mah, a me tutto sommato e sottratto non è spiaciuto e l’ho trovato interessante, ma anche da par mio c’è effettivamente qualcosa di storto e stonato o che proprio non torna e l’impressione che il prodotto ha un buon brevetto a monte ma un paio di difetti di fabbrica in negozio.
ci avevo effettivamente preso: al principio era la cannibalizzabile carne fonte di nutrimento e primo dei nostri continenti conosciuti, poi la fusione di essa con la macchina e il titanio (ma per confermare la coerenza tematica con l’esordio), ora è l’era del marmo che però da felice hybris è diventato una malattia pandemica sulla falsariga di covid e aids come potrebbe immaginarsela saramago: la razza umana si è indurita, il processo evolutivo si è pietrificato, e col patrocinio dei miti di batto e medusa, juliessa si muove pedissequa di conseguenza. ma senza ritrovare la ferocia di raw né le ricombinazioni tsukamotian-ballardian-caraxiane in salsa non-binaria di titane. in gioco c’è sempre l’identità nel suo formarsi, l’orrore del corpo e il corpo dell’orrore attraverso il sesso e come fil rouge resta anche prepotente l’idea della consanguineità quale collante supremo, che tutto può anche oltre la fine, quale che sia la disperazione personale o collettiva, nuovamente espressa nel ballo solitario (les orties allo specchio in raw: una delle cose di cui più ringrazio julia è di avermi fatto conoscere kincy & antha) o collettivo (la discoteca ralenti in titane), ma senza il colpo d’ala della morbosità né della commozione (non so voi, ogni volta che rivedo il passaggio con light house in titane perdo calici di lacrime).
alla nostra, la forza espressiva-immaginifica continua a non difettare ma stavolta sembra non sapere mai bene dove direzionarla né come incalanarla e nel dubbio indulge nel prenderla larga e lunga, senza capire che portando tutto a maggiore essicazione e durezza avrebbe ottenuto un risultato più emotivamente perforante e più ruvido e disturbante sia di pancia che di concetto. sempre incerta su che via inforcare, si avvicina a più soglie senza mai attraversarne davvero una. e a stringere, le idee sembrano essere talmente confuse e pochine che stavolta quelle migliori spalmate su oltre due ore non sempre fluide e leggere sono tutte citazioni, quando non palesi scopiazzature: su tutte, m’è decisamente partito il vacagà! sul secondo episodio di adrenaline, riprocessato e presentato come se fosse farina del suo sacco nell’ingenua speranza che essendo di nicchia non lo conosca nessuno - niente di peggio dell’autore che sottovaluta il proprio pubblico.
insomma una partita pari e patta con qualche cartellino giallo alzato. da qui può solo migliorare, ma anche peggiorare.
p.s.: secondo m’è noè si è stranito per il medesimo uso di beethoven sul finale (la settima sinfonia chiudeva anche irrevesible) che sfasa anch’esso i piani temporali neanche fossimo dentro terminator genisys