Dopo l’ottimo Grave (tra i film di genere più audaci girati in Francia negli ultimi anni) e il pessimo Titane (Palma d’oro a Cannes e scimmiottamento pretenzioso e arrogante di maestri di ben altra caratura), ecco Alpha, la cui scarna trama recita questo su Imdb: “Alpha, una tredicenne problematica, vive con la madre single. Il loro mondo crolla il giorno in cui lei torna da scuola con un tatuaggio sul braccio.”
Lo vedro in settimana ad una proiezione presentata dalla regista e vi daro la mia opinione nei giorni successivi, ansioso di scoprire se il mio giudizio penderà più dal lato del primo o del secondo film della regista.
Nel frattempo, Julia Ducournau è stata intervistata da Konbini per il format Video Club, che offre a figure legate al mondo del cinema la possibilità di presentare alcuni dei film che le hanno maggiormente segnate. In questo caso, si tratta della seconda volta in cui la regista partecipa a questo progetto e mi sorprende come molti addetti ai lavori abbiano una cultura cinematografica ancorata quasi esclusivamente ai grandi classici, con ben poco spazio lasciato a ricerche o scoperte personali. Inoltre, lei tende ad analizzare le opere da una prospettiva sociologica e femminista che, a mio avviso, finisce per sminuire e banalizzare la portata di certi film, una tendenza che mi sembra purtroppo abbastanza diffusa nel sottobosco del cinema francese.
questo chiarisce quanto divergano i nostri gusti nei post delle classifiche!
per me juliessa sempre una garanzia e son circa due mesi che sto aspettando che il film si posi in rete. la sinossi di imdb è abbastanza elusiva e omette il vero fulcro del film: il passaggio dalla carne al titanio, e da quest’ultimo al marmo sotto forma di trasmissione virale. secondo me sarà il suo meno estremo visivamente, ma concettualmente e come impianto narrativo mi aspetto cose egregie.
Non ho mai colto una vera logica nella filmografia della regista; tuttavia, dato che il suo cinema mi dà l’impressione di essere molto intellettuale, è possibile che segua un disegno di lungo respiro che io, finora, non sono riuscito a percepire.
In ogni caso, non mi è molto chiaro il passaggio dal titanio al marmo… ma forse devo solo aspettare di aver visto il film per capire meglio
è presto detto: la madre della ragazza è convinta, a ragion veduta, che il tatuaggio sia veicolo di trasmissione di una malattia che trasforma le persone in blocchi di marmo. pare che a cannes si siano verificati svenimenti e malori vari durante la visione (tsè, dilettanti! ), per cui forse mi sbaglio sulla portata visiva e grafica meno estrema…
Un marasma: é il primo pensiero uscendo dalla proiezione.
C’é di tutto in questo film, che, in realtà, si puo riassumere in un dramma socio-familiare con elementi fantastici: integrazione di immigrati di generazioni diverse, paura del contagio e bullismo, omofobia e sistema scolastico allo sbando (e quello sanitario non se la cava meglio), bagni alla Sex Education e stanze di motel, periferie degradate e discoteche lgbt scatenate, e potrei continuare a lungo
Ma c’é anche una giovane Mélissa Boros, interprete di Alpha, che tiene in piedi la baracca per tutta la durata del film e si dimostra capace di non eclissarsi neanche davanti alla straordianaria prova attoriale di Tahar Rahim, nei panni di un junkie “posseduto” e rassegnato, brutale e tenero, che mi ricorda il Joker di Joaquin Phoenix perfino in meglio!
Gli effetti speciali a volte bruttarelli a volte riusciti, regalano comunque una scena di “sfaldamento”, che penso sia all’origine degli shocks di Cannes! Se no, é la violenza interpersonale a generare le scene più forti del film, che resta abbastanza duro, ma ben lontano dalla potenza dell’esordio.
Per il gusto dell’aneddoto, all’uscita della sala sono incappato in un Gaspar Noé accigliato ed attorniato da 4 omoni intimidenti, che mi hanno fatto desistere dal domandargli la sua opinione sul film, anche se la curiosità mi é rimasta
P.S.: Aneddoto inutile n° 2: dal vivo, Julia Ducournau é incredibilmente alta, sovrastava il resto del cast durante la presentazione!
