Rent-a-Pal (Jon Stevenson, 2020)

era un bel pezzo che al cinema non si ricordava/doveva una così immersiva e ammorbante caduta libera nell’imo della follia e dell’ultimate boss level della solitudine.

provate a immaginare un lothar schramm in fieri costretto al caregiving di una madre in avanzata demenza senile che gli rende ostativa l’avanscoperta sociale e che sogna l’anima gemella. l’unico modo che gli è concesso di provare a trovarla è un servizio di video-agenzia matrimoniale. raspollando nel cestone di quest’ultima, scova una curiosa vhs che contiene l’equivalente in pixel di un amico immaginario con cui instaurare un dialogo (geniale in tal senso il doppio senso del titolo che fonde due significati in uno: il codice di trasmissione analogica e l’amicizia), parabasi che ridesterà appieno la sua ottusità emotiva e fungerà da vero e proprio innesco dinamitardo per i suoi sempre più preoccupanti e radicati deliri di riferimento. dalla prima videoemissione il film si autocondanna volentieri nel prendere pieghe sempre più disturbanti, diventando qualcosa di simile a un her sceneggiato da travis bickle con vibes da alexandra’s project che civetta con la serie ringu (ma stevenson è abilissimo nel lasciare ambigua al massimo l’eventuale valenza sovrannaturale), in virtù di inquadrature sempre più strette soffocanti e opache e a un wil wheaton in superbolla nell’incarnare un tamagotchi gaslighter, su fino a un notevolissimo climax/showdown finale che cappotta i nervi e fa tremare l’anima. raccomandato andante con doveroso disclaimer: per chi ha (avuto) in famiglia un parente schizofrenico o un genitore con l’alzheimer avere a che fare con quest’opera è come tuffarsi sotto una schiacciasassi.
un regista di cui si attende trepidanti la seconda prova.

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