Il cameraman e l'assassino - C'est arrivé près de chez vous (Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoît Poelvoorde, 1992)

rimanendo purtroppo di nicchia, nonostante la vittoria della semaine de la critique e l’apprezzamento e l’interesse di scorsese e tarantino, che a cannes erano seduti accanto spanzati dalle risate assieme a clooney. la riscoperta e il meritatissimo culto hanno iniziato a maturare solo con l’avvento di internet, ma prima non se lo filava quasi nessuno, anzi era anche un film parecchio abiurato. lo programmai all’interno di una cine-rassegna sulla violenza nelle/delle immagini nel 1997, sala quasi piena, si è svuotata della metà dopo i primi tre quarti d’ora.

loddi non fa rimpiangere benoit, anzi in alcuni frangenti lo supera, ma l’adattamento ai dialoghi ha passaggi da calci nei denti e brucia battute fulminanti sostituendole con altre che in italiano sono solo meri involgarimenti (per esemplificare, ascoltasi quella usata per l’anziana uccisa a urla, che in originale suona più o meno come "e dimmi, ti hanno mai uccisa in diretta?* e in italiano diventa ti ha mai trombata nessuno?). va pur detto che la loquela irrefrenabile e poetica di poelvoorde non era di facilissima traduzione, però alcuni stravolgimenti di senso continuano per me a restare misteriosi.

si e no. sono due partite molto diverse giocate su diversi terreni. quella del trio belga è maggiormente volta a parodizzare (sin dal titolo originale) lo sfruttamento mediatico del dolore e della morte e più eminentemente giocata sulla responsabilità dello sguardo. anche se ci gira attorno senza mai fare del manifesto moralismo spicciolo o dei pistolotti retorici come lo stone di assassini nati, anzi è emblematica la scena in cui prende le distanze dallo sciacallaggio del mondo televisivo che denuncia (i programmi avvoltoieschi truecrime exploitativi del primo pomeriggio, che anche da noi all’epoca ebbero larghissimo consumo grazie a vivarelli e d’eusanio) dichiarando che il cinema, in quanto arte e finzione, è più stravolgente del vero sangue delle stragi (i.e. l’incontro con la troupe televisiva, creduta concorrenziale e freddata dopo che i sodali gli fanno notare che quelli fanno solo televisione e noi invece siamo cinema - sarà sempre prima di stuprare e sventrare la donna incinta che ben canterà la mitica cinema! io sono il cinema! di sala in sala di film in film - peraltro creata in tempo reale mentre erano tutti realmente ubriachi cenci perché non riuscivano a reggere il carico emotivo della scena successiva). il trio belga ti fa ridere ma subito dopo ti fa anche vergognare di aver riso e in tal senso si mangia e ricaga 20 volte henry, (anche in termini di potenza visiva ed efferatezza), che quanto a sprofondamento nella psiche e nella weltanschaaung del serial killer è stato molto meno definitivo e verticale di opere come angst, maniac, mosquito das schaender, clean, shaven o schramm. peraltro anche come fedele biopic di lee lukas, henry è un clamoroso falso storico, ma questa è altra faccenda sulla quale non mi soffermerò qua.

d’accordissimo invece sul von trier di jack, che alla fine prende certe tematiche del terzetto (soprattutto l’equiparazione tra artista e omicida e annesso vitalismo estetico), le frulla col meta-discorso biografico dell’argento di tenebre (a sua volta ottenuto con pesca a strascico dal de quincey de l’omicidio come una delle belle arti), esprimendole come se fosse il greenaway tassonomicamente infoiato de il ventre dell’architetto. ma pur non dicendo alcunché di nuovo (forse in cuor suo credeva in buona fede l’opposto, anche se io non me la bevo) e facendo scarpetta fuori tempo massimo in questo film e al netto della boria tipica di lars a me non spiacque.

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