Visto un po’ per caso di ritorno in Italia e gradevolmente sorpreso perché, nonostante gli svariati rimandi ad altre opere horror note, propone una storia originale che sfiora i temi del dolore privato e dei traumi collettivi, dell’instabilità giovanile e dei rimorsi genitoriali. Il tutto in una suggestiva cornice montana, che estrae questo villaggio dal resto della società e gli impone l’arrivo del ‘solito’ intruso (il redivivo Michele Riondino), che mette a soqquadro il precario equilibrio su cui si regge la comunità locale.
Come di consueto, Fandango si distingue per la produzione di opere di grande interesse, capaci di assumersi rischi narrativi e stilistici.
In questo caso, spiccano scelte sonore audaci, poco esplorate nel panorama cinematografico italiano moderno. La fotografia colpisce per la sua raffinatezza, con inquadrature sorprendenti (grandangoli, sfocature ai bordi, immagini rovesciate), che conferiscono un carattere visivo distintivo. Il montaggio, infine, fa della rottura di tono un elemento strutturante, generando momenti di vero impatto e contribuendo a costruire le scene più memorabili del film (una si intuisce già nella locandina).
Consigliato, anche per mostrare che il cinema di genere italiano di qualità lo si riconosce e lo si apprezza ancora!
L’ho trovato curioso, ma non memorabile nella messa in scena. (IMHO non è il salvatore dell’horror nostrano) Una sequenza mi ha ricordato questa de L’esorcista 3 e più in generale la storia mi è sembrata un incrocio tra un folk horror e Carrie Lo sguardo di Satana. Il titolo internazionale è “The Holy Boy”.
Visto in compagnia dei miei pargoli che mi hanno obbligato a gettare la spugna dopo il primo tempo. Ahimè li capisco! Mi riprometto di completarne la visione quando passerà (penso a brevissimo in qualche piattaforma. Ci saranno state in sala non più di venti anime).
Uno spunto potenzialmente interessante trattato in maniera pretenziosa e pseudoautoriale poco gradita da noi poveri trogloditi che un tempo popolavamo in gran copia i pulciai di perifieria.
Avvezzi a ben altro “cinema di genere” e visto che oggi si sentono tutti dei “Soderbergh di casa nostra”, il film si caratterizza per un incedere lento, riprese televisive di irritante freddezza e piattume e la solita recitazione “nevrotica” degli attori italioti, che informa ormai quasi tutto il nostro desolante panorama cineatografico. Spero e mi auguro si riprenda nella seconda parte.
Credo sia la prova più convincente di Strippoli ed io adoro le altre due. Probabilmente se fosse nato ad Hollywood si acclamerebbe il nuovo Ari Aster (per me questo è superiore a Midsommar) ma siamo sempre portati a ridimensionarci.
Condivido tutto quanto dice in apertura @LorenzoCardoso con una piccola riflessione aggiuntiva. Bello il tema della catarsi. Ci si salva solo abbracciando il dolore e non inseguendo strade più o meno facili per rimuoverlo. Falsi idoli che ti spingono verso il baratro.
Ottima prova attoriale di tutti con Riondino in testa.
Strippoli insieme ad Alfieri secondo me sono la prova che c’è ancora vita cinematografica in questo paese.
A me è piaciuto più del precedente Piove, che invece avevo trovato noiosetto. C’è sempre un che di derivativo dall’horror anglosassone (i riferimenti che avete fatto a Carrie mi sembrano pertinenti, idem i vari folk horror in circolazione), l’idea di fondo è intrigante e tutto sommato mi garba l’abilità nel mettere in scena i turbamenti adolescenziali e la psicologia dei personaggi principali. Forse il suo limite sta in un taglio troppo televisivo, nel senso di fiction nostrana (ci sono serie tv americane, inglesi e francesi che risultano più suggestive di tanto cinema popolare attuale).