Flush (Grégory Morin, 2025)

https://www.imdb.com/it/title/tt37520267/

almeno una volta nella vita sarà capitato anche a voi: state espletando la famigerata numero 2 (che per motivi non ancora squadernati dalla neuroscienza ci fa perdere quarti d’ora quando non un’ora intera a fantasticare sul trono bianco o a leggerci la qualunque), finché qualcuno non interrompe il daydreaming bussando spazientito e ironizzando col classicone dei classiconi “ma che, ci sei cascato dentro e hanno tirato lo sciacquone?”.

avrete già vagamente intuito che questo classicone è in buona sostanza parte dello start-plot (o plof, vedete voi) del film, sul quale null’altro aggiungo dati gli imprevedibili turn over e le surreali collateralità di cui è ingegnosamente costellato-complicato, che riesce nell’incredibile e ammirabilissimo intento di iper-radicalizzare alla enne e ogni altra lettera alfalgebrica tutto quanto è stato già sviscerato nei pochi ma ottimi onelocation/lock-action movies che l’hanno preceduto con protagonista intrappolato in un minimale spazio asfittico, stretto, anomalo e pericoloso, utilizzando tutto e dicasi TUTTO quello che quel preciso spazio consente di usare come elemento narrativo, le cose più banalissime e semi-invisibili comprese: phone booth, haze, stuck, buried, inside, pihu, trapped, holy shit!, per dire i primi che viva la fica oraesempre. morin sembra (ma sembra soltanto) prendere le mosse da quest’ultimo (rubacchiato spudoratamente da un racconto di king) dove però l’unità di spazio si cappottava in diverse angolazioni con degli upside down letali, laddove qui lo sventuratissimo protagonista arriva ad accorparsi con esso con dozzine di pericoli dolori devastazioni corporee del caso e qui dico subito che l’unica perplessità che avevo in merito alla trama quando presi a tenerlo d’occhio nei report festivalieri ove ha giustamente furoreggiato (ovvero: come è possibile mai rimanere con la faccia incastrata in una latrina turca??) è risolta tecnicamente e narrativamente da dio e i cacacazzi dell’iper-realismo zitti e a cuccia per sempre.

un po’ gaspar noè che si concede una black (facciamo brown) comedy, una burla o una scoreggia di sollievo, un po’ episodio di adrenaline esteso a 75’ (raro pregio maggiore del film, non stirare l’idea oltre tutto quel che può dare a livelli di sfruttamento ritmico-immaginativo e chiuderla quando va assolutamente chiusa), una follia di film che diverte, disgusta, angoscia, esalta e opprime (e a fondo corsa, commuove pure) da non mancare assolutissimamente (..capito, @LorenzoCardoso e @Frank_n_Furter ??), per chi scrive uno dei dieci fondamentali degli ultimi 5 anni.

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