Noboru Iguchi, dopo aver attraversato il panorama cinematografico ed audiovisivo giapponese toccandone i punti più disparati (dagli adult videos coi genitali pixellati allo splatter estremo, dagli episodi di serie televisive alle trasposizioni live action dei manga di Go Nagai), è giunto finalmente in uno stadio nel quale fa cinema solo per ilpiacere di esprimere sé stesso, i suoi vissuti personali e la sua visione del mondo. I suoi ultimi lavori sono opere decisamente non commerciali (finanziate col crowdfunding poiché sicuramente non avrebbero mai trovato un produttore), in cui l’autore rinuncia agli eccessi splatter, al sesso, all’ultraviolenza ed all’azione per mettere in scena, con budget ridotti all’osso, le sue ossessioni e le sue perversioni.
In questa pellicola (che parla di una ragazza disgustata dall’atto del mangiare e del defecare che si innamora di un’altra che ha ovviato al problema nutrendosi solo delle persona che ama e che la amano) si affrontano i temi dei disturbi alimentari, del feticismo scatologico per la defecazione e del sadomasochismo.
Tuttavia il film riesce ad avere un mood poetico e ad essere in molti passaggi una vera e propria riflessione filosofica, senza rinunciare a discrete dosi di umorismo, qualche spruzzatina di gore funzionale alla trama e una costruzione stralunata ed improbabile che prevede diverse reincarnazioni degli stessi personaggi in mondi paralleli.
Come già riportato da @LorenzoCardoso nel topic dedicato al festival, il messaggio del film è che è meglio morire mangiati da chi si ama che essere vittime innocenti di una guerra, tirando le cuoia a causa di una bomba.
Difficile applicare al film parametri come “bello” o “brutto”, non credo che lo rivedrei al di fuori del contesto del festival ma sicuramente è un’opera molto personale e singolare che sono stato contento di guardare.