord e il Sud dell’Asia. Per secoli i prodi guerrieri gourkha hanno saputo respingere qualsiasi tentativo di sottomissione ed in onore a ció anche il potentissimo impero inglese all’epoca preferí garantirne un protettorato contro le ingerenze straniere mantenendo l’indipendenza formale dei tre regni della valle e degli altri regni sperduti tra i monti dell’Himalaya. Ne avevano profondo rispetto sia per la storia e per l’arte sia per il coraggio dimostrato dai propri guerrieri nel difenderne la libertá. Persino Hitler ebbe a dire che di tutti i nemici dell’impero tedesco, temeva solo di combattere contro i gurkha nepalesi.

Fino agli anni ’60 il Nepal era praticamente isolato dal resto del mondo sconosciuto a tutti: soltanto i racconti tramandati dai pochi coraggiosi e fortunati che in passato vi erano riusciti ad entrarvi mantenevano viva la leggenda di un paese ancora sganciato dal normale scorrere del tempo, narrando di favolosi tesori inestimabili e di una profondissima fede religiosa da parte di una popolazione fiera e semplice, di montagne che sembravano collegare direttamente la terra con il cielo e di arcane fedi religiose ormai sempre piú abbandonate da un occidente secolarizzato. Forse era la mitica Shangri-La, molti vi speravano di trovare uno degli accessi al regno sotterraneo di Agarthi – o Agarttha – dove dominava l’immortale Re del Mondo.

Improvvisamente, alla fine di lunghi e sanguinosi conflitti interni, il Nepal aprí le porte al mondo ed il mondo – i giovani che contemporaneamente in Europa e in America lottavano per il ’68 e sperimentavano con fervore il 69 – vi si precipitó alla ricerca dell’innocenza perduta: Freak Street, la vecchia Jochheng dietro a Durbar Square divenne il simbolo di questa triste commistione tra la purezza di un popolo sanguinario ma anche profondamente candido, lontano, totalmente alieno dalle dinamiche di un occidente ormai corrotto e confuso e frikkettoni contestatori, perduti tra slogan rivoluzionari e allucinazioni da LSD provenienti dal pianeta-Europa e venuti quaggiú a rifarsi una nuova verginitá spirituale senza chiedere il permesso a questa popolazione buona ed accogliente.

Il Nepal, Kathmandu, divenne quindi ben presto il simbolo di un paradiso perduto fatto di droghe che crescono libere, di nuovi misticismi filosofico-religiosi di dubbia origine e tanto, tanto odore di marijuana bruciata comprata a una lira. La popolazione locale accoglieva questi barboni in sandali e parei con un misto di indifferenza e incredulitá, dapprima con bonarietà e poi con la speranza neanche troppo velata di poter cominciare finalmente a vedere un pó di soldi sfruttando la nuova, nascente ondata di questi strani viandanti. In quel momento il Nepal, la popolazione, cominció a capire di stare piano piano corrompendosi ai valori dell’occidente: i soldi, la ricchezza, gli affari con gli occidentali cominciarono a far breccia nella mente di questa gente.
L’illusione in realtá duró ben poco e per il popolo nepalese cambió pochissimo o niente: nacquero le prime strutture alberghiere con locande tradizionali e ostelli per accogliere gli stranieri, si svilupparono le prime guide turistiche e il commercio degli oggetti d’arte piú o meno originali ma di tutti questi cambiamenti il popolo ricevette ben poco in cambio. La corruzione dei governi che si susseguivano permise e assecondó gli interessi dei nascenti gruppi mafiosi e delle lobby di potere che si organizzavano dietro la nuova rinascita economica del paese e i soldi ben presto finirono solo nelle tasche dei politici corrotti e dei gruppi criminali, magari legati ad interessi indiani e cinesi alle loro spalle. L’apertura al capitalismo stava cambiando la società tradizionale senza per questo rendere la popolazione meno povera. Era ovvio che la situazione non potesse essere tollerata a lungo e dopo pochi anni i giovani comunisti maoisiti cominciarono a ritirarsi sulle montagne dichiarando guerra al corrottissimo regime di Kathmandu. All’inizio degli anni ’80 ancora una volta il Nepal richiuse le proprie frontiere e per molto tempo di quel meraviglioso paese descritto con toni fantastici da spiriti liberi ed artisti euopei, se ne persero ancora una volta le tracce.
Il paese sprofondó in una miseria indescrivibile, martoriato dalla guerra civile e quel poco di buono che sembrava cominciare a nascere grazie al turismo venne ben presto spazzato via da una ondata di sangue fratricida che duró 22 anni e distrusse speranze, vite, ricchezze, sogni e futuro.
Soltanto verso i primi anni del nuovo millennio, ormai incapace di trovare una soluzione alternativa, il governo di Kathmandu accettó l’entrata dei maoisti comunisti tra le fila del parlamento a patto che questi deponessero le armi e terminassero le azioni di guerriglia. Contemporaneamente gli altri partiti – legati ad interessi economici di lobby generalmente indiane o cinesi – disertarono il parlamento accusando i comunisti del PKK di preparare una via legale ad un colpo di stato totalitario.
Nel frattempo si consumava anche la farsa della casata reale, quando un figlio del Re sterminó tutta la famiglia riunita a cena per poi spararsi un colpo in testa a sua volta. Nelle due ore che rimase artificialmente in vita fu dichiarato nuovo sovrano, poi gli succedette il fratello non presente al momento del massacro e ritenuto il vero mandante della strage. Ci volse poco al popolo tibetano per capire che anche lui non era del tutto a posto col cervello e alla fine il paese, stanco, fiaccato da anni di sanguinosa guerra civile che ancora non sembrava avere fine decise di porre fine perlomeno ad una monarchia ormai divenuta ridicola e pateticamente slegata dal presente.
Poco dopo le trattative col PKK sembrarono porre fine anche alla guerra e un nuovo capitolo sembrava finalmente aprirsi nella storia del Nepal.
Qualcuno ha scritto che, da che mondo é mondo, il Nepal non ha mai conosciuto piú di 30 anni a fila di vera pace: di sicuro il paese che si presenta oggi agli occhi degli stranieri porta i segni di un XX secolo fatto di continue guerre: guerre di conquista, guerre di indipendenza, guerre di resistenza, guerre fratricide che si sono susseguite quasi senza interruzione oltre che a terremoti, carestie, siccità, malattie e chi più ne ha più ne metta.

