Praticamente due drughi nostrani che si destreggiano e barcamenano in uno dei territori in cui più è radicata la cultura dell’alcool.
Il film è molto poetico, alterna in continuazione sequenze struggenti e delicate ad altre volutamente grezze e sopra le righe, senza disdegnare qualche spunto quasi surreale. Il mix è riuscito e dà forma ad un’opera secondo me unica, che ha una sensibilità tutta sua e che riesce a parlare in modo originale (e tuttavia privo di disincanto o modalità celebrative) di una condizione e di una tipologia umane ben presenti nel nostro atlante sociale.
Rispetto al precedente Altri cannibali Sossai abbandona certe soluzioni legate ad uno stile prettamente documentaristico, che appesantivano un pochino la narrazione, senza però rinunciare ad uno sguardo osservatore e ad un cinema in grado di rappresentare certi aspetti della realtà che spesso all’interno di un film di fiction passano inosservati.