American Horror Story (2011)

varata 1984: credevo fosse orwell e invece cose lesse. contrariamente alla mia convinzione niente a che spartire con la buia distopia dittatoriale (peccato, sarebbe stato interessantissimo). l’anno di riferimento che la intitola contrassegna più ovviamente stile estetica topoi degli slasher del periodo (con flashback di natura late-70’s) e annesso immaginario edonistico e televisivo imperante. siamo quindi al solito injokificio-citazionarium eretto a sistema narrativo e alla voce del verbo easterneggare coniugata e declinata in tutti i modi e tempi, sì che nei soli primi 5’ minuti del primo episodio troviamo centrifugati in rassegna - con livelli sbudellamentosi iperbolicissimi: ormai c’è più efferatezza e truculenza in uno a caso degli episodi di questo format che in molti horror degli ultimi 15 anni - i primi 4 venerdì 13, perfect, cin cin, l’ultima vergine americana, violated angels e una sigla che pare assemblata dai dirigenti di 70/80 e via via che si sale la cosa sembra stabilizzarsi su sleepaway camp misto rosemary’s killer con ost paracarpenteriana (che ripesca anche, gran figata, somebody’s watching me) e richard ramirez tirato per il ciuffo nel mezzo per non farsi mancare il true crime romanzato e virato fantasy.

devo però dire che l’effetto è strano e inverso rispetto ad altre stagioni: lo slasher pneumatico mi è sempre scivolato addosso, dandomi anzi assai alle palle, ma curiosamente la serie mi sta per ora prendendo, forse più per l’operazione eranobeitempi (citati anche tre cuori in affitto e jane fonda per dire) che in sé e per sé.

deh, vediamo come butta.