in attesa di vedere cos’hanno combinato col reboot de l’uomo in fuga (che nella sua prima edizione letteraria italiana era conglobato con la lunga marcia in un solo tomo), anche la lunga marcia, dopo un bruttissimo criptoremake (così brutto che mi sfugge pure il titolo) e un paio di pre-produzioni andate a remengo, viene traslato su schermo con risultati che boh, devo ancora capire se sono convincenti o no ma propenderei più per il no. come sempre king al cinema è più difficile da maneggiare di un pacco di nitroglicerina e l’impressione finale è che forse da un libro come quello non si poteva davvero distillare qualcosa di diverso da quanto qui compiuto.
dico forse perché il progetto è stranamente sfuggito di mano a tipetti come romero, ovredal e soprattutto darabont che è l’unico tra i registi recenti a vincere per distacco sulle cinetrasposizioni del re azzeccandone sempre il tra le righe e che, sempre forse, rispetto al pur diligente lawrence, avrebbe potuto fare il quasi miracolo. dico di nuovo forse perché il libro, narrato tutto in prima persona con deraglianti flussi di coscienza e considerazioni introspettive su vita morte vendetta sacrificio destino totalitarismo cameratismo bullismo e chi più ne ha s’accomodi, non era un cazzo facile da trasformare in gittata filmica.
non che lawrence abbia combinato un pasticcio, anzi, ma non si sente granché l’essenza di king nell’opera e nel passaggio alla narrazione neutra corale (le correlazioni attoriali sono forse la cosa migliore), ma il meccanismo va per automatismo e prevedibilità (non si ha un mezzo dubbio su quali personaggi cadranno sul campo di scena in scena, perché non si fa alcunché per dissimularne gli handicap), è umoralmente anaffettivo e ben poco teso e tetro, i colpi bassi sono pochi, non si sente davvero lo sporco il sudore la fatica le lacrime la demolizione del percorrere 300 e fischia km senza uno stop (che sulla pagina emergeva invece a ogni paragrafo) e soprattutto il villain è una macchietta immatricolata elevata a gigioneria. e poi ci sono le licenze arbitrarie, su tutte il finale stravolto per necessità di quadra narrativo (nel libro era aperto e più ambiguo). insomma un bel compitino ma una a caso delle gare a esclusione cui ci hanno abituato film come 13 beloved, 13 tzameti o squid game e alice in borderland gli scola la pasta sul pube. ecco, fosse stato fatto prima di tutta la febbre dei viteinpalio-movies avrebbe colto maggiormente nel segno. e soprattutto, ok, risultato portato a casina bella, ma king?!
capiamoci, non è brutto e si fa vedere (dura due ore piene e non si accusa un minuto) ma per quanto mi consta nel novero delle più riuscite cine-traduzioni di stefano non ci entra proprio.
non ne ho idea, ma trovarlo si trova. quasi certamente finirà piattaformato, anche perché il format sembra proprio quello netflix, ovvero prodotto estremo e cattivo ma pastorizzato per la larga scala spettatoriale.
A me il trailer ispira, mi sembra abbastanza fedele (quello de L’Uomo in fuga trasudava tamarraggine e difatti si è rivelato così). Non mi pare che originariamente i due King/ Bachman fossero stati pubblicati assieme: io l’edizione in questione ce l’ho (copertina verde, nome dell’autore a caratteri argentati) però credo che inizialmente fossero usciti separatamente in edicola per Urania. Dei due, quello che ho amato di più è stato proprio La Lunga marcia e spero non mi deludano con questa trasposizione (non ne conosco altre).
In teoria, caro Tuc, hai proprio ragione. Ma, e parlo della mia cara città, quasi certamente finirà in una sala piccola e squallida. Quindi, vai di br…
P.S. Un’altra cosa. Entro una settimana, e qui mi riferisco alla nazione intera, uscirà dalla programmazione. Scommettici lo stipendio…
Ti confermo che la prima uscita italiana de La Lunga marcia fu con Urania nel 1985. Sull’esclusiva per il Club degli editori non saprei, bisognerebbe verificare l’anno.
Verificato: la combo dei due romanzi uscì per CDE nel 1986. Fra l’altro, L’Uomo in fuga era uscito inizialmente per Urania nel 1984.