Oggi manca un primo ministro, i deputati si rifiutano di partecipare ai lavori del parlamento e di dialogare con gli esponenti del PKK maoista, l’amministrazione é in mano a funzionari corrotti e gli aiuti internazionali, seppur copiosi, finiscono immancabilmente nelle tasche della solita, poca gente. India e Cina fomentano la corruzione e il doppio gioco per favorire i propri interessi soprattutto nel campo delle risorse idroelettriche e la poca gente onesta ed in gamba viene fatta sparire o messa in condizione di non nuocere, come il capo della polizia di Kathmandu, amato e stimato da tutta la brava gente, che dopo essere stato spedito a Pechino per un corso di aggiornamento, al ritorno é stato destituito e mandato a dirigere il traffico in uno sperduto villaggino di montagna. Stava pestando i piedi alla mafia che nella capitale gestisce l’industria del turismo, del commercio di droga e della prostituzione. E voleva che l’enorme quantità di energia elettrica prodotta dalle centrali nazionali potesse ricadere sul benessere del paese, una energia così potente da poter illuminare in un solo giorno tutta l’area Himalayana e Tibetana: a tutt’oggi a Kathmandu ci sono circa 7-8 black out al giorno mentre intere aree del paese, soprattutto ad est non sono ancora raggiunte dall’elettricità. Finisce tutto in mano a compagnie cinesi e indiane.
Qui tutti sanno, qui tutti sono ormai spettatori muti ed impotenti.

E´in questa situazione incerta, confusa e senza nessuna garanzia per il futuro che F. arrivó un giorno alla fine di novembre del 2012, quando il suo amico Filippo lo chiamò qualche mese prima: “Vuoi venire in Nepal? Io devo fare un servizio fotografico e mi farebbe piacere che venissi anche te”. Tre settimane dopo, attraversando Grecia, Turchia, Iran, India e fermandosi qua e la a casa di amici a Xanthi e Istanbul, viaggiando su autobus scassati tra Kurdistan e alle pendici del Monte Ararat, attraversando il deserto roccioso del Kurdistan iraniano, rimanendo ospite per qualche giorno a Teheran in casa di tipi conosciuti lungo strada e montando sui tetti di altrimenti soffocanti treni indiani, assistendo da due passi ad un attentato in un negozietto alla stazione di Agra e scambiando l’amato giubbotto di pelle comprato a Yanjiao due anni prima per comprare il biglietto dell’autobus fino al confine, dopo aver sopravvissuto 3 giorni in Uttar Oradwsh con soli 10 centesimi in tasca, finalmente F giunse a Kathmandu. Non prima di aver rotto il motore della corriera tre volte lungo strada, aver dormito in una squallidissima stamberga al confine dove la merda nei cessi riempiva anche il soffitto e aver visto una bellissima nepalese farsi il bagno tutta nuda sotto una cascata di una ripidissima e pericolosissima strada di montagna. E quando Filippo finì il suo reportage per tornare in Finlandia, F decise di rimanere con i suoi nuovi amici metallari della piazzetta di Mahaboudha conosciuti qualche giorno prima. Vi rimase quasi tre mesi.

