The mongols (Parviz Kimiavi, 1973)

Primo lungometraggio del regista di O.K. Mister, molto diverso da quest’ultimo per toni, stile e linguaggio.

Un film sperimentale, con tanti passaggi visionari, surreali ed onirici. Date un’occhiata a questa clip per capire di cosa stiamo parlando:

Qui invece il FILM COMPLETO, in farsi con sottotitoli francesi:

Il film comincia alla Godard vecchia maniera, con il regista che sta facendo un cast con la gente della strada per cercare gli attori che interpreteranno I mongoli del titolo.
Ma non vedremo un pedissequo omaggio alla nouvelle vague, è solo un punto di partenza.

Di fatto è la storia di questo regista ed autore televisivo (interpretato da Kimiavi stesso) che è stato incaricato di partire con alcuni tecnici in una remota zona desertica del paese, per installare una grande antenna ripetitrice che renda possibile la trasmissione del segnale televisivo.
Nei giorni prima di partire il regista viene influenzato dalla moglie, che sta redigendo a macchina un testo storico/etnografico sulla presenza dei mongoli nel deserto dell’asia centrale, ed inizia a fantasticare su un possibile film da realizzare durante la sua permanenza nelle zone desertiche.
Ed ecco che pian piano tutte le sue idee e le sue fantasticherie prendono vita, e vediamo questi mongoli del passato aggirarsi per il deserto dell’asia centrale come i personaggi in cerca d’autore di Pirandello, incrociando tombaroli, dervisci ed abitanti degli sperduti villaggi, che si chiedono chi siano costoro e cosa fanno lì.
Ed anche gli attori che interpretano i Mongoli si chiedono che ci fanno, lì, quanto ci dovranno restare, perché si vedono costretti a replicare delle azioni che ritengono inutili e senza senso per il volere superiore di qualcuno, di un regista, di un burattinaio che sta in alto e tira i fili. “C’est le cinéma, c’est le cinéma!” si dicono, e continuano imperterriti ad interpretare il loro copione sgangherato.

I piani spaziali e temporali si sovrappongono senza soluzione di continuità, il reale e l’immaginario si fondono in una narrazione surreale nella quale è impossibile distinguere cosa sia vero da cosa sia sogno o fantasia. Lo specifico cinematografico entra in gioco direttamente, innanzitutto grazie a dei riferimenti alle macchine del precinema, che il regista sta studiano per un approfondimento televisivo che deve realizzare, ed ecco che all’improvviso i mongoli iniziano a muoversi a scatti, senza fluidità, come delle figurine di uno zootropio. Ma non si tratta solo di questo.
Il film alla fin fine si risolve in una fascinosa riflessione su cos’è il cinema e su qual è il suo scopo ultimo, il suo senso più profondo, mettendo in scena dei personaggi che si interrogano a loro volta sul senso della propria esistenza.

Straniante.

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