Tornando al film, non ho aspettative altissime: però, ripeto, il trailer mi dà l’idea di qualcosa più vicina al romanzo rispetto alla recente trasposizione di The Running Man. Vado Sabato o Domenica a vederlo, ti saprò dire.
ne esiste una sorta di cripto-adattamento di circa 15 anni fa non ufficiale, terribilissimo, di cui manco ricordo il titolo. la trama era pressoché identica e king manco nominato di straforo; per distanziarsi dal plagio a tutto tondo, si svolgeva dentro una sorta di arena olimpionica dove i corridori giravano ad libitum in tondo, se non ricordo male oltre alla fatica in sé erano anche ostacolati in maniera scorretta
potrei avere un microictus, ma la combo CDE la ricordo già in catalogo tra l’83 e l’84 (per antanni mi sono arrivati a casa mensilmente), nel 1986 la si trovava anche nelle librerie
Visto, piaciuto. Malgrado alcune modifiche rispetto al romanzo (discutibile soprattutto il finale, però va detto che pure quello del libro era un po’ così e innegabilmente sul piano emotivo la chiusa cinematografica una certa forza la possiede, malgrado lo sfacciato taglio consolatorio-hollywoodiano) lo spirito della narrazione kinghiana c’è tutto, sia nel dare spessore ai personaggi che nella ferocia di ciò che viene mostrato. La migliore trasposizione degli ultimi anni, assieme a The Mist e alla miniserie tv The Stand.
Visto ieri sera, nel br UK. Ovviamente, ottimo. Il film in sé? Globalmente, buono. Ma credo sia la tipica “grande occasione mancata”. Certo, la stessa premessa del romanzo è discutibile: come fai a camminare per giorni, GIORNO E NOTTE, senza pause per bisogni fisiologici e adeguata nutrizione (specie a livello di liquidi..)?! Già dopo la prima giornata di cammino, i partecipanti cadrebbero come pere marce. E non mi si venga a dire, “Eh, ma sono giovani”. Bubbole. Questa, comunque, è colpa di King medesimo. Poi, gli attori qui coinvolti sono funzionali ma niente affatto memorabili. Manca vero coinvolgimento, da parte dello spettatore, verso il loro destino. Difetto non da poco, per una trasposizione filmica. E avere un personaggio potenzialmente formidabile come il Maggiore, e dargli così pochi minuti di presenza sullo schermo, è imperdonabile. Comunque Mark Hamill nel ruolo e’ praticamente perfetto, con una voce a dir poco “infernale”. In compenso, gli ultimi minuti e il finalissimo sono stati una sorpresa, almeno per me. E la conclusione, è migliore rispetto a quella del romanzo (troppo “rarefatta”..): niente affatto buonista, ma anzi amarissima, e decisamente pessimista. Fosse stato tutto il film, a un simile livello, avremmo avuto un’opera magistrale e memorabile. Comunque, una visione attenta la merita sicuramente. Magari fra qualche mese, in br nostrano…
Veramente, il film mostra esattamente cosa succede quando hanno bisogni di un certo tipo… c’è una scena a dir poco disgustosa, beah. Altre cose ovviamente te le lascia immaginare.
Quanto al finale, buonista magari no; ma è comunque pensato per soddisfare un certo bisogno di giustizia western style da parte del pubblico, a differenza dalla chiusa romanzesca.
La fine del romanzo, ripeto, è troppo vaga, troppo “letteraria” appunto. Mentre il finale del film non “soddisfa” proprio nulla, non è affatto trionfalistico e nemmeno da “giustizia western”. Non per il personaggio rimasto, e neppure lo spettatore medesimo si sente “sollevato”. Prevale semmai l’amarezza, e un gran senso di disperazione. Almeno su questo, regista e sceneggiatore ci hanno azzeccato in pieno.
P.S. Sì, le scene sui “bisogni”, certo. Ma non basta mica. I personaggi dovevano avere l’aria più sofferta, e provata. Chissà come aveva risolto entrambe le cose King, per iscritto…
Sì, ok: ma quando il superstite preme il grilletto e fa fuori il Maggiore, il pubblico comunque l’applauso liberatorio lo fa. "E ben gli sta". Nel pur vago finale romanzesco applaudi nada, è comunque di un nichilismo inquietante e, a dirla tutta, il Maggiore non appare neanche come un villain da combattere. E’ un personaggio quasi astratto, l’incarnazione di una distopia agghiacciante. Diciamo che nel finale cinematografico c’è un’amarezza “eroica”, da western appunto.
Guarda, io di solito sono il primo a fare “l’applauso liberatorio” (e letteralmente lo feci in sala nel 2008, a proposito di adattamenti da King, quando in “The mist” viene eliminato il personaggio più antipatico e sgradevole). Invece stavolta, nada de nada. Non si risolve nulla, non c’è vera gioia, seppur eventualmente mista ad amarezza. E proprio l’ultimissima inquadratura, lascia intendere che il futuro era e rimane NERO. In quanto all’“intuire”. Troppe cose sono lasciate vaghe.Forse era solo pigrizia del regista, ecco…
P.S. Più che nichilista, il finale del romanzo mi pare il classico “Non so come finire. Mi invento una cazzata irrisolta, un po’ surreale, alquanto metafisica. Così i critici si faranno gran pippe mentali a cercare chissà quali profondi significati. Mentre in realtà non so proprio creare un finale adeguato alla storia, e amen”. Lo stesso, guarda caso, per quanto riguarda il finale di “The mist” su carta. E guarda caso il finale cinematografico anche lì è superiore…