Ed ogni giorno che vi passava in quello strano, misterioso, violento, affascinante paese pareva sentirsi crescere dentro un senso sordo ed impotente di giustizia che lo portava a solidarizzare con la miseria della popolazione, ma allo stesso tempo pareva sentirsene profondamente indignato nel vedere che anche la gente verso la quale nutriva attenzione cercava né piú né meno di comportarsi esattamente come la massa di ladri e farabutti che stava depredando il paese. Gli pareva di assistere ad un atto di autocannibalismo disperato e senza soluzione in cui soltanto l’ammirazione per la profonda fede che la gente a migliaia, a milioni, ancora sembava possedere potesse rappresentare l’unica ancora di salvezza. Per questo, un giorno decise di vedere la Khumari, la Dea Vivente, sperando di trovare risposte a tante domande confuse.

“Ma nessuno puó vedere la Khumari” gli disse Bikey seduto accanto a lui sulle scale del palazzo dove erano soliti incontrarsi.
“La Khumari é sacra e nessun mortale puó vederla all’interno del templio dove vive. E´servita dalle sue due ancelle che rappresentano l’unico contatto con il mondo e solo tramite loro puó comunicare i propri pensieri e le proprie decisioni. A volte viene portata in giro su un carro per le strade del paese, ma solo in occasioni speciali ma nessuno puó toccarla ne rivolgerle la parola, pena la morte” “Non importa, la voglio vedere, dicono che sia bellissima ancorché bambina… io voglio vederla passare dalla piccola finestrella sopra la porta del templio e la voglio chiamare, voglio vedere il suo volto che mi sorride. Di tutto il resto non mi importa niente” insisté F.

“La Khumari non rivolge parola agli altri esseri umani, lei é una Dea e come tale va adorata. E´ la reincarnazione di una piccola bambina di cui un giorno un re folle e cattivo si innamoró e la violentó. Lei morí dal dolore e immani disgrazie si abbatterono sulla valle subito dopo. Dopo anni di tormenti e di rimorsi il re malvagio decise di porre rimedio al male compiuto e decise di scegliere tra le fanciulle del paese la piú pura vergine simbolo di bontá e di fede. Cominció a chiamare i lama del paese dando loro istruzioni su come doveva essere la fanciulla che cercava, doveva ricordare quella povera sventurata che lui uccise e da quel momento tutti avrebbero dovuto adorarla come una Dea per ricordare al popolo l’innocenza e la fragilitá della vita. Mandó in missione per anni i propri lama e nel frattempo costruí il templio dentro la quale doveva abitare, isolata e lontana dalle brame degli esseri umani. Dopo tante ricerche la trovarono e la portarono al suo cospetto. Il re cadde in ginocchio e si mise a piangere, non aveva mai visto quella bambina ma assomigliava cosí tanto alla povera, sventurata fanciulla che lui aveva fatto morire. Lei sorrise, era figlia di una povera famiglia contadina che abitava sulle montagne e non aveva mai visto il re ne conosceva la sua storia ma le pose una mano sul capo e gli disse: “Io ti perdono, ma tu dovrai adorarmi come una Dea”. Da quel momento ogni volta che la fanciulla diventava adolescente e le prime mestruazioni sporcavano la sua purezza, il compito di ogni sovrano di Kathmandu é sempre stato quello di cercare una nuova Khumari, attraverso una selezione rigorosissima e misteriosa. La nuova prescelta deve riconoscere, senza averli mai visti prima, gli indumenti e gli effetti personali della precedente e rispondere a delle domande di cui solo la prima, originale Dea conosceva la risposta. Capirai quindi che é assolutamente impossibile e vietato anche il solo pensare di vederla e di parlarci. Rinunciaci, nessuno ci é mai riuscito finché essa é Dea Vivente. Aspetta qualche anno e quando lei ritornerá ad essere un essere umano come tutti gli altri, se non ímpazzisce come di solito succede, allora potrai vederla. Ma in quel momento lei non sará piú una Dea e forse ti ritroverai solamente a parlare con una pazza.”