Sii prudente, rischi di scottarti Anche l’accoglienza in Francia, dopo quella a Cannes, é stata tutt’altro che entusiasta, mentre i due film precedenti avevano goduto di un’ottima critica sia da parte della stampa che da parte degli spettatori, quest’ultima opera sembra piacere molto meno!
Se no, sono un timido e non mi piace disturbare un regista nel suo tempo libero, soprattutto se non sembra dell’umore adatto. Tendenzialmente invece durante le presentazioni a cui ho assistito, Gaspar Noé é persona affabile e disponibile, nonché un vero appassionato di cinema, il che non guasta!
Pesante come un blocco di pietra appeso agli zebedei.
Un cumulo di macerie polverose di metaforoni e metaforazzi soffocante ed esasperante, voglio dire un minimo di capacità di mettere i simbolismi a servizio del racconto. E dire che Julietta ha dei riferimenti che in tal senso la possono guidare, qui sembra aver perso completamente la bussola.
Posso accettare la durezza e l’intransigenza nello smussare le asperità ma qui ho come l’impressione che qualcosa sia andato irrimediabilmente storto in fase di produzione.
A trovare una nota positiva, come scrive Lorenzo, lode all’impegno di Mélissa Boros
mah, a me tutto sommato e sottratto non è spiaciuto e l’ho trovato interessante, ma anche da par mio c’è effettivamente qualcosa di storto e stonato o che proprio non torna e l’impressione che il prodotto ha un buon brevetto a monte ma un paio di difetti di fabbrica in negozio.
ci avevo effettivamente preso: al principio era la cannibalizzabile carne fonte di nutrimento e primo dei nostri continenti conosciuti, poi la fusione di essa con la macchina e il titanio (ma per confermare la coerenza tematica con l’esordio), ora è l’era del marmo che però da felice hybris è diventato una malattia pandemica sulla falsariga di covid e aids come potrebbe immaginarsela saramago: la razza umana si è indurita, il processo evolutivo si è pietrificato, e col patrocinio dei miti di batto e medusa, juliessa si muove pedissequa di conseguenza. ma senza ritrovare la ferocia di raw né le ricombinazioni tsukamotian-ballardian-caraxiane in salsa non-binaria di titane. in gioco c’è sempre l’identità nel suo formarsi, l’orrore del corpo e il corpo dell’orrore attraverso il sesso e come fil rouge resta anche prepotente l’idea della consanguineità quale collante supremo, che tutto può anche oltre la fine, quale che sia la disperazione personale o collettiva, nuovamente espressa nel ballo solitario (les orties allo specchio in raw: una delle cose di cui più ringrazio julia è di avermi fatto conoscere kincy & antha) o collettivo (la discoteca ralenti in titane), ma senza il colpo d’ala della morbosità né della commozione (non so voi, ogni volta che rivedo il passaggio con light house in titane perdo calici di lacrime).
alla nostra, la forza espressiva-immaginifica continua a non difettare ma stavolta sembra non sapere mai bene dove direzionarla né come incalanarla e nel dubbio indulge nel prenderla larga e lunga, senza capire che portando tutto a maggiore essicazione e durezza avrebbe ottenuto un risultato più emotivamente perforante e più ruvido e disturbante sia di pancia che di concetto. sempre incerta su che via inforcare, si avvicina a più soglie senza mai attraversarne davvero una. e a stringere, le idee sembrano essere talmente confuse e pochine che stavolta quelle migliori spalmate su oltre due ore non sempre fluide e leggere sono tutte citazioni, quando non palesi scopiazzature: su tutte, m’è decisamente partito il vacagà! sul secondo episodio di adrenaline, riprocessato e presentato come se fosse farina del suo sacco nell’ingenua speranza che essendo di nicchia non lo conosca nessuno - niente di peggio dell’autore che sottovaluta il proprio pubblico.
insomma una partita pari e patta con qualche cartellino giallo alzato. da qui può solo migliorare, ma anche peggiorare.
p.s.: secondo m’è noè si è stranito per il medesimo uso di beethoven sul finale (la settima sinfonia chiudeva anche irrevesible) che sfasa anch’esso i piani temporali neanche fossimo dentro terminator genisys