Direi ovviamente la prima opzione. Perché la maggior parte del pubblico nemmeno si accorgerà di una possibile somiglianza con un film uscito 45 anni fa di cui hanno solo sentito parlare.
Ma no, dai, sei troppo severo. Come si fa a non vedere “Shining” in quei fotogrammi? Ed esattamente come nella scena del bagno in “Shining”, viene pure infranta la regola dei 180 nel primo (?) incontro tra il produttore e Sue in “The substance”.
Ciao Nik, non so se tu stessi rispondendo a me. Io l’ho ovviamente riconosciuta. Ma come scrivevo non mi aspetto che larga parte del più giovane pubblico colga la finezza, perché probabilimente Shining non l’hanno mai visto.
Eccome se l’hanno visto, sta nell’ABC del cinefilo. Secondo me la fate un po’ tragica, è vero che i film sono un interesse di nicchia un po’ meno di moda rispetto agli anni 90-2000, però ci sono tanti giovani appassionati.
A me è sembrato un affresco pop e postmoderno - certo, compiaciuto - sulla società dello spettacolo, sul lato oscuro dell’essere celebre e sul rapporto che l’essere umano possiede col proprio corpo. Con tutti i limiti che si porta dietro il postmodernismo, naturalmente: l’ultracitazionismo (con le fonti spesso travisate, come già osservava qualcuno), la perdita di consistenza e profondità (sceneggiatura e dialoghi basici, è vero, ma se contestualizzassimo il film, io credo che non cercheremmo la profondità in un film così, come non la cerchiamo in “Pulp Fiction”: eppure quest’ultimo è un gran film), tutto è sparato a mille (metafore incluse) - ma è pur vero che il mondo rappresentato si autoidentifica in quel modo, pretende di essere glamour e glitterato, con i colori caldi e più vivaci in vetrina, e le tonalità più fredde e scure lasciate in ombra, nascoste (nel vano ricavato nel bagno) o affidate alla protagonista-matrice, la quale sin da subito patisce paradossalmente la propria brama di ritornare a una forma compatibile con gli standard imposti dalla società e dalla rete per la quale lavora.
Ciò che ci viene mostrato mi pare possa essere visto come il paesaggio interiore della protagonista chiuso nel proprio dissidio e nello scontro che ne consegue; solo possediamo il privilegio di vederlo sviluppato in un contesto semi-realistico (ma che comunque, benché estremo come tutto il resto, non è lontano da ciò che la quotidianità ci propina, tra chirurgia estetica, filtri fotografici, ecc: “sostanze” vere e proprie che da tempo troviamo sulla (e sotto la) pelle dell’essere umano, spostando dentro quest’ultimo pure i parametri antropologici che la natura gli aveva imposto).
Ciao almayer! Sì, la mia era una risposta al tuo pensiero: ci può stare, eh, ma credo abbia ragione @Kakyoin
secondo me è più difficile che le generazioni recenti meno avvedute abbiano colto il riferimento di fondo (mankiewicz) e copy and paste di opere di nicchia come street-trash. king e kubrick sono troppo transgenerazionali per non essere captati dal radar.
Nel mitico episodio “occhio malocchio ecc…” Janet “Helen” Agren, parlando con Lino “Altomare Secca” Banfi, diceva che Jane Fonda dire “sempre fare, sempre fare, fino in Fonda” ![]()
E da questo punto riparte la Fargeat assieme alla Moore, per ripasturare a suo modo l’ennesimo ritrattato mostruoso dello spietato star system, dove la forma spesso supera la sostanza/substance e la massima popolare Per essere belli, bisogna soffrire trova l’apice della sua rappresentazione. Un polarizzato discorso tèratologico; un “freaks” senza umanità né empatia.
È un film che ha un ovvio valore “meta” in quanto pare fatto e cucito sulla pelle della Moore (detto dalla Fargeat stessa) oltre alla -forse- scelta di essere una pellicola tutta forma e poca sostanza (se non quella del titolo) o tutto cornice e poco dipinto (se non il mega poster Moore/Grey) proprio come lo scopo che perseguono le due protagoniste: Demi Moore (brava, coraggiosa e certamente in un ruolo che rimarrà quando si parlerà di lei), e la Qualley (che per me funziona a prescindere poiché io ne sono infatuato dai tempi di “the nice guys”), stupenda ninfetta/bitch che incurante degli avvertimenti ricevuti si lascerà cullare dall’ebrezza del “volare alto” e, come fu il sole per Icaro, l’intensità delle luci della ribalta le saranno fatali.
C’è una certa esasperazione di citazionismo un tanto al kg alla Tarantino. Ma Quentin si perdona perché scrive da Dio. La francese per adesso su questo lato non ha detto granché (sempre ipotizzando che ciò sia stata una precisa scelta registica).
E comunque resta il fatto che le nuove generazioni chissà cosa ne sapranno mai di Shining, La mosca, La cosa, Society ecc…ecc… meglio vederlo senza pensare ai rimandi cinematografici (dopotutto, non sono un copyright di Kubrick quel tappeto o quei cessi).
Qui si potrebbe aprire un discorso a sé: io, fossi regista, non sarei mai così spudorato e dozzinale; pur con la consapevolezza di poter azzardare conscio del fatto che buona parte di pubblico odierno non ne sa un beneamato del cinema horror di 40-50 anni fa.
Anche la durata del film può essere eccessiva ma è un film che si prende il suo tempo, esaspera le inquadrature sui movimenti, sulle etichette, le flebo, le siringhe ecc…estetismo tecnico fine a sé stesso come lo è la vicenda filmica. È una -secondo me- buona astuzia perché rende ogni inquadratura degna d’esser notata (pure una banale sequenza come l’uscita notturna di Sue/Qualley ed amici, coi tacchi che procedono verso l’auto ed il rombo del tubo di scappamento hanno una laccatura non indifferente).
La “profondità” del film sta tutta -come già evidenziato da altri utenti- nel siparietto della Moore e del suo quasi-umiliarsi nel combinare un’uscita con un maschio assolutamente mediocre che mai avrebbe reso degno di tale onore, nel passato. Ma anche qui, la smània di perfezionismo e narcisismo avranno la meglio (cioè il peggio), sulla psiche della già provata ex diva stella cadente del firmamento.
C’è spazio per qualche risata? Mai. Paradossalmente, la grottesca sequenza culinaria della Sparkle/Moore m’è parsa così avulsa dal resto del film che mi ha fatto ancor più meraviglia. È stata forse l’unico vero paragrafo originale (di impronta registica) di un film che -sotto certi aspetti- non lo è per nulla.
Quaid solo 8 minuti di presenza che rimarcano il motto: “non esistono ruoli minori o piccoli”. Impareggiabile l’estemporaneo cambio anagrafico Isabella / Cindy ![]()
p.s. guardando il film non ho potuto fare a meno di pensare all’albo di Dylan Dog n°144 “belli da morire”. Buona parte di questo film era già scritto in quell’albo; eppure in Italia continuiamo con le suore, le mafie, i preti,i commissari, il dramma-realismo e le commedie (che fanno piangere) pur avendo a disposizione quintali di para-sceneggiature a cui attingere o prendere spunto…è solo mancanza di soldi?