“No, io voglio vederla adesso, io voglio vedere la Dea e la voglio chiamare, voglio che mi senta ed ascolti la canzone che canteró per lei, voglio il suo sorriso, voglio che lei si commuova come tutti gli esseri umani perché cosí sepolta e isolata dal mondo mi sembra solo una povera creatura infelice”

“E allora ti dico che sei pazzo. Sei pazzo e anche blasfemo, vuoi giocare con il potere degli Dei e rischi grosso. Ma chissá che forse la tua ostinazione non ti porti veramente a raggiungere il tuo obiettivo. Solo i pazzi o chi desidera morire sono dispensati dal volere degli Dei”

“Non mi sono rimaste molte ragioni per vivere. Me ne creo di nuove per andare avanti un giorno in più ancora e questa mi sembra una”

Da quella sera F. salutó tutti presto e si sedette sempre alla solita ora sul bordo del piccolo pozzo proprio di fronte all’entrata del templio. Ogni sera, sera dopo sera, alla solita ora quando ormai per le strade non passava più nessuno, si ritrovava li al suo appuntamento con la Dea osservando in silenzio e con trepidazione la piccola finestrella quadrata sopra l’enorme portone di entrata. Tutto era buio, tutto era silenzioso e soltanto il vento ogni notte sempre un pó piú fresco raccontava che l’inverno stava piano piano arrivando.

“Anche a costo di passarci dei mesi io la voglio vedere” si ripeteva in continuazione. E per tante, tante lunghe notti questo pensiero era l’unica cosa che lo accompagnava circondato da un silenzio innaturale, spettrale, misterioso.

I suoi amici durante il giorno lo prendevano in giro: “Allora, l’hai vista la Dea? Ti ha sorriso, ti ha fatto l’occhiolino?” lo canzonavano, ma lui non sembrava farci caso. Era dimagrito perché quella attesa lo stava consumando poco a poco. Soltanto Bikey, sempre seduto un pó in disparte rispetto agli altri, sempre con le gambe incrociate e il busto eretto non lo prendeva in giro ed anzi, si limitava a guardarlo silenzioso, scrutandolo ed osservandolo quasi fin nel dentro. Era il piú serio di tutti e parlava pochissimo a parte quando c’era l’occasione di narrare di leggende e storie di Dei o di musica metal.
Molti lo consideravano un pó strano e li a Mahabouda dove ognuno era conosciuto per la professione che faceva o che sognava di fare – c’era Don il guerriero gurkha che uccideva gli animali in sacrificio, c’era Surya il pappone, c’era Ganesh che aspirava a diventare il piccolo boss protettore della piazza, c’era Niranjan il regista e il fratelli Shresta i musicisti, c’era Denis lo studente – lui era conosciuto come Il Lama. Sempre col cappuccio in testa e la maglia dei Cannibal Corpse o dei Lamb Of God, con la barba lunga a punta, serio e a volte un pó lugubre col suo volto pallido e ossuto spesso stava li ed osservava in silenzio, a volte dava ordini secchi e brutali agli altri ragazzi, ma in generale aveva la sua vita normale come tanti gestendo una piccolissima agenzia turistica assieme a suo fratello Vinaya e agli amici Ukesh e Prazol.
In tutti quei giorni niente disse a F e F niente disse o chiese a lui: ma ogni volta che ne incrociava lo sguardo indagatore e ieratico, sempre seduto con le gambe incrociate e il busto eretto, non poteva fare a meno di abbassare il capo e gli occhi, sancendo ogni sera la mancanza di novitá.

Le novitá peró arrivarono finalmente una sera, erano ormai passate circa 2 settimane che parevano quasi mesi.

“Bikey, Bikey, mi é successa una cosa strana ieri sera, vieni te ne devo parlare” giunse trafelato F un tardo pomeriggio. Faceva ancora caldo durante il giorno ma la sera era giá tempo di indossare i primi maglioni di lana.
Andarono nell’altra corte, interna a un vecchio templio ormai adibito a povero alloggio di famiglie ancor piú povere dove una volta vennero perquisiti dalla polizia che, in cambio di poche Rupie restituì loro tutto il fumo sequestrato.
Senza emettere parola Bikey lo invitó a sedere sullo scalino mentre lui sedeva nella sua consueta posizione poco piú in alto e ascoltó quanto l’amico aveva da riferirgli.

“Ieri sera… è successo ieri sera. Ero seduto li come sempre, sul pozzetto davanti all’entrata del tempio della Dea. Passavano i minuti e al solito non succedeva niente. Ti confesso che stavo cominciando a pensare di smettere con questa ridicola storia, non so piú neanche io in veritá perché continuo a volermi cosí del male a cercare una cosa impossibile. Stavo cerando di combattere questi pensieri quando all’improvviso la vista mi si era fatta confusa e mi sembrava di avere una specie di leggera nebbia davanti agli occhi…per un attimo mi sembrava di aver visto un’ombra dentro quella piccola finestrella ma forse era solo la mia immaginazione. Fatto sta che subito dopo mi sono scosso da quel torpore e tutto tornava ad essere piú chiaro, tutto era ridiventato normale tranne un piccolo fatto. Di fronte a me, nella grata di legno del portone del templio, nel buco centrale della fila piú bassa c’era un enorme topo, chissá da quanto tempo era li. Ma mi stava guardando, mi stava guardando, capisci? Un topo enorme. Cioé io ho avuto l’impressione che lui mi stesse osservando e mi sembrava di sentirne il suo odio. Non so come spiegarlo ma in quel momento pensavo che era una specie di guardiano, come i cani in giardino che devono allontanare i malintenzionati. Ebbene ad un certo punto, ti ripeto non so quanto tempo abbiamo passato cosí a guardarci l’un l’altro, lui prende la rincorsa e da laggiú, dal portone all’entrata del templio fino al pozzetto dove ero seduto io saranno circa 15 metri, fa un salto enorme e mi balza addosso. Io ho avuto solo il tempo di cercare di scacciarlo via, ma quando mi son girato non c’era piú da nessuna parte. Il pozzo é cementato neanche 1 metro piú in basso e se fosse stato li l’avei sicuramente visto, mi son messo a guardare tutto attorno ma la piazza era deserta…in queste sere ho imparato ad osservare anche il piú piccolo pezzettino di carta o il mozzicone di sigaretta volare via tanto per distrarmi un pó ma di quel topo enorme non c’era traccia da nessuna parte. Io ho avuto paura e ad un certo punto ho sentito levarsi tutto attorno latrati di decine di cani e lupi, almeno a me sembravano anche lupi, il vento si era alzato fortissimo e udivo il rumore di barattoli e sassolini rotolare tutto attorno a me…in tutte queste sere il vento non era mai stato cosí forte e ieri sera quando sono arrivato neanche soffiava e non avevo mai sentito un solo cane abbaiare, tutto era silenzioso e spettrale ed invece adesso sembra che una intera mandria di animali notturni stesse ululando una sinistra marcia funebre. Bikey, tu che sai tutto, cosa puó significare questo? Che devo fare? Io ho paura che la Khumari si sia un pò incazzata”

“Mmm…” si limitó a rispondere il barbuto amico e cominció ad osservalo dall’alto in basso con sguardo ancor piú indagatore ed enigmatico del solito. Per lungo tempo non proferí parola ma continuava ad accaezzarsi la lunga barba a punta.
“Che intenzioni hai? Vuoi continuare la tua attesa o hai deciso di smettere?” chiese infine.

“Ma, scusa, sono io che chiedo a te consiglio, cosa devo fare?” “Quello che é in cuor tuo solo te puoi decidere. Chi sono io per dirti cosa devi fare o meno? Shiva é raffigurato a cavallo di un topo, forse Shiva era a far visita alla Dea e ha lasciato il topo fuori di guardia” replicó serafico Bikey.

“Bel consiglio, alla fine tu ne sai meno di me, e pensare che ti chiamano il Lama, il Santone, il so-tutto-io. Queste cose me le ero immaginate anche io. Pensavo che tu mi dicessi cosa devo fare” rispose irritato e un pó sarcastico F.

“Questo non lo devi chiedere a me. Devi soltanto chiederlo al tuo coraggio” sentenzió l’amico. Poi si alzó ed andó via senza salutarlo e senza voltarsi.

F. ci rimase molto male e molto deluso. Deluso perché l’amico non sembrava avergli dato una risposta utile e molto male perché lo aveva lasciato in quel modo quasi presuntuoso, li da solo seduto sullo scalino di quella corte. Si sentí molto offeso e per la prima volta provó rabbia ed impotenza anche se non sapeva precisamente se nei confronti di Bikey o nei confronti di se stesso.

“Ah si?” urlò nel silenzio e nella solitudine dopo aver riflettuto a lungo. “Ebbene allora ti dimostreró che il mio coraggio mi dice di continuare. E topi di guadia o no, io vedró la Khumari e la chiameró. Le canteró una canzone e la faró sorridere. E se voglio ci facciamo anche una fotografia insieme e magari mi faccio fare anche una sega, con quelle sue manine piccole piccole. Toh. Io non ho paura di niente e di nessuno, ne degli Dei, ne dei cani ne dei topi da guardia!”

E pensato questo fece una bella boccata di sigaretta, tiró su di naso, sputó in terra e si allontanó da Mahabouda.

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2022 - Il Nepal oggi

Ma come è il Nepal oggi, a distanza di 12 anni, dopo il terremoto del 2015, il COVID negli ultimi due anni e gli effetti della guerra in Ucraina che si ripercuotono ancora qui?

Apparentemente non sembra cambiato molto. Per noi che amiamo cinema e musica è cambiato tutto.

Per i soliti ignoti sono stati anni difficilissimi, per i soliti noti non è cambiato niente.

Andiamo con ordine.

Nel 2013 o giù di lì finalmente la situazione politica si è stabilizzata ed è stata approvata una nuova costituzione. I partiti politici son tornati in parlamento ed i comunisti, come era facile prevedere, son stati messi in un angolo con pochi ma significativi contentini.
Si può dire di tutto sulla gestione politica del paese ma non è sbagliato dire che sulla questione della gestione delle minoranze etniche e della tutela delle donne, il Nepal ha una politica estremamente avanzata rispetto ai paesi confinanti, in particolare India e Cina, Pakistan e i paesi dell’Asia centrale.

Leggevo qualche giorno fa che, per legge, le donne devono occupare il 33% delle cariche pubbliche e delle cariche politiche. Il che non è assolutamente poco, anzi…

D’altronde il ruolo delle donne in Nepal è estremamente significativo e non hanno discriminazioni di nessun tipo nell’educazione scolastica o nel mondo degli affari
.
Le caste qui rappresentano solo distinzioni tribali (ci sono, mi pare, 54 differenti etnie tra Newari, Gurkha, Bramin, Tibetani, Shresta e via dicendo) e in nessun modo sono intese come in India dove, checché dica la legge, le differenze di casta sono il limite insormontabile alla mobilità sociale ed economica. Qui i matrimoni interetnici sono assolutamente liberi, qualsiasi casta/etnia ha piena libertà economica e di diritti sociali, non è soggetta alle stupide ed arcaiche discriminazioni che tuttora persistono nella vita di tutti i giorni nella vicina e, per molti versi affine, India.

Combinando i due fattori assieme, condizione delle donne ed eguaglianza di diritti tra caste/etnie, sembrerebbe un paese felice. Anche la stampa è molto libera, molto più che in tantissimi altri paesi asiatici. La presenza di numerosi quotidiani in lingua inglese con giornalisti stranieri qui residenti garantisce una informazione aperta e critica.

In realtà tutto viene rovinato da una corruzione ed una gestione mafioso-capitalista tra le peggiori al mondo, che parte dai piani alti della politica e si estende alla vita economica di tutti i giorni. È assolutamente normale vedere bande di giovinastri tatuati, dai capelli platinati e tutti ingioiellati, passare di negozio in negozio a riscuotere pizzi e tangenti da tutti i commercianti sotto il loro controllo. Spesso stazionano nei negozi più remunerativi (supermercati, pub, ristoranti) per riscuotere regolarmente la loro parte. Altrettanto la polizia. Sebbene non sia più ai livelli di anni fa, qualsiasi infrazione o crimine può essere pagato all’istante con cifre sulle quali mettersi d’accordo. Solo nel quartiere ultracommerciale di Thamel sembrano esserci rigorosi controlli sullo spaccio di droga, illegale e severamente punito. In realtà tutti la vendono, tutti ne fanno uso, tutti la possono trovare dappertutto. È un business milionario che nessuno veramente ha intenzione di interrompere, sia per il turismo che per il consumo locale. I nepalesi ne fanno un uso abbondante e continuo e già da tantissimi anni tra le classi più abbienti circolano in modo massiccio anche tante, troppe, droghe sintetiche potentissime di cui i giovani ricchi sono avidamente golosi.

Il terremoto del 2015 ha lasciato profondi segni nella città: molti templi son andati distrutti, soprattutto a Durbar Square, il simbolo della città, non tutti ricostruiti. Così come molte case vecchie che sono puntellate con pali di legno: ma qui è difficile dire quante ne siano perché in realtà molte case nel centro sono così da anni ed anni.

Chi più ha sofferto del terremoto è stata la regione del Ladakh, a nord, dove praticamente qualsiasi villaggio o struttura è stata spazzata via. Interi villaggi letteralmente scomparsi. Il governo stanziava, e lo fa tutt’ora, circa 800 euro a famiglia per costruire una casa. È una cifra insufficiente, ne servono almeno 2000 per una semplice casa in mattoni estremamente basica e spartana, ma chi ha perso tutto nel terremoto del 2000 non ha più neanche la possibilità di ricostruire una propria abitazione se già aveva fatto in precedenza richiesta di sovvenzione governativa. E ho sentito molte storie di amici e negozianti di qui che hanno famiglia e parenti nelle zone di montagna più duramente colpite.

La soluzione, quasi sempre, viene dagli aiuti internazionali: aiuti privati, aiuti da parte di amici occidentali, aiuti da parte di stranieri che vivono qui. Le NGO non rappresentano una vera risorsa perché spesso o sono troppo piccole per fornire aiuti sostanziali o son troppo corrotte per utilizzare i fondi che in qualche modo riescono ad accumulare.

Il COVID ha rappresentato un colpo durissimo per l’intero paese, chiuso per lungo tempo ma fortunatamente da molti mesi ormai tutto sta riprocedendo a gonfie vele. Il turismo è tornato in massa, chi non faceva affari nei mesi bui ed è riuscito a non chiudere, può ritornare a sfruttare l’enorme patrimonio rappresentato dal turismo, la vera gallina dalle uova d’oro per il paese. I, meglio, per chi gestisce questa miniera.

Ma la guerra in Ucraina si fa sentire anche qui, pesantemente. Non solo perché anche il Nepal importa tutto il gas e il petrolio dalla Russia ma anche perché la crisi economica mondiale degli ultimi due anni sta portando una massa di turisti inferiore di oltre il 20% dalle aspettative. Questo fa sì che molti piccoli commercianti son costretti a svendere i loro negozi ai cartelli che gestiscono la mafia del turismo a Thamel o si devono indebitare per continuare a pagare le tangenti. Ricordo che i poliziotti e i militari, per prassi e abuso di potere hanno piena facoltà di comprare tutto gratis dai piccoli negozi, pena multe o minacce varie.

Insomma chi continua a fare soldi son sempre i ricchi che gestiscono l’intero quartiere di Thamel con i metodi e i controlli più vari. Non è assolutamente difficile conoscere giovani 20-25enni che già gestiscono 4-5-6 bar ristoranti, agenzie di turismo, piccoli drug store e passano il tempo solo a contare i soldi o godersi la bella vita tra droghe sintetiche, donne e ristoranti che, sebbene relativamente economici per noi occidentali (ma neanche più di tanto), sono assolutamente inavvicinabili per la stragrande maggioranza della popolazione.

Uno stipendio medio per una persona normale in città son circa 150 euro al mese. Nei villaggi di montagna scende a 20/30 euro al mese. Conosco molti giovani qui che guadagnano - in vari modi - sui 3000/5000 euro al mese.
Come in Cambogia e in Laos, ci sono inequita economiche estreme e, purtroppo, sfacciatamente sotto gli occhi di tutti.

Ma una cosa salva questo popolo: il loro naturale buon cuore la loro apertura e cordialità con tutti, la loro generosità se oltrepassi i primi step iniziali da ennesimo turista a differenza di popoli estremamente più avidi, egoisti e avari come i malesi o gli indiani tanto per dire di gente che in anni di viaggi è già tanto se ti offre una sigaretta. Anzi, da quando son qui ed esco con i miei amici, penso che al massimo io mi son pagato solo un pacchetto di tabacco e una Red Bull.

Ma di questo ne parlerò nel prossimo